Thomas Berger.
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IL PICCOLO GRANDE UOMO.
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Parte 1.
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Titolo originale: LITTLE BIG MAN.
Traduzione di: Luciano Bianciardi.
1999. Rizzoli Superbur Narrativa.
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Trascrizione elettronica rivista e resa disponibile dalla
          Fondazione Ezio Galiano onlus
             http:\\www.galiano.it
      ad esclusivo uso dei privi della vista.
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Presentazione.
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La storia «vera» di Jack Crabb, cacciatore di bisonti, bianco ma allevato dall'età di dieci anni dai Cheyennes. Diviso fra due popoli, Crabb racconta in prima persona del leggendario generale Custer, di Toro Seduto e Cavallo Matto e del massacro di Little Big Horn. Un racconto così straordinario da far nascere un dubbio: ma sarà tutto vero?
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L'AUTORE.
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Thomas Berger (Cincinnati, 20 luglio 1924 – New York, 13 luglio 2014) è stato uno scrittore statunitense. Scrittore eclettico, ha esplorato vari generi, sempre con un sottile umorismo. Nel 1943 si arruolò nell'US Army prima di finire la scuola, e fu impiegato in un'unità medica a Berlino. Tale esperienza gli fu utile nella scrittura del suo lavoro d'esordio, il romanzo Crazy in Berlin. Al ritorno studiò all'università, prima a Cincinnati e poi alla Columbia University, dove non terminò la tesi, preferendo iscriversi a un laboratorio di scrittura alla New School for Social Research, dove incontrò l'artista Jeanne Redpath, che sposò nel 1950. Per mantenersi lavorò come bibliotecario e redattore. Del 1964 è il suo romanzo più famoso, Il piccolo grande uomo (Little Big Man), che fu premiato con il National Institute of Arts and Letters Award e con il Western Heritage Award. Il libro è assai noto anche per la trasposizione cinematografica (Il piccolo grande uomo) interpretata da Dustin Hoffman e Faye Dunaway, Dopo tale successo poté dedicarsi alla scrittura a tempo pieno. Berger preferiva scrivere romanzi piuttosto che racconti o saggi, e ne scrisse un discreto numero.
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Indice di questa parte.
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Prefazione di un uomo di lettere.
Capitolo 1. Un terribile sbaglio.
Capitolo 2. Cane bollito.
Capitolo 3. Mi faccio un nemico.
Capitolo 4. La strage delle antilopi.
Capitolo 5. La mia educazione come Essere Umano.
Capitolo 6. Un nome nuovo.
Capitolo 7. Si affronta la cavalleria.
Capitolo 8. Di nuovo adottato.
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Fine Indice.
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IL PICCOLO GRANDE UOMO.
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PREFAZIONE DI UN UOMO DI LETTERE.
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Fu mio privilegio l'aver conosciuto il defunto Jack Crabb
- uomo di frontiera, guida indiana, tiratore, cacciatore di bisonti,
Cheyenne adottivo - durante gli ultimi suoi giorni su
questa terra. Può darsi che non sia fuor di luogo un resoconto
dei miei rapporti con quest'uomo notevolissimo, giacché vi sono
buoni motivi per credere che senza la mia - per così dire
- funzione catalitica, questi straordinari ricordi non avrebbero
mai visto la luce del giorno. Questa affermazione, che parrà
immodesta, sarà giustificata, io confido, dai capoversi che seguono.
Nell'autunno del 1952, in seguito a un'operazione che
doveva correggermi la deviazione del setto nasale destro, io facevo
convalescenza a casa, sotto le cure di una infermiera di
mezza età, che si chiamava la signora Burr, vedova di un certo
signor Winifred Burr. E siccome questa signora è ormai passata
a miglior vita (in seguito a un incidente sciagurato che
coinvolse la sua Plymouth e un autocarro carico di birra), non
si offenderà se io la definisco robusta, curiosissima e spregiosa.
Era anche incredibilmente forte, e pur essendo io di un certo
spessore, lavandomi mi strapazzava come se fossi stato un infante.
Potrei qui aggiungere, nel rispetto della moda corrente relativa
alle confessioni letterarie, che questo tipo di cura non
mi dava alcuna eccitazione sessuale. Temevo queste abluzioni
e cercavo ogni pensabile accorgimento per liberarmene.
Ahimè! Senza esito. Credo che mi provocasse a licenziarla -
impresa autodistruttoria, almeno in parte, perché far l'infermiera
era il suo mestiere. Ma la signora Burr era una di quelle
persone che indulgono al proprio codice morale, allo stesso
modo in cui l'ubriacone indulge alla sua sete. Il suo defunto
marito era stato per trent'anni macchinista sui treni-merci, e
quindi il suo concetto di maschio americano adulto era un uomo
che indossa una tuta fuligginosa e un berretto a tesa lunga,
fatto con la tela da materassi, a strisce.
Non pensava che la mia avaria fisica fosse tanto grave da
richiedere un'infermiera (anche se avevo il naso gonfio e tutti
e due gli occhi neri). Disapprovava i miei mezzi di vita -
una modesta concessione di mio padre, che stava bene, mi
consentiva di perseguire i miei interessi letterarii e storici con
relativa indifferenza e immunità al e dal mondo quotidiano,
mondo che nondimeno io rispetto grandemente. E, come è
prevedibile da parte di una vedova, aveva scarsa opinione del
mio celibato a cinquantadue anni, e arrivava al punto di buttar
là certe allusioni maligne (che erano del tutto
ingiustificate: un tempo io ebbi moglie; ho amiche numerose, non poche delle quali vennero a farmi visita mentre ero malato; e non
posseggo una vestaglia di seta).
La signora Burr mi fece passare qualche ora sgradevole, e
può anche sembrare strano che io la lasci figurare così ampiamente
nello spazio limitato di questa prefazione, la quale si
propone di presentare un grosso documento sulla frontiera
americana, dopo di che io mi ritirerò nella consueta oscurità.
Be', come spesso succede nelle cose degli uomini, il destino si
serve, quale suo strumento, di una persona per altro verso
indegna, come la mia-ex infermiera, per portare avanti i suoi
imperscrutabili disegni.
Fra le sue aggressioni a base di straccio bagnato e i preparativi
per il tè (scarico), il pan tostato, il brodo di gallina che
durante questo periodo costituì il mio sostentamento, la signora
Burr era spinta dalla sua insaziabile curiosità a rovistare nel
mio appartamento come una malfattrice. In camera da letto
operava sotto il travestimento della sua pietosa professione.
«Vada a mettersi un pigiama pulito» diceva, e, sorda alle
mie istruzioni, cominciava a frugare ogni cassetto dell'armadio.
Una volta fuor di vista, però, non fingeva neanche più un
minimo di decenza, e dal mio letto la sentivo assalire, una per
una, le varie serrature delle altre stanze, scrittoi, stipetti e cassapanche - molte delle quali erano pregevoli esemplari di
artigianato ispano-coloniale che mi ero procurato durante i
miei viaggi nel Nuovo Messico settentrionale, dove ero andato
a rafforzarmi i polmoni deboli all'aria delle grandi altitudini.
Ma quando sentii che apriva uno sportello a vetri dell'armadietto
contenente le mie reliquie indiane, fui forzato a protestare,
anche se la vibrazione del mio urlo mi fece venir male
al naso.
«Signora Burr, debbo insistere, lasci in pace le mie robe
indiane!» urlai.
Fece una breve comparsa sulla soglia di camera mia, con
in testa un magnifico ornamento sioux, addirittura, dicevano,
il costume di guerra del grande Cavallo Matto in persona, che
mi era costato seicentocinquanta dollari alcuni anni or sono.
In quel momento ero troppo agitato per apprezzare la pura ridicolezza
visiva di questa donna grassa sotto quello splendido
trofeo. Ero troppo urtato dalla sua eresia. In mezzo agli indiani,
le penne d'aquila appartengono soltanto ai valorosi, e una
squaw di norma non indossa la tenuta da guerra, neanche per
burla, allo stesso modo in cui una donna nostrana non si metterebbe
mai il sospensorio del padre sollevatore di pesi. I lettori
mi perdoneranno questo rozzo confronto; eppure non è
ingiustificato, perché vi sono pochi estremi a cui le nostre
donne non giungerebbero e quel che stava facendo la signora
Burr, anche se involontariamente, era una drammatizzazione
dei mali della nostra cultura bianca.
Sulla soglia, urlava ed eseguiva una rozza danza di guerra.
L'energia di questa persona era sbalorditiva. Io non osai protestare
più oltre, nel timore che potesse offendersi e danneggiare
quel raro abbigliamento del capo, vecchio di quasi cento anni;
già qualche poco di aquila s'era allentato e svolazzava come
uno di quei paracaduti carichi di semi che il pappo esprime a
perpetuare la sua razza.
Rimasi in silenzio, distolsi gli occhi e scoprii il modo di
sopravvivere al cattivo gusto della signora Burr. Siccome non
riuscì a estorcermi un altro suono, rimise nell'armadietto il
trofeo di Cavallo Matto e rientrò in camera mia con uno stato
d'animo - a suo avviso - riflessivo.
Si mise seduta, pesantemente, sul radiatore. «Le ho mai
parlato di quando lavoravo al ricovero dei vecchi, a Marville?»
Una persona più assennata avrebbe ricevuto il mio brontolio
come un bastevole scoraggiamento, ma la signora Burr
era immune da queste sottigliezze.
«Mi ritorna alla mente, quando vedo quelle robe indiane.»
Si schiarì la voce con un rumore sgradevole. «C'era un
vecchiaccio sporco, là dentro, che diceva di avere centoquattro
anni. Io dico che li dimostrava tutti, lo dico sul serio, vecchiaccio
d'un cliente, secco come un uccello e con la pelle che sembrava
tela cerata logora, meno di novantanni non ne aveva,
anche se il resto era una bugia.»
Lo so, quando cerco di riprodurre la parlata della signora
Burr, forse sono un po' strambo: il meglio che posso fare è
questo, definirla così: vocalizzazione della massima malavoglia.
«In ogni modo, diceva anche di essere un cowboy, di
quelli che a quei tempi si battevano con gli indiani. Da quelle
parti stan sempre a guardare la televisione, e lui diceva di continuo
che son tutte balle, perché lui le aveva viste, le cose vere.
Tutta robaccia, messa lì per rovinare quei poveri vecchi, diceva,
solo se quelli gli avessero dato retta, cosa che non facevano.
Non teneva mai le mani a posto, e io lo dicevo sempre,
questo vecchiaccio, e non si poteva andare a rimboccargli la
coperta sulle sue gambe di vecchio sulla sedia a rotelle senza
che lui cercasse di mettere una di quelle sue zampette d'uccellino
sul petto tuo. E anche pizzicava, se ti chinavi a raccogliere
un cuscino dal pavimento. Si figuri, una donna della mia
età, anche se naturalmente allora ero più giovane di adesso,
perché si tratta di sette anni or sono, e il povero signor Burr
diceva, al caso, che non ero poi tanto male. Ma per ritornare
al vecchio ricoverato dell'ospizio, egli sosteneva di aver partecipato all'ultima resistenza del generale Custer, e io, guarda
caso, sapevo che questa era una bugia, perché avevo visto un
film dove tutti quanti morivano, bene o male. Lo dico sempre,
a ben pensarci, gli unici americani veri sono gli indiani.»
Questo sulla mia infermiera. Requiescat in pace. Una settimana
dopo, lasciò il posto, ed eravamo alla metà del mese seguente,
mi sembra, quando lessi la notizia del suo fatale incidente.
Mi vanto di non essere il sadico seccatore che tanto
spesso scrive le nostre prefazioni e ne fa uso per indulgenza
verso se medesimo. Non vedo motivo per guidare meco il lettore
in ogni garbuglio della mia ricerca dell'individuo che mi
si dimostrò grand'uomo di frontiera.
Innanzi tutto, non appena la signora Burr vide il mio interesse
per "il vecchiaccio sporco che sosteneva di aver combattuto
gli indiani” ecc. lei mi fece compiere una lunga, squallida,
inutile corsa a ostacoli nel percorso della sua memoria. E
poi, tra il personale dell'istituto per senescenti a Marville (dove
io andai non appena il mio naso ebbe ripreso la sua forma
normale) nessuno aveva mai sentito parlare della persona in
questione, il nome della quale, secondo la dizione della signora
Burr, era ”Papp” oppure ”Stab” o anche ”Tarr”.
Né giovarono le allusioni al "cowboy". E in quanto alla
magnificata vecchiezza del mio soggetto, i medici mi risero in
faccia; mai visto un ricoverato che superasse i 103 anni. Ebbi
l'impressione, decisiva, che i medici fossero ostinati a difendere
questo record, e che fossero capaci di somministrare il quietus, l'eutanasia a chiunque si azzardasse a batterlo. Infatti, come
accade in tutti questi istituti, erano sovraffollati, e il traffico
di sedie a rotelle era un autentico terrore per tutti i pedoni
sui vialetti inghiaiati.
Fui informato dalla mutua circa l'esistenza di tali agevolezze
a prò dei longevi nelle città di Carvel, Harkinsville e
Bardill. Le visitai tutte ed ebbi molti colloqui, sia con il personale che con i vegliardi, alcuni dei quali erano personalmente
personaggi da racconto. Parlai con un vecchione con voce di
basso che indossava una vestaglia, e per mezz'ora ebbi l'impressione
che fosse un uomo, mentre era una donna; trovai
persino un paio di contaballe muniti di ricordi western, ricordi
a cui seguitarono ad aggrapparsi anche dopo che un paio di
domande scaltre ebbero rivelato l'impostura. Ma niente Papp,
niente Stab, niente Tarr, niente superstiti centundicenni alla
battaglia del Little Bighorn.
A questo punto mi si potrebbe chiedere come potrei giustificare
la mia apparente credenza nella veracità dell'affermazione
della signora Burr, che esistette un uomo chiamato
Papp, o, ammesso questo, nell'autenticità della storia che le aveva
narrato. È vero che ho la disposizione ad agire d'impulso, e
avendo i mezzi per fare così, non chiedo scusa di questa debolezza.
È anche vero che, come si può presumere dalla mia raccolta
indiana, che vale migliaia di dollari, io ho una passione
per il vecchio West. E poi io posseggo un'edizione rara del Bismarck Tribune, Territorio del Dakota, 6 luglio 1876, che
contiene il primo elenco dei caduti nel massacro di Custer, e
in questo elenco ci sono i nomi di Papp, Stab e Tarr. Ci figurano
come morti, naturalmente, ma a causa delle corporee mutilazioni
pochi poterono essere identificati con certezza.
Stab, come temetti subito, andava eliminato per la ragione
che era una guida indiana arikara. Se il vecchio della signora
Burr fosse stato un indiano, sicuramente lei avrebbe detto
così; d'altro canto, parlando della pelle della gente d'un
tempo, lei diceva: «come incerata logora», anche se non specificava
il colore. Certo, non tutti gli indiani sono poi scuri, a
parte il fatto che nessuno è rosso davvero.
Ma io non ho rispettato la promessa di non divagare...
Non era poi impossibile che Papp, diciamo, o Tarr - ma anche
Stab - fossero sopravvissuti a quella tremenda carneficina,
e per loro particolari motivi fossero rimasti inosservati dalle
autorità, dai giornalisti, dagli storici ecc. per tre quarti di secolo; che magari per tutti questi anni fossero rimasti colti da
amnesia, per poi all'improvviso decidersi a farsi vivi, in un posto
e in un luogo in cui sarebbero stati misconosciuti da vecchi
compagni e da inservienti del tipo della signora Burr. Non era
impossibile, ma, conclusi io dopo mesi di infruttuosa ricerca,
altamente improbabile. Oltre tutto, la signora Burr in persona
aveva visto l'individuo in questione, per l'ultima volta, nel
1945. Per quanto irragionevole possa sembrare che un uomo
viva fino a 104 anni, quanto più assurdo sopravvivere fino
ai 111!
Senz'altro ridicolo, difatti. Io feci lo sbaglio andando a
trovare mio padre per prendere lo stipendio mensile - richiedeva
lui questa comparsa personale e regolare - feci lo sbaglio
di rispondere sinceramente alla sua domanda: «Questo
mese che cosa stai facendo, Ralph?».
Diede una zannata maligna al sigaro.
«Sto cercando un superstite della battaglia del Little
Bighorn. Ha centoundici anni!»
Per fortuna, a questo punto uno dei lacchè entrò in ufficio
con dispacci da Hong Kong relativi all'albergo che mio padre
stava costruendo in quella colonia, e mi furono così risparmiate
ulteriori abluzioni sulla mia presunta debolezza mentale.
Mio padre aveva quasi ottant'anni. Fra noi non c'era mai stata
confidenza.
Proprio nel momento in cui stavo per gettare la spugna e
dedicarmi invece a un lavoro serio sulla mia ormai
rimandatissima monografia circa le origini della luminaria sudoccidentale (rificolona natalizia comprendente candela accesa in involucro di  carta pieno di sabbia) già in progetto da diversi anni
durante la mia residenza a Taos, Nuovo Messico - stavo giusto
scorrendo i miei appunti sull'argomento quando ricevetti
una lettera curiosa, che somigliava moltissimo a una canzonatura.
«Caro signore ho sentito che lei mi cercava, capisco che
proprio me lei mi cercava siccome non ho mai sentito di altra
persona fra questi vecchi rottami qui di questa casa che mai
abbia stato un eroe come me e partecipato alla gloriosa storia
della Vecchia Frontiera, e tutti quei generale Custer e Toro
Seduto e Bill il Selvatico, e quel poveretto di Earp eccetera, o
che abbiano fatto la cosiddetta battaglia del Little Bighorn, o
l'ultima resistenza di Custer.
«Qui mi tengono prigioniero. Io ho cento e undici anni, e
se avessi in mano la mia Colt mi farei libero a rivoltellate,
ma non ce l'ho. Siccome lei è scrittore eccetera le vendo la mia
storia per cinquantamila dollari che mi sembra sia poco se
considero che forse sono rimasto l'ultimo dei vecchi.
Il suo amico «Jack Crabb.»
La grafia era mediocre (anche se nient'affatto debole) e mi
ci volle una giornata intera per decifrarla; la redazione che
qui si riporta può dirsi probabile, non di più. La lettera era
scritta su un foglio intestato al Centro Marville per Cittadini
Anziani, che, come abbiamo visto, era stato la mia prima tappa,
con risultati negativi. La richiesta di cinquantamila dollari
faceva pensare all'opera di un potenziale informatore.
Eppure la giornata successiva mi ritrovò, alla fine di cento
miglia a corsa tra continui rovesci, a parcheggiare la mia Pontiac
in uno degli spazi con su scritto "Visitatori”, sull'asfalto
di Marville. Era il primo pomeriggio. Il direttore amministrativo
parve un poco seccato nel vedermi ancora, e addirittura
spregioso quando gli mostrai la lettera. Mi mise nelle mani
del capo della sezione psichiatrica, subito: un tipo scialbo che
si chiamava Teague, il quale, impassibile, studiò l'ardua grafia
del mio documento, sospirò e disse: «Sì, ho paura che sia uno
dei nostri. A volte riescono a far passare una lettera senza che
noi ce ne accorgiamo. Mi dispiace che lei abbia avuto questa
seccatura, ma stia sicuro che questo paziente è del tutto innocuo.
Quell'accenno alla violenza, nell'ultimo periodo, è pura
fantasia. E poi, è debilitato, dal punto di vista fisico, in modo
tale che non può alzarsi dalla sedia senza l'aiuto di un infermiere,
e le sue facoltà appercettive sono degenerate. Dunque
non abbia paura che riesca a raggiungere la città per farle
del male».
Io feci notare al medico che la minaccia del signor Crabb,
se così la si poteva chiamare, era diretta al personale del Centro
Marville, e non di certo a me, ma naturalmente lui fece
un sorriso compassionevole. Io non sono privo d'esperienza di
gente simile, avendo fatto le mie belle sedute, a cinquanta
dollari l'ora, due volte alla settimana, per diversi anni, quando
ero di un decennio più giovane, senza che diminuissero incubi
notturni e tremendi mal di testa.
«Eppure» aggiunsi «debbo insistere sulla necessità di vedere
il signor Crabb. Ho percorso cento miglia e buttato via
una mattinata che avrei usato meglio discorrendo col mio consulente
fiscale.»
Accettò subito. È molto facile imporsi alla volontà dei
professionisti come lui, purché lo si faccia in termini economici
e non sentimentali.
Salimmo una rampa di scale e percorremmo un mezzo miglio
buono, corridoio dopo corridoio; la sezione psichiatrica
era la parte più nuova a Marville, tutta legno e vetro e
filodendri: per la verità, sembrava una serra, con qua e là un gruppo
di teste pelate come funghi fra il fogliame. Raggiungemmo
una balconata a vetri piena di gerani. Fuori era ormai dicembre,
ma, grazie al termostato, Marville serbava una estate interiore
per tutto l'anno. Mi colse all'improvviso una tremenda
illusione: su una sedia a rotelle, dandoci le spalle, stava un
orrendo uccello nero - il bozzagro più grosso che avessi mai
visto. Dalla finestra sorvegliava, rapace, il terreno sottostante,
come in cerca di cibo, la testa piccola, nuda, appena appena
tremante.
«Signor Crabb,» disse il dottor Teague all'uccello «c'è
una visita per lei. Quali che siano i suoi sentimenti verso di
me, spero che con l'ospite lei sarà cortese.»
Il bozzagro lentamente si volse a guardare da sopra la
spalla cadente. Il mio orrore venne un poco meno alla vista di
una faccia umana, al posto di un becco - una faccia avvizzita,
certo, e coperta da logora tela cerata, come aveva detto la
signora Burr, con molte grinze, ma pur sempre una faccia, anzi
una faccia piccola e arrabbiata, con occhi roventi e azzurri
come il cielo sopra un altopiano desertico.
«Giovanotto,» disse il vecchio al dottor Teague «una
volta, dalle parti di Rocky Ford, mi presi una pallottola nel
sedere, e me la tirai fuori da solo, con un coltello e uno specchio,
e la vista del mio sedere peloso era un autentico piacere,
come la vista di quel che tu porti in cima al collo.»
Fece girare la sedia. Se, come uccello, poteva essere grosso,
come uomo era sottosviluppato. Aveva piedi effettivamente
minuscoli, calzati di stivaletti, immagino per dar l'idea del cavallerizzo.
Quel che m'era parso piumaggio di coda, in realtà
era una giacca, appunto a coda, nera ma inverdita dagli anni.
Nel solario la temperatura era tale da far sbocciare una gemma
di geranio, ma sotto la giacca il vecchio indossava un gran
maglione di lana, e sotto ancora una giacca di pigiama, di flanella.
Anche i pantaloni erano di pigiama, e all'altezza dei
fianchi ossuti si vedevano le brache grige e lunghe, collegate
con le calze nere.
Sinora vi ho risparmiato la sua voce. Se vi riuscite, immaginatevi
il pizzicato di una chitarra che abbia la cassa piena di
cenere: una nota stridula che presto perde la sua risonanza attraverso
una serie di aspri passaggi.
Il dottor Teague sorrise con tutta la compassione della sua
cattiveria repressa, e fece le presentazioni.
A un tratto Crabb s'infilò fra le gengive brunastre una
dentiera che teneva nascosta in mano, e la mostrò al medico,
latrando: «Vattene via di qui, figlio di puttana».
Teague fece calare le palpebre, tollerante e divertito, le
rialzò e disse: «Se il signor Crabb è contento, non vedo motivo
per cui lei non possa parlargli tranquillamente per una
mezz'ora. Magari, uscendo, faccia una capatina in ufficio, signor
Snell».
Jack Crabb mi diede una rapida occhiata, sputò i denti, li
mise nella tasca interna della giacca. Io ero a disagio, sapendo
che tutto dipendeva dalla mia capacità di creare un rapporto
fra noi due. Non appena ebbi distinto l'uomo dal bozzagro,
mi convinsi, assolutamente, che quest'uomo era tutto quel che
affermava d'essere nella lettera. Eppure mi decisi a muovermi
con cautela.
Ancora mi mise addosso quei suoi occhi azzurrissimi. Io
aspettavo, aspettavo, e lasciavo che mi guardasse.
«Tu sei un finocchio, vero, giovanotto?» disse finalmente,
ma non scortese. «Sissignore, un gran finocchione. Scommetto
che se ti stringo un braccio, il segno ci resta per parecchio
tempo, come se fosse fatto di sego. Conoscevo uno come
te, che andò in frontiera, in mezzo ai Kiowa, e quelli lo legarono
e dissero alle donne di pestarlo coi mazzi di giunco. Hai
i soldi per me?»
Capii che la vecchia guida mi stava mettendo alla prova, e
allora non gli mostrai di essere offeso, anche perché in realtà
non mi sentivo offeso.
«Ma perché lo fecero, signor Crabb?»
Fece una smorfia che implicò la scomparsa totale di occhi
e bocca e in gran parte anche del naso, di cui solo la punta
sporgeva come una punta di dito da un pugno chiuso, vestito
da un logoro guanto di pelle.
Disse: «Un indiano va matto per sapere come funziona
una certa cosa. Naturale, non tutte le cose l'interessano. E
quelle, neanche le guarda. Ma quel finocchio gli interessava,
senz'altro, e voleva vedere se piange come una donna, quando
lo picchiano. Invece no, eppure i segni si vedevano, sulla
schiena, come quando si picchia un formaggio. Allora gli fecero
dei regali e lo lasciarono libero. Era un uomo in gamba,
giovanotto, e il punto è questo: anche se uno è finocchio, non
fa differenza. Hai i soldi per me?».
«Signor Crabb,» dissi io, piuttosto sollevato da questa storia,
che pure mi sembrava oscura «bisogna chiarire subito un
altro punto: i miei mezzi sono molto modesti.»
Rispose: «Se non hai i soldi, allora cosa ci hai, giovanotto?
Quei vestiti non mi piacciono molto». Prese il bastone
che era appeso alla spalliera della sedia a rotelle, e me lo
puntò alla vita: per fortuna la punta era coperta da un cappuccetto
di gomma, e così non mi fece male, pur lasciando un
segno sporco sul panciotto bigio.
«Ne discuteremo poi» dissi, e fui accorto. Trovai una
poltroncina di vimini dietro le piante di quella specie di serra,
la portai all'aperto e mi ci misi sopra. «Allora, spero che lei
non si offenda se io controllo l'autenticità della sua storia.»
L'affermazione sollecitò da parte sua una risata lunga e
secca, che somigliava a una carota quando la si gratta. La testina
gialla, nuda come quella di un feto e traslucida come la
pergamena, gli ricadde sul petto, e il mio cuore palpitò di apprensione:
scoperto troppo tardi, era morto.
Mi precipitai sulla sedia a rotelle e posai la mano sul suo
petto di uccello, poi l'orecchio... Magari fosse stato così sicuro,
così vero, il battito del cuore mio! Era soltanto addormentato.
«Non vorrei che si lasciasse sviare dal suo entusiasmo»
disse il dottor Teague pochi minuti dopo, seduto dietro alla
sua scrivania metallica, sulla quale sorgeva una lampada fluorescente,
sostenuta da una gran struttura a forma di gru.
«Rammento la sua signora Burr, piuttosto che infermiera era
portinaia. La licenziammo, mi sembra, perché aveva fornito a
certi pazienti sostanze intossicanti, e il maggiore fra questi pazienti
era proprio Jack Crabb. Anche se di tanto in tanto una
sorsata di qualcosa moderatamente alcolica può avere un
favorevole effetto fisico su un anziano, giacché giova alla circolazione,
una gran bevuta può essere deleteria, per un cuore vecchio.
A parte poi gli effetti psichici. E io credo che le tendenze
paranoidi del signor Crabb siano evidenti anche al profano.»
«Ma non è impossibile che abbia cento e undici anni. Mi
può concedere questo, dottor Teague?» chiesi.
Teague sorrise. «Lei mette le cose in maniera curiosa, signore.
In realtà il signor Crabb ha proprio tanti anni, ma questo
non ha nulla a che fare con ciò che io le concedo e con ciò
che lei accetta. Esistono talune tecniche grazie alle quali la
scienza medica può determinare, approssimativamente, l'età di
un uomo, ma sono mezzi che perdono la loro precisione quando
il soggetto invecchia. Per esempio, un bambino...»
Tirai fuori il fazzoletto in tempo per bloccare uno starnuto.
Lo avevo previsto: effetto ritardato di quei maledetti gerani.
E le gocciole da inalare erano lontane le mille miglia. Mi
doleva il setto destro, l'incisione non era ancora guarita. Eppure
in questo c'era una lezione morale. Rammentai la storia del
signor Crabb, su quel poveraccio fustigato dalle donne indiane,
e alla fine la capii: ciascuno di noi, per quanto sia umile,
da un giorno all'altro si trova in situazioni in cui ha la scelta,
se agire da eroe o agire da vigliacco. Il destino sceglie una
schiera esigua che s'appiatti sull'altura sopra il fiume
Little Bighorn, e questi individui fanno poi da esempio per molti altri
individui ordinari, che debbono vedersela soltanto con una
gomma sgonfia su una strada deserta, con l'insulto di un tipaccio
sulla riva del mare, o con l'impulso a starnutire quando
mancano le gocce da inalare.
Presi acqua con la mano dal lavabo di acciaio inossidabile
del dottore Teague, e ne inalai un poco su per le vie nasali.
Era un rimedio a tappabuco, e neanche molto efficace. Regolarmente,
per quarantacinque minuti, continuai a inalare, e mi
si gonfiò il naso come una patata, e gli occhi mi si restrinsero,
come due fessure orientali. Ma la mia volontà non tentennò,
mai.
L'interesse, come poi vidi, del dottor Teague, si dirigeva
esclusivamente al danaro, o, più precisamente, alla carenza
(generale a Marville, particolare nel settore psichiatrico) di
questo supremo bene della nostra civiltà. La scienza medica
può determinare l'età di un bambino senza chiedere nulla, o
quasi; ma per l'età di un vecchio ci vogliono quattrini Le sedie
a rotelle richiedono quattrini. Inservienti come la defunta
signora Burr, per non dire poi le infermiere autentiche, vanno
pagate. Persino quei detestabili gerani contribuivano a gonfiare
il bilancio.
Non mi ero mai reso conto che mio padre era stato in
rapporti di amicizia con numerosi uomini politici locali. Quale
che fosse l'efficienza del dottor Teague nel suo mestiere, quale
la scienza, quale il talento, dava prova d'essere dotato, come
studioso di politica. Risultato della nostra seduta in quell'ufficio,
dove tutto sembrava metallico, tranne noi due, fu che io
accettai di discutere con papà un aumento di bilancio destinato
ai centri per cittadini senescenti. Da parte sua, il dottor
Teague avrebbe, previa ricevuta di sufficiente danaro, compiuto
certe analisi chimiche e radiografiche per determinare il
contenuto di calcio nelle vecchie ossa di Jack Crabb e valutare
approssimativamente se la sua età superava i novanta.
Non credo che Crabb, da giovane, e con la Colt in pugno,
avrebbe fatto meglio di me contro il dottor Teague. Conclusi
che avrei potuto sdebitarmi scrivendo una lettera a mio padre.
Se egli poi agisse di conseguenza, non so. Non me ne fece parola,
ogni volta che mi feci vivo. Lo zelo del dottor Teague,
naturalmente, e quello del direttore, anzi istigatore, non vennero
mai meno durante i cinque mesi dei miei colloqui quasi
quotidiani con Jack Crabb. Per quanto mi rammento, non
passai mai, neanche una volta, per un corridoio senza incontrarne
uno, o anche tutti e due. Il dialogo era quasi sempre
così: «Com'è, signore?».
«Incoraggiante, dottore.»
Non son ritornato a Marville dai primi giorni dell'estate
1953, e a quella data me lo chiedevano ancora.
E ora poche parole sulla composizione di questi ricordi.
Nella forma originale essi consistevano di cinquantasette nastri
incisi dalla viva voce di Jack Crabb. Dal febbraio al giugno
1953 io gli fui accanto ogni giorno a far funzionare il registratore,
a incoraggiarlo quando il suo entusiasmo si smorzava,
a porgli di tanto in tanto qualche domanda pertinente che lo
aiutasse a chiarire il racconto, e in genere a rendermi in qualche
modo utile, ma senza dare nell'occhio.
Dopo tutto, era il libro suo, e io provavo spiccato onore
per il fatto di poter rendere al libro qualche piccolo servigio.
Luogo dei colloqui era la sua cameretta, un ambiente niente
affatto allegro, arredato di metallo grigio, che affacciava su
una presa d'aria, per la quale vapori nocivi salivano dalla cucina,
due piani sotto. La balconata a vetri del nostro primo incontro
sarebbe stata senza dubbio più comoda, ma io ero allergico
alla sua flora, per non parlare poi delle possibilità d'interruzione
che essa offriva, da parte degli altri vecchi e del personale.
Ma anche così, durante quei mesi il signor Crabb si stava
spegnendo. A marzo si mise a letto, permanentemente. A giugno,
sugli ultimi nastri, la sua voce quasi non si udiva più, pur
restando vigorosa la sua mente. E il ventitré di quel mese, mi
accolse con occhi vetrosi che non si mettevano a fuoco su di
me che traversavo la stanzuccia. La vecchia guida era arrivata
alla fine della sua pista.
Dopo aver pagato il conto all'albergo in cui ero rimasto
per cinque mesi, partecipai al funerale, dove prevedevo che sarei
stato il solo a lutto, perché lui non aveva amici; e invece
erano presenti quasi tutti gli altri ospiti in grado di camminare,
con in faccia, secondo la moda dei vecchi a simili cerimonie,
una espressione soddisfatta.
Le esequie si tennero il 25 giugno 1953, data, volle il caso,
del settantasettesimo anniversario della battaglia del Little
Bighorn. In morte come in vita, Jack pareva specializzato nell'arte
(o forse nell'artigianato) della coincidenza.
Il testo: è fedele al racconto del signor Crabb, così come
fu trascritto, alla lettera, dai nastri magnetici, con la sola aggiunta
dei segni di punteggiatura indispensabili: e se questi a
volte sono scarsi, l'ho fatto per indicare l'irruenza con cui essi
brani sortivano a perdifiato dalla bocca del parlante. Non ho
tentato di riprodurre la voce singolare, o la pronuncia, della
vecchia guida, altrimenti tutto quanto il libro somiglierebbe
alla lettera che mi mandò da Marville.
Era un buon raccontatore e aveva orecchio acuto: non so
proprio come spiegare certe contraddizioni. Noterete questo:
mentre il racconto diretto, in propria persona è
sgrammaticato(1), un personaggio colto come il generale Custer
parla in punta di forchetta. Un discorso indiano, tradotto, appare impeccabile
in quanto a grammatica e sintassi. In realtà, anche nel
suo eloquio, il signor Crabb non è sempre uniforme, a volte
azzecca e a volte sbaglia i tempi e i modi dei verbi, e le persone
degli stessi. Del resto, se qualche volta voi ascoltate parlare
individui di basso rango che conoscete, il garagista per esempio
o il lustrascarpe, vedrete ch'egli sa le regole della retorica
civile: dopo tutto, non ha vissuto sempre sulla luna; può, volendo,
parlare bene, e a volte lo fa, magari solo per sollecitare
una mancia. È chiaro peraltro che il suo idioma quotidiano è
prodotto di una volontà che indulge a se stessa.
Potrete mettere in discussione il fatto che il signor Crabb
ha nel suo lessico parole come "apprensione”. Ma bisogna tenere
a mente che l'uomo di frontiera dei tempi andati assorbiva
la sua rozza cultura da fonti diverse: per esempio guitti
shakespeariani viaggiavano fino agli estremi avamposti; e anche
predicatori del Vangelo, con la Bibbia classica dentro le
bisacce, in groppa al cavallo. E dunque, come leggeremo,
sotto la tutela della signora Pendrake, il giovane Jack fu
esposto ad Alexander Pope e anche a numerosi altri poeti.
Spero che converrete su questo: in quanto al linguaggio il
signor Crabb è circospetto in modo stupefacente. Qualche volgarità,
sì. Però considerate l'uomo, le circostanze, i tempi. Ma
nel suo atteggiamento verso le donne c'è una tal galanteria da
tempi andati: romantica, sentimentale, persino stucchevole a
volte. Per esempio, può anche darsi che abbia esagerato nel
fare il ritratto della signora Pendrake. Sospetto che forse questa
donna non fu niente di più della sciamannona che ciascuno
di noi ha incontrato più di una volta nella vita.
Eppure, quando non dettava, Jack Crabb era probabilmente
l'uomo più sboccato che io abbia conosciuto. Non era capace
di pronunziare una frase intera che si potesse ripetere, parola
per parola, da un podio, o citare in un giornale. Così: «Dammi
quel ... di microfono, giovanotto». «Chissà dov'è quella ...
d'una infermiera.» «Chissà quand'è che mi porta quel mangiare
del ...» Perciò debbo pregare il lettore di far le debite
sostituzioni; quando nel corso del racconto il signor Crabb parla
di se stesso, nell'atto di dire a Wyatt Earp, nel famoso scontro
al recinto dei bufali: «Spara, maledetto Rutto che non sei
altro!», siate pur certi che l'originale era molto più robusto.
Un altro appunto: la parola ”culo”. Come molti scrittori
dilettanti (ed egli pensava che il suo racconto parlato sarebbe
poi comparso stampato sulla carta) il signor Crabb dava spesso
segni minacciosi di elevatezza verbale, ma in questo caso
no. Era convinto che questa parola fosse la locuzione garbata
per indicare il deretano, e che la si potesse pronunciare dovunque
senza offendere nessuno. Noterete come egli ponga l'altra
espressione in bocca alle persone che considera noiose.
Tanto basti. È passato un decennio da quando Jack Crabb
parlò dentro il mio apparecchio. Nel frattempo mio padre era
finalmente morto per cause naturali, e così era cominciata una
lunga battaglia legale per l'eredità fra me e il sedicente fratellastro,
illegittimo, comparso dal nulla. Cosa che non dovrebbe
interessarci, in questa, senonché io ebbi, in conseguenza, un
collasso emotivo che mi mise fuori combattimento per quasi
dieci anni. Di qui il lungo indugio fra la concezione di questo
libro e la sua divulgazione.
Ho detto abbastanza, e adesso do la parola a Jack Crabb.
Riapparirò nel breve epilogo. Ma prima voi dovete leggere
questa notevolissima storia.
Ralph Fielding Snell.

Note.
1. Il Traduttore ha limitato le "sgrammaticature” che appaiono nel testo
americano. Qui Jack Crabb usa un linguaggio molto familiare che, pur non
potendo definirsi "corretto”, rimane nei limiti di una libera sintassi. [N.d.R.]


CAPITOLO 1.
UN TERRIBILE SBAGLIO.

Sono uomo bianco e non me lo scordo mai, ma dall'età
di dieci anni mi hanno allevato gli indiani Cheyenne.
Papà mio era predicatore del Vangelo a Evansville,
Indiana. Non aveva una chiesa regolare, ma riusciva a convincere
un certo taverniere a lasciargli usare la sala, la mattina
della domenica, per le sue funzioni. Questa sala era in riva al
fiume, e la gente che ci andava era del tipo dei battellieri del
fiume Ohio, dei mugnai diretti a New Orleans, dei borsaioli,
dritti, puttane e simili, il pubblico preferito dal mio papà, per
le possibilità che offriva di migliorare un numero considerevole
di poveri cialtroni.
La prima volta che entrò nella sala e attaccò la predica,
quel branco di farabutti aveva in mente di fargli la pelle, ma
lui salì sopra il bancone, attaccò a gridare e in un paio di minuti
si chetarono tutti per ascoltare. Come voce mio padre poteva
tener testa a ogni uomo bianco mai vissuto, pur essendo di
altezza media e magro come un manico di piccone. Capisci, lui
riusciva a far sentire una persona colpevole di una cosa a cui
non aveva mai pensato. Deviare, ecco il mestier suo. Con gli
occhi lucidi fissava un qualche tanghero di barcaiolo e gridava:
«Quanto tempo è che non vedi la tua vecchia mamma?».
Era probabilissimo che il tanghero pesticciasse per terra,
si forbisse il naso con la manica, e quando i miei fratelli e
sorelle facevano girare le sputacchiere pulite per la colletta, ci
rammentava cordialmente per il disturbo.
Papà divideva la colletta con il padrone della sala, e questo
era, in parte, il motivo per cui gli era lasciato l'uso della
sala. L'altra parte del motivo era che la sala continuava a funzionare
durante la cerimonia religiosa. Mio padre non era puritano.
Anche lui mandava giù un bicchierino, forse due, magari
tre, mentre faceva la predica, e mai si seppe che pronunciasse
una parola contro gli ubriaconi, o contro le donne, o
contro le carte, o contro un qualsiasi piacere. «Ogni genere di
divertimento è stato inventato da Dio e dunque non può essere,
in sé, cattivo» diceva. «È cattivo soltanto quando il perseguimento
di esso riduce un uomo in quel povero cialtrone che
bestemmia e cicca e sputa e non si lava mai la faccia.» Ecco i
soli peccati specifici che ho sentito menzionare da mio padre.
Non gl'importava nulla di un sigaro, ma s'opponeva a morte
contro l'uso di masticare tabacco, di sparlare, di non lavarsi.
Purché un uomo fosse pulito, a mio padre non importava se si
ubriacava, se giocava fin l'ultimo suo centesimo, da far morir
di fame i figli, o se si ammalava per aver frequentato donne
di bassa estrazione.
A quell'epoca io non sospettavo niente, perché ero un ragazzo,
ma ora capisco che papà era lunatico. Ogni volta che
non delirava, precipitava nel truogolo, e a fatica rispondeva
quando gli si parlava, e nel riempirsi la pancia era deciso come
una bestia. Prima di darsi alla religione era stato barbiere,
e anche dopo continuò a tagliare i capelli a noi ragazzi, e io vi
dico che se il paracleto gli cadeva addosso in quei momenti,
era per davvero una esperienza pericolosa: urlava e saltava e
era anche capace di tagliarti un pezzetto di pelle sul collo, con
le forbici, insieme ai capelli.
Papà mio se la cavava bene in quella sala, anche se, per la
verità, era in corso un movimento fra i predicatori regolari,
per buttarlo fuori di città, perché lui gli portava via i fedeli, a
parte le signore di mezza età, le quali preferiscono il cristianesimo
normale che proibisce tutto. Poi all'improvviso decise
che doveva andare nello Utah e farsi mormone. Fra le altre
cose, gli piaceva l'idea mormona, che un uomo ha diritto a
più mogli. Il fatto è che mio padre, oltre a bestemmiare, ciccare
eccetera, era favorevole alla libertà, di qualsiasi tipo. Personalmente
non gli interessava avere una moglie in più, ma il
principio gli piaceva. Ecco perché la mamma mia non se ne
preoccupava. Era una donnetta piccola con il viso tondo, ingenuo,
un poco cosparso di efelidi, e quando papà si arrabbiava
troppo, nei giorni che non andava a far la predica e quindi a
sbollire, lei lo faceva spogliare e gli grattava la schiena con
una spazzola, e questo lo calmava per almeno quindici minuti.
Papà ci portò tutti a Independence, nel Missouri, qui comprò
un carro e un attacco di buoi, e prendemmo la strada della
California. Per quanto io mi rammento, era la primavera
del 1852, ma ancora s'incontrano parecchi poveri diavoli che
vanno in coda alla febbre dell'oro cominciata nel '48. Passò
poco tempo, e mettemmo insieme un treno di sette carri e due
cavalli, e gli altri avevano scelto papà come capo, anche se lui,
di traversar pianure, ne sapeva quanto ne sapevo io del dialetto
dei cinesi che avrebbero costruito, lavorando sedici ore al
giorno, la ferrovia verso il Pacifico. Ma siccome era sempre
pronto a urlare, immagino che si fossero messo in mente che,
non potendo riuscire a chetarlo, tanto valeva farlo capo. Ma
anche così, ogni sera, alla sosta, attorno al fuoco, lui faceva la
predica, e tutti loro la richiedevano, perché come tutti quelli
che han rinunciato a ogni cosa per amore di una sola grande
idea, periodicamente perdevano ogni speranza. Dovrei dare
un esempio della predicazione di papà, perché se non lo risentiamo
adesso non ci sarà altra occasione, ma questo non significa
poi molto, a cento anni di distanza, se il lettore se ne sta
seduto su una comoda poltrona, mentre la predica avveniva di
sera, all'aperto, dinanzi alla prateria, accosto all'odore dolciastro
d'un fuoco di sterco secco di bufalo. Potrebbe anche sembrare
un poco matta, la predica, se non riuscissi a mostrarne
l'autentica ispirazione, la quale dipendeva più dal suono della
voce che dal senso delle parole. Così credo, ma forse dipende
dal fatto che a quel tempo ero solo un bambino. Ironia della
sorte, mio padre era piuttosto simile a un indiano.
Gli indiani. Più volte, traversando il territorio del Nebraska,
seguendo il fangoso Platte, incontravamo piccoli gruppi
di Pawnee. Gli indiani per me erano indiani e naturalmente,
da ragazzo, mi andavano bene, in generale, perché non pareva
che avessero una meta. Quelli che si vedevano, sempre comparivano
da sopra la catena montuosa soprastante, quando il treno
dei carri era distante un quarto di miglio, e tiravano avanti
sui loro cavallini come se dovessero andare oltre, ma poi all'improvviso
facevano un bel dietrofront, quando erano alla
nostra altezza, e venivano a chiederci da mangiare. Soprattutto
volevano caffè, e cercavano di convincerci a fare una sosta per
preparargliene un bricco, anziché porgergli un pezzo di pancetta
o una zolla di zucchero bianco. Io credo di sapere quello
che preferivano, anche più del caffè: farci fermare. Per far
impazzire un indiano, niente di meglio che un movimento regolare
e monotono. Ecco perché non solo non hanno mai inventato
la ruota, ma neanche l'hanno adottata quando gliela
portò l'uomo bianco, fino a che sono rimasti selvaggi, pur
avendo la sveltezza di pigliare il cavallo e il fucile e il coltello
d'acciaio.
Però il caffè gli piaceva proprio, e se ne stavano seduti
sulle loro coperte, a fare di sì col capo e a dire «Hau hau, bono
bono» a ogni sorsata, e poi anche masticavano il biscotto
che dava la mamma e dicevano «Hau hau, bono bono» dopo
ogni boccone.
Papà - c'era da aspettarselo - era molto in faccende
con gli indiani, perché gli indiani facevano il loro comodo, e
cercava sempre di coinvolgerli in una discussione filosofica, discussione
disperata per il fatto che loro non sapevano l'inglese,
e lui non conosceva il linguaggio dei gesti. Ed è un peccato,
perché, come poi venni a sapere, nessuno come il pellerossa
ama le lunghe chiacchierate.
Una volta finito, i Pawnee si alzavano, si stuzzicavano i
denti con le dita, dicevano «bono, bono» ancora un paio di
volte, saltavano sui cavalli e via, senza neanche una parola di
ringraziamento; ma alcuni a volte ci stringevano la mano,
usanza appresa appena allora dall'uomo bianco, e siccome tutto
quel che l'indiano apprende diventa una mania, quelli che
l'avevano appresa stringevan la mano a tutti gli individui della
carovana, uomini, donne, bambini e lattanti; anzi io mi
chiedevo perché non stringessero anche la zampa destra, davanti,
dei buoi.
Non dicevano mai grazie perché a quell'epoca ringraziare
non faceva parte del loro galateo, ed essi avevano già dimostrato
la loro cortesia con quel continuo ”hau hau" che significava
ovviamente "buono, buono”. Puoi frugare il mondo intero
e non trovi persona più educata di un indiano. Lo scopo
di queste visite aveva in qualche modo a che fare con la buona
educazione, perché questi tali non erano mendicanti nel
senso bianco, quel tipo di degenerati che io ho visto nelle
grandi città, che non hanno altro mezzo di sostentamento. Secondo
la regola indiana, se vedi un forestiero, o ci mangi insieme
o ci fai a botte, ma più spesso ci mangi assieme, le botte
essendo un'intrapresa troppo importante per sprecarla su qualcuno
che a fatica conosci. Può succedere a tutti di essere capitati
in un loro accampamento, e loro avrebbero dovuto darci
da mangiare.
Questa faccenda continuava a crescere ogni giorno di più,
perché io mi immagino che ogni Pawnee dicesse all'altro:
«Dovresti andare a quel treno di carri a prendere biscotto e
caffè», è siccome noi si viaggiava con quei buoi solamente a
due miglia circa all'ora in movimento, e ci si fermava a fare il
caffè, sicché tutto si rallentava ancora, per diverse settimane si
restava nell'ambito della tribù. Venivano fuori bande sempre
più grandi, comprese donne e persino bambini a sedere sui pali
a strascico dietro ai cavalli. Così, quando giungemmo nel
territorio cheyenne, nell'angolo sudoccidentale di quello che
oggi si chiama lo stato del Wyoming, e tutto ricominciò
daccapo con una nuova tribù, tutti quanti sui carri avevano
finito il caffè, sicché questa era la maggior mercanzia che intendevamo
recuperare alla fermata di Forte Laramie, dove s'incontrano
i fiumi Laramie e North Platte.
Ma a Laramie avevano finito i chicchi e non aspettavano
un altro rifornimento entro la settimana, perché questo accadeva
alcuni anni prima della ferrovia. Strano a dirsi, papà mio
aveva voglia di aspettare, ma gli altri non vedevano l'ora di ripartire
per la California, essendo tutti già tre anni in arretrato.
Jonas Troy era un ex ferroviere venuto fuori dall'Ohio.
Ricordo che aveva una barbetta, una moglie magra e un ragazzo,
d'un anno circa più anziano di me, un ragazzo molto
odioso, che tendeva a prendere a calci e a morsi il suo prossimo,
quando il gioco gli andava male, e se tu reagivi si metteva
a piangere.
«Agli indiani» diceva il signor Troy «piace più il whiskey
che il caffè. E poi, è più facile servirlo. Non occorre fermare
la marcia, basta dare la brocca.»
In questo preciso momento Troy e papà mio stavano davanti
alle botteghe di Laramie, costruite all'interno della palizzata
di difesa. Saranno state una decina di persone quelle
che passarono davanti a loro, prima che arrivassero alla decisione
che li avrebbe convinti altrimenti, salvando loro la vita
- cacciatori, guide, soldati, persino gli stessi indiani - ma naturalmente
neanche pensarono a chiederlo: Troy perché credeva
a tutto quello che gli veniva in mente e gli confermava
papà mio, e papà perché, basandosi sugli incontri con i
Pawnee, riteneva di conoscere fino a fondo l'indiano.
«Certo» disse papà. «Posso dirti, fratello Troy, che la
natura del fluido non riguarda il pellerossa. È l'atto della libagione,
in sé. Rammenta che sta scritto nel Libro di Mormon
che l'indiano accoglie in sé le ultime tribù d'Israele. Questo
spiega la mia difficoltà di colloquio con quei nobili esemplari
lungo il Platte, ignorando tutte le parole d'ebraico, anche se
ho intenzione di studiarlo quando arriveremo al Lago Salato.
Ma il Signore, nella Sua imperscrutabile saggezza, mi ha permesso
di comunicare direttamente, cuore a cuore, coi nostri
fratelli rossi, e quello che io sento è amore e giustizia. Commisti.»
E così comprarono numerose brocche dai mercanti e poco
dopo partimmo da Laramie senza caffè. Rammento ancora di
aver visto i campi sul lato occidentale del forte, pieni della roba
buttata via da altri che eran passati prima: tavole e sedie di
quercia, una libreria con gli sportelli di vetro, un sofà coperto
di velluto rosso... Incredibile la roba che certi si portano dietro
per traversare mille miglia di erba da bufali, di deserto, di fiume
e di montagna. C'erano anche, buttati via, parecchi libri,
tutti spalancati e arricciolati dalla pioggia, e mio padre perse
del tempo a rovistarne alcuni, nella speranza di trovare il Libro
di Mormon di cui parlava senza averne mai vista una
copia, giacché tutte le sue informazioni in proposito gli venivano
da un calderaio viaggiante che veniva al saloon di Evansville,
e per giunta era ubriaco. In verità, se ci ripenso, non
credo che mio padre sapesse leggere, e quei brani del Vangelo
che citava li aveva sentiti dire da altri predicatori, quando faceva
ancora il barbiere.
A un paio di giornate dal forte, sulla riva meridionale del
Platte Settentrionale, sempre in zona di erbe anche se dinanzi
a noi cominciavano erti picchi isolati, e ancora più in là i Monti
Laramie incappucciati di neve, ed eravamo se ben ricordo ai
primi di giugno, sì che ci si presentava l'occasione di sperimentare
la teoria di Troy. Qui infatti, dalla direzione del fiume,
le zampe dei cavalli ancora gocciolanti acqua, venne una
banda di una ventina di Cheyenne. Il Cheyenne è un bell'uomo,
di solito alto e asciutto, e come accade a tutti i grandi
guerrieri, ha la tendenza alla vanità. Come vuole la cortesia in
caso di visita, questi tali erano tutti adorni di collane e placche
fatte con ossa congiunte, e avevano i capelli fermati con il nastro
che portano i mercanti. La maggior parte avevano un'unica
penna d'aquila, e uno un cappello a cilindro scoperchiato
per far respirare la testa.
Come al solito, erano comparsi all'improvviso sopra un
picco, con il nostro treno alla distanza di un quarto di miglio.
Di rado incontri un gruppo d'indiani in movimento su uno
spazio piano; seguono terreni frastagliati, naturalmente, ma
un uomo bianco normale non regge il confronto con loro.
Anche dopo aver vissuto parecchi anni fra i pellerossa, non
riuscivo ancora a spiegarmi come facessero a sapere che c'era
gente nei dintorni. Piantano la lama di un coltello nel terreno
e mettono l'orecchio alla impugnatura, ma di solito la preda
la si sente solo se arriva al galoppo. Oppure ammucchiano un
tumulo di pietre sulla cresta di un monte, da tenere coperto il
capo, e così spiano la vallata circostante. Ma la prateria è un
succedersi di ondulazioni, come acque d'oceano raggelate, e
siccome da un'altura tu riesci a vedere soltanto il tratto interposto
fino all'altura successiva, ti perdi tutto quello che ci sta
dietro. E gli indiani non scelgono un'altura qualsiasi; solo alcune;
e quando guardano, in generale vedono qualcosa.
L'idea di Troy, servire whiskey dal carro in movimento,
prima ancora di provarla si dimostrò impossibile. Un carro in
movimento, a quell'epoca, era stabile come una slitta trainata
su un terreno ingombro di sassi, e i sobbalzamenti bastavano a
spezzettarti una fetta di pane prima che t'arrivasse alla bocca.
Figuriamoci una qualsiasi bevanda. E poi, i Cheyenne volevano
far le cose in regola e scesero da cavallo non appena ci ebbero
raggiunti, volendo anzitutto stringerci la mano, sì che bisognò
per forza fermarci.
Quello con il cilindro era il capo. Aveva indosso una di
quelle medaglie d'argento che il governo concede alle persone
importanti, quando si firma un trattato; mi pare che sulla medaglia
sua ci fosse l'immagine del presidente Fillmore. Era più
anziano degli altri e aveva in mano un vecchio moschetto dalla
canna lunga quattro spanne.
Finora non ne ho fatto parola, ma la mia sorella più anziana
era alta sei spanne abbondanti, ed essendo di costituzione
assai forte, era ancor nubile a più di vent'anni d'età: una
gran ragazzona ossuta con una testa fiammante, color dell'arancio.
Superava il papà nella guida del traino di buoi e menava
la frusta meglio di tutti, eccettuato Edward Walsh, il
quale era un irlandese di Boston che pesava più di un quintale
e come cattolico non gli interessava la predicazione di papà,
ma tuttavia la tollerava perché, a parte la sua famiglia, non
ce n'erano altri della razza sua; e gli altri tolleravano lui
perché era così grosso.
Il nome della sorella era Caroline, e per via della mole, e
facendo il lavoro d'un uomo, andava vestita da uomo durante
la marcia - stivali, calzoni, camicia, cappello a cencio - anche
se qualcuno la biasimava per questo.
Persona molto atletica e temibile, balzò da cassetta a terra
all'avvicinarsi degli indiani, e Cilindro le venne incontro, tendendo
la mano scura mentre con la sinistra reggeva il vecchio
moschetto di traverso davanti a sé e teneva anche la coperta
rossa per non farla cadere.
«Molto contenta di fare la vostra conoscenza» dice Caroline,
che è piuttosto più grossa del vecchio capo, e gli dà uno
strizzone così forte che tu vedi il dolore salirgli su fino al cappello
e poi giù lungo l'altro braccio. Per poco non perse la coperta.
Sotto aveva il petto nudo, e fu così che io gli vidi la
medaglia e anche una cicatrice sulla pancia che pareva una
saldatura sopra un pezzo di ferro. Da qui il nome con cui era
noto fra i bianchi, Scar Belly, che vuol dire Pancia con la Cicatrice,
mentre fra i Cheyenne il suo nome era Mohk-se-a-nis,
cioè Pellevecchia, o anche Wohk-pe-nu-numa, cioè Tuono Dipinto.
Il suo nome vero non lo seppi mai, perché il nome vero
fra gli indiani è un segreto; e se tu lo scopri e chiami un uomo
col suo nome, come minimo quello si sentirà terribilmente
insultato, e come massimo gli toccheranno dieci anni di malasorte.
Pellevecchia (per il momento non aveva detto il suo nome,
cosa che a un indiano pare di nessuna importanza, ma in
seguito lo avrei rivisto parecchie volte), quando si riebbe dalla
stretta di mano inflittagli da Caroline, attaccò a parlare in
cheyenne, essendo questa una fase della sua cortesia, mentre
l'altra fase consisteva di dire, fra un periodo e l'altro, le parole
inglesi a lui note, vale a dire "accidenti” e "Gesucristo”,
parole che gli aveva insegnato, per ischerzo, qualche nostro
predecessore immigrante o soldato a Laramie, e naturalmente
non capiva che queste erano brutte parole, e neanche lo
avrebbe capito spiegandoglielo, dato che gli indiani non hanno
parolacce nella loro lingua, anche se molte cose per loro
sono tabù: per esempio, dopo sposati, non si può pronunciare
il nome della suocera.
Papà mio stava in piedi accanto a Caroline, e io non so
che cosa lo turbasse di più, se quelle parole o l'attenzione che
il capo indiano dedicava a mia sorella: sta il fatto che avanzò
d'un passo, si mise davanti a lei e disse: «Se cercavate il capo
del treno e il direttore spirituale di questo gregge, quello
son io, Vostro Onore».
Allora strinse la mano a Pellevecchia, e questo trasse da
una borsa ornata di perline che portava in prossimità del ventre
un pezzo di carta sporca e gualcita, su cui un qualche uomo
bianco aveva scritto ciò che segue:
«Stoquì è Panciabucata è un buon indiano e fa il bagno
'navolta l'anno anche se non ha bisogno e assolutamente non
vi taglia la gola se gli tenete il fucile puntato addosso il suo
cuore è nero come la sua pelle e io sono amico vostro
«Billy B. Darn».
Evidentemente il capo pensava che questa fosse una specie
di raccomandazione, perché aveva l'aria fiera mentre mio fratello
Bill, a richiesta del mio papà, leggeva a voce alta (ecco
la ragione per cui ho già detto che secondo me papà non sapeva
leggere; ma son passati più di cento anni e non posso rammentare
ogni cosa).
Papà era persona cortese con gli estranei, specialmente se
selvaggi, e allora fece finta che il biglietto dicesse qualcosa di
buono e invitò tutti a bere, cosa che non credo il Cheyenne
capisse subito. La parola ”whiskey” la sapevano senz'altro, ma
papà mio disse invece "libagione”, quelli non capirono neanche
quando Troy e i nostri uomini tirarono fuori le brocche.
Capisci, un indiano immagina che mai un uomo bianco assennato
gli dia del liquore se prima non ha avuto il suo tornaconto.
I mercanti lasciavano sempre per ultima la faccenda
del whiskey, tiravano fuori i barilotti e se ne andavano più
svelti che potevano.
Gli indiani sono i primi ad ammettere che non reggono
l'alcool, e persino in quei lontani giorni i capi cercavano di
vietarlo ai loro giovani, anche se un capo pellerossa ha solo
potere consultivo, che spesso viene ignorato. Pellevecchia non
riusciva a credere che dieci uomini bianchi, contando naturalmente
quelli grossi, per metà non armati e con solo due cavalli
e con sette carri pieni di dodici fra donne e ragazze e otto
bambini piccoli, offrissero whiskey a una quarantina di guerrieri
Cheyenne in piena prateria. Se lo avesse creduto, avrebbe
avvisato papà prima di bere, perché gli indiani in questo sono
leali. Non provano alcun senso di colpa per ciò che fanno sotto
l'influenza del liquore, che considerano una specie misteriosa
di potenza, come un ciclone; e non c'è motivo di biasimarti
se tu sbatti a terra qualcuno nel caso che sia stato un gran
vento a investirti e a farti urtare con lui; anche se, vedendo il
vento che arriva, dovresti dirgli di spostarsi. Questo succede
a un indiano quando si sbronza, se non ha nulla contro di te.
Pellevecchia prese il bicchiere di latta che gli porgeva mio
padre e lo vuotò d'un sorso, come se fosse acqua o caffè freddo,
rovesciando la testa all'indietro fino a far cadere il cilindro.
Aveva già il liquido in gola prima che ne capisse la natura,
e si può dire che, contemporaneamente alla scoperta venne
la sbornia, con gli occhi che gli nuotavano come due uova
crude e scocciate. Cadde all'indietro, per terra e scalciò con tale
forza che un mocassino volò via e andò a sbattere contro la
copertura del nostro carro. Cadde anche il moschetto, bocca in
giù, a pescare terra con la punta della canna, della qual cosa
riparleremo.
Intanto i nostri uomini, per cortesia, fecero finta di nulla e
passarono agli altri indiani. Non avendo tirato fuori altre tazze,
fecero girare le brocche, sorridendo e stringendo mani, e
Troy si convinse che la sua idea funzionava tanto bene che cominciò
a dar manate sulle spalle a quei guerrieri, come se fossero
compagni di taverna. Ora io, che pure avevo dieci anni,
capii che i Cheyenne non intendevano il significato di questo
comportamento: fargli un regalo con una mano e colpirli
con l'altra, e tutte e due le cose a opera di un individuo di razza
differente, può mettere in discussione tutto quanto il galateo
di un indiano, come accadrebbe a un cavallo che tu con
una mano nutrisci e con l'altra frusti.
Gli altri non si ubriacarono così alla svelta come
Pellevecchia, per il quale la sorpresa era stata più forte del beveraggio.
Poiché l'avevano visto, erano in qualche misura preparati -
per quanto può esserlo un pellerossa - e subirono a gradi
l'influenza dell'alcool: una specie di patetica gratitudine quando
fu loro porta la brocca, perplessità alle manate che Troy
dava loro sulla spalla, poi il lento inizio di una specie di ebbrezza
quando il liquido colpì lo stomaco - e tutto questo
quasi in silenzio, a parte naturalmente gli «hau hau» e i
brontolii di soddisfazione.
Avremmo anche potuto andarcene dopo che ciascuno ebbe
mandata giù la sua dose, ma Pellevecchia tornò in vita, si
alzò e disse che era pronto a barattare il suo cavallo, il cappello
a cilindro, la medaglia governativa, il moschetto, insomma
tutto, perfino quello straccio di brache che aveva indosso, per
una seconda bevuta.
«Neanche a dirlo» fece papà. «Non costerà nulla, a un
patriarca del deserto, condividere la nostra ospitalità. Vorrei
soltanto saper parlare l'ebraico.» E detto questo porge al capo
una brocca, tutta per lui.
Lo stesso fa Troy con un guerriero dal naso schiacciato, e
gli dà anche la pacca sulla spalla. Quel tale, di nome Gobbo,
lentamente deglutisce, si lecca le labbra, restituisce la brocca,
fa una smorfia come se sentisse qualche cattivo odore, poi attacca
a ululare come un coyote sotto la luna piena. Tutti gli
altri fino a questo punto se ne stanno zitti, tanto la cosa pare
buffa, e Pellevecchia tira il fiato fra un sorso e l'altro dalla
brocca, e con occhi di vetro guarda Gobbo, e questo fatto par
che secchi il Gobbo, infatti tira fuori il tomahawk di ferro e si
avventa contro il capo, il quale leva il vecchio moschetto e
spara contro l'altro, ma come ricorderemo la canna è intasata
di terra, e la canna si disfa come una buccia di banana, fin
quasi all'otturatore.
In ogni modo Gobbo è spaventato dall'esplosione e anche
incapace di rispondere a dovere perché non possiede un'arma
da fuoco, ma soltanto un arco buttato sulle spalle insieme a
una faretra piena di frecce. Lentamente si volta, leccandosi le
labbra, e vede Troy che sta porgendo ristoro a un giovinastro
chiamato Ombra che Appare alla Vista (nomi che appresi più
tardi). Gobbo cerca ispirazione nella schiena di Troy, poi gli ci
dà una pacca con la mano sinistra, come appunto aveva fatto
Troy, al che l'uomo bianco si volta, contento come chi va a
una festa (sia papà che lui avevano ignorato il colpo di moschetto)
e Gobbo gli pianta la lama dell'accetta nella fronte.
Era uno di quei normali tomahawk che dalla parte opposta
alla lama hanno una pipa che si può fumare facendo un foro
nel manico.
Per un istante Troy guarda con occhi stravolti il manico
di legno che si stende parallelo al suo naso, poi Gobbo ritira
l'arma, lasciando che la vittima cada all'indietro sputando sangue.
Ombra che Appare alla Vista, con occhi ottusi, prende
al volo la brocca dalle mani di Troy, mentre questi cade. Gobbo
si abbranca a Ombra, che gli dà un colpo in faccia con la
brocca di pietra, così forte che si rompe e ora tutti e due sono
coperti di alcool. La narice destra di Troy è staccata dal naso,
a parte un breve filo di carne, e la sua faccia è tutta coperta da
un reticolo di sangue, eppure si unisce a Ombra, ora che
quanto li distingue si sta perdendo per terra, in un nuovo attacco
alla brocca più vicina.
Da questo punto in poi la rissa si fa generale e il chiasso
quanto mai barbaresco; strilli, ululati e urli, tintinnio di acciaio
sull'osso, il brontolio soffocato della carne che si apre, il tonfo
delle armi da fuoco, e il ronzio delle frecce in partenza e lo
schiocco dell'arrivo.
Le donne e noi ragazzi stavamo indietro, accanto ai carri,
e se anche non riuscivo a distinguere il mio papà nel mezzo
della mischia, sentivo la sua voce al disopra di tutto quel
baccano: «Fratelli, dove ho fallito?». Poi mandò giù una
gozzata di liquido e rese l'ultimo respiro. L'ultima volta che lo vidi,
la mattina dopo, le frecce lo inchiodavano a terra come una
pelle tesa ad asciugare. Eppure aveva ancora lo scalpo, perché
qui si trattava di whiskey e non di guerra, e quando non sono
dell'umore giusto gli indiani non prendono trofei. Si pestarono
fra di loro quanto con i bianchi, e Mucchio d'Ossa fece saltare
la nuca di Bianco Contrario con un colpo di pistola a
pallettone, sì che il cervello ruscellò come acqua da un recipiente
bucato; barcollò a lungo prima di cadere, trattenendo la brocca
che gli era costata addirittura la vita, e Mucchio d'Ossa dovette
strapparla dalle mani di un cadavere.
Walsh, che essendo irlandese aveva bevuto in precedenza,
dentro il carro prima di andare a sistemare i Cheyenne, tirò
fuori un coltello dallo stivale, ma nella mischia il coltello gli
si voltò contro e gli bucò la pancia; moriva con gemiti tremendi.
Negli altri casi i nostri caddero senza opporre resistenza.
Giù in fondo, riconobbi Jacob Worthing dalla suola degli
stivali, che era nuova, gliela avevano messa a Laramie. John
Clairmont, dell'Illinois, giaceva con il capo puntato verso i
carri; lo riconobbi perché era calvo. E nel pieno della mischia
ormai terminata, sorgeva un boschetto di frecce sull'erba calpesta.
Si seppe poi che le frecce eran confitte nel mio papà,
anche se per il momento questo io non lo seppi, vidi soltanto
le cocche piumate simili a un'erba di prateria.
Per un pezzo, dopo aver sistemati i bianchi, i Cheyenne
continuarono a succhiare dalle brocche, senza badare a donne
e bambini. Si spiega così perché la moglie e il figlio di
Worthing poterono andarsene: lei si tirò su e prese a correre, dietro
la copertura dei carri, verso i Monti Laramie incappucciati
di neve, così lontani anche se parevano vicini, come sempre
accade delle alture in mezzo alla prateria. Per un miglio io vidi
la signora e il bambino, ma solo a tratti, perché sparivano
dietro le ondulazioni del terreno per ricomparire sulle elevazioni;
alla fine scomparvero dietro un'altura e da quel giorno
non ho più saputo nulla di loro. Tutti noialtri restammo lì, attoniti,
senza nemmeno piangere.
Ma il piccolo Troy a questo punto scattò e fece una mossa
disperata. Corse verso il cadavere del suo papà, prese il coltello
da macellaio che questi portava nel fodero alla cintura e
colpì al fianco un Cheyenne alto che fra una sorsata e l'altra
cantava, ubriaco. Agli indiani piace, in un ragazzo, questo tipo
di zenzero, e se questo indiano in particolare non fosse stato
ubriaco, forse gli avrebbe dato un regalo e un nome di guerriero,
ma invece era nelle mani del diavolo, sollevò la lancia a
cui si teneva appoggiato e alzò il ragazzo da terra infilandolo
con la punta, che gli uscì dalla schiena della camicia azzurra,
direttamente, accompagnandosi a un largo fiore scarlatto. Il
Cheyenne la liberò poi con un calcio, e il ragazzo cadde sulla
prateria con il rumore di uno straccio bagnato sbattuto sul
piano di un bar.
Quel ragazzo aveva paura dei suoi coetanei, e invece attaccò
un indiano alto quasi sette spanne. A dir la verità, credo
che a quell'epoca gli altri bambini mi considerassero un bullo,
anche se pesavo poco e parevo un passerotto; perché ero il più
giovane in famiglia e ne buscavo spesso da fratelli e sorelle, e
di questo trattamento ripagavo chi non m'era parente. Ma al
vedere uomini bianchi ricevere un simile castigo da parte degli
indiani, devo ammettere che mi feci acqua nelle brache.
Una decina di Cheyenne erano ancora in sé quando il
whiskey fu finito anche se alcuni giacevano supini come morti
o feriti, guardando il cielo con occhi di vetro. Altri sedevano
sulle natiche ossute, guardandosi l'inguine, basiti, altri ancora
gemevano come cani feriti. Pellevecchia se ne stava accoccolato
col viso rugoso volto verso Caroline. Dopo tutto quel finimondo,
al quale, avendo una brocca tutta per sé, non aveva
partecipato se non forse per sedarlo, stava ancora cercando di
capire che gioco fosse il suo e mia sorella, dal proprio canto,
lo stava studiando, attraverso, mi parve, la parte peggiore del
carnaio. Da un anno a quella parte, lei era stata un tipo singolare
di persona, piuttosto avanti nei rapporti col sesso maschile,
ma più simile a un altro uomo che a una sgualdrina.
Gobbo spaccò con l'accetta l'ultima brocca e se ne passò i
frammenti sulla lingua. Dal naso gli gocciava sangue fresco,
dove le narici s'erano completamente staccate e perse, e il suo
mento era rosso, e gli si tingeva anche lo sterno, ma sostanzialmente,
anche così, era pur sempre un indiano dall'aspetto
simpatico. Aveva la bocca più larga che io abbia mai visto in
una creatura umana, e il suo naso, grosso anche prima, adesso
lo era di più. Aveva, per un Cheyenne, occhi grandi. Li volse
nella nostra direzione, scrutandoci uno per uno.
È vero che, salvo la signora Worthing e suo figlio, nessuno
tentò di scappare; ed eccettuato il giovane Troy nessuno tentò
di battersi. Non c'erano, sul nostro treno, donne pioniere capaci
di sparare. Persino Caroline non conosceva altra arma
che la frusta. E la frusta teneva nella mano sinistra, per il manico,
con la lunga coda abbandonata per terra alle sue spalle.
Non le mancavano certo i bersagli da colpire, e invece stava lì
a scrutare il vecchio capo.
Una delle nostre coppie era originaria della Germania, e
tutti li chiamavano Dutch Rudy e Dutch Katy, i soli senza
prole. Individui tondi e rosei, un quintale ciascuno, non persero
un grammo in quelle settimane di marcia, per via del fatto
che avevano caricato il loro carro di patate. Adesso io vedevo
la pancia di Dutch Rudy sorgere come una montagnola dalla
pianura, lontana qualche metro. Dutch Katy se ne stava appoggiata
al carro, distante due carri dal nostro, con in capo il
suo cappellino azzurro contro il sole, e dove si vedevano, i
suoi capelli erano chiari e sottili come la barba del granturco.
Come tutte le donne di quei tempi, era più o meno informe
dentro il vestito, solo che era abbondante, molto più abbondante
delle altre. Era un gran tocco di carne, e proprio su di
lei gli occhi di Gobbo si fermarono.
Avanzò barcollando, e Katy capì che ce l'aveva con lei e
attaccò a parlare in tedesco, ma quando, dopo un poco, fu
chiaro che non intendeva ucciderla, o almeno non prima di essersi
preso il suo piacere, la donna scivolò lentamente al suolo
come se si squagliasse al sole e Gobbo frugò fra le sottane
e la roba sottostante, fino a denudarle i fianchi massicci, premendovi
contro la sua carne scura, così sporco, insanguinato,
sudato, e tossiva come un mulo. Dutch Katy, come tutti i suoi
conterranei, era sempre stata una maniaca della pulizia. A
ogni tappa si lavava, entrando nel fiume con indosso un ampio
vestito, per pudore, e più d'una volta s'era salvata per un pelo
dalle sabbie mobili di cui è pieno il Platte. Rammento che
una volta dovettero gettarle una fune e tirarla fuori con l'aiuto
di un bue.
Questo gesto scatenò un moto generale dei Cheyenne verso
le nostre donne, e siccome erano più i primi che le seconde,
ricominciò la lotta che era da poco terminata per causa del
whiskey, e daccapo indiani uccisero indiani ma ne restarono
abbastanza per montare le mogli di Troy e di Clairmont, e le
sorelle Jackson - e se tu pensi che vi fossero urla da parte
delle vittime, ti sbagli; mentre quelle che non furono violentate
se ne stettero a guardare quelle che violentate erano, quasi
aspettando il loro turno, coi figli adunati attorno a sé.
Poi finalmente Caroline si svegliò, quando Lupo Macchiato
si fece incontro a mia madre. Gridò rivolta a Pellevecchia,
che le rispose con un ghigno. Bill, il mio fratello quindicenne,
e Tom, che aveva dodici anni, corsero a nascondersi sotto il
carro, fra i secchi che ci stavano appesi.
Restavo io, con le brache bagnate, e le mie sorelle Sue Ann
di tredici anni, e Margaret, di undici, aggrappati alle gonne
di mia madre.
Caroline tentò ancora di far intervenire il capo, ma è probabile
che non capisse cosa voleva, ed è sicuro che se anche
avesse capito non avrebbe potuto far nulla, e l'ombra di Lupo
Macchiato, un indiano enorme, era già su di noi e ne sentivamo
la puzza. Mia madre pregava sottovoce, gemendo. Io alzai
gli occhi e vidi la faccia del Cheyenne, che non aveva quel
che di norma si direbbe un'espressione crudele o indecente,
ma semmai trasognata e gioviale, come se ogni cosa fosse disponibile
per le sue brame.
In quel momento la nera coda della frusta di Caroline gli
si avvolse al collo come un serpente, sollevando la collana di
denti d'orso, ed egli cadde all'indietro, spaccandosi la testa su
un sasso, e non risorse più.
«Tu sali sul carro coi ragazzi, mamma» disse Caroline,
raccogliendo freddamente la frusta e avvolgendola. «Questi
individui non vi daranno più fastidio.» Caroline era assolutamente
sicura di sé nel dire questo; era arrogante come il mio
papà.
Pellevecchia indicava il corpo privo di coscienza di Lupo
Macchiato e si sbellicava dal ridere. Questo fece rabbia a Caroline,
ma anche piacere, e diede una frustata, se così può dirsi,
civettuola al capo. Cadde supino a braccia aperte e fece
un'altra risata con la sua bocca vecchia, scura come una grotta
piena di pipistrelli, nel sole. Aveva i piedi ancora nudi e il fucile
scoppiato giaceva accanto a lui come lo scheletro di un
ombrello aperto.
Mamma fece quel che aveva detto Caroline, radunò noi
ragazzi, compresi i due vigliacchi rimasti accanto allo sterco
dei buoi, e salimmo sul carro, e trovammo posto per tutti
quanti, anche se in realtà non ce n'era, per via dei mobili, casse
e sacchi che rappresentavano i nostri beni mondani. Avevo
in faccia la scarpa di Tom, piuttosto schifosa pensando dove
aveva messo i piedi, e io stavo avvinghiato a un barile che
adesso conteneva terraglie, ma un tempo aveva accolto pesce
salato, senza perderne l'odore. Ma eravamo felici di ritrovarci
vivi, così non si sentirono lamentele.
Restammo lì tutto il pomeriggio; era come star chiusi in
un sacco esposto al sole, perché la roba dentro il carro toglieva
l'aria senza isolare nessuno. Fuori il rumore cessò entro
un'ora, e quando più avanti, nel pomeriggio, Bill ebbe il coraggio
di sollevare il telo sulle fiancate e di far capolino, riferì
che non c'era nessuno in piedi, a portata d'occhio.
Avemmo tutti un brivido al cigolio di qualcuno che saliva
a cassetta, davanti, ma Caroline fece a sua volta capolino e
disse: «Calma, gente. State dove siete e non vi preoccupate.
Io sto qui a sedere tutta la notte».
Mamma bisbigliò: «Non puoi far nulla per il tuo povero
papà, Caroline? Cosa gli è successo?».
«È proprio morto» disse Caroline, schifata. «E con lui
tutti gli altri, e io ho già abbastanza da fare, non posso occuparmi
di tener lontani i bozzagri dalle loro carcasse.»
«Sapete» disse la mamma rivolta a tutti noi. «Se avesse
avuto il tempo di imparare la lingua ebraica, sarebbe andato
benissimo.»
«Sì, mamma» rispose Caroline e poi tacque.
Dopo un poco riuscii ad addormentarmi, e abbrancato a
quel barilotto rimasi nel sonno fino all'alba, quando Sue Ann
mi destò stuzzicandomi con un manico di vanga insinuato fra
il carico. Tutti gli altri erano in piedi, fuori, e anch'io uscii col
corpo che mi doleva e la mente vuota, fino a che toccai terra
e sentii il rumore delle pale. Le donne sopravvissute - ed erano
tutte, io credo, perché avevano avuto l'accortezza di non
resistere, e una volta finito gli indiani ubriachi erano stati
troppo fiacchi per fare altro danno ed erano crollati - stavano
scavando le fosse con l'aiuto dei ragazzi più grandi.
Già il pomeriggio precedente, con il sole così caldo, coyote
e uccellacci avevano subito capito la situazione ed erano venuti
a far visita al campo. Con risultati abbastanza sinistri
Ora la gente si era messa in moto, gli uccelli roteavano alti,
e i coyote se ne stavano sulla prateria, fuor della portata dei fucili.
I Cheyenne erano scomparsi, e con loro i morti Quando
ne chiesi a Caroline, che sosteneva d'essere rimasta sveglia tutta
la notte, e quindi doveva sapere, disse: «Non te ne preoccupare,
semmai aiuta gli altri a sistemare il papà».
Fu allora che vidi il mio papà per l'ultima volta, giacente
come ho già descritto. La mamma e gli altri della famiglia
schiodarono il suo corpo dal terreno, e lo calammo nella fossa
esigua scavata da Caroline, poi la colmammo, e bastarono poche
palate, ricordo, per coprirgli la punta del naso. Lì accanto,
Dutch Katy rendeva lo stesso servigio a Dutch Rudy. Indossava
un vestito nuovo e i suoi capelli biondi erano scuri di bagnato:
chiaro che era già scesa al fiume per fare il bagno.
Non dirò che non ho mai visto un tedesco sporco, ma quelli
puliti per la verità esagerano.
Ormai avevamo finito di sotterrare i nostri uomini, quando
qualcuno alzò gli occhi e strillò come un corvo, e c'erano
tre Cheyenne che venivano giù per il pendio. Pellevecchia e
due guerrieri, ognuno dei quali si portava dietro quattro cavalli.
Non parevano disposti alla violenza, ma questa seconda
comparsa era troppo per la maggior parte di noi, e per la prima
volta la nostra gente cominciò a urlare e a piangere. Tom
e Bill si buttarono sotto il carro. Caroline fece eccezione.
Rammento che mi aggrappai alle sue anche ossute, spaventato
anch'io, e alzando gli occhi osservai nelle sue narici un'espressione
strana, come di un cavallo che annusa l'acqua.
Gli altri due, coi cavalli alla cavezza, rimasero indietro
una trentina di passi, mentre Pellevecchia si fece avanti sul
suo cavallino pezzato, che aveva persino le occhiaie. Levò la
mano e per una quindicina di minuti predicò in uno strano
falsetto. Il cappello a cilindro era più sfasciato del giorno prima,
ma per il resto pareva in forma perfetta.
Fu strano il modo in cui, in un attimo, tutti quanti passarono
dalla paura alla noia più tormentosa, e persino le donne
che ieri erano state vittime inermi e pochi istanti prima strillavano
di terrore, ora presero ad avanzare incontro a lui minacciandolo
coi pugni e dicendo: «Vattene via di qui, vecchio
manigoldo!». E questo dimostra come è fatta la femmina:
sopporta ogni offesa, purché sia interessante, ma provati ad
annoiarla e non conoscerà più la paura.
Ma Caroline prese la parola. «Ora calmatevi» disse facendosi
innanzi al gruppo. «Non capite che sono tornati per
me? A questo servono i cavalli, a pagare il mio prelievo. Non
avete notato, ieri, che non mi toccarono mentre a voi capitava
quella brutta faccenda? Volevano salvarmi, questo volevano
farmi sapere.» Le guance di mia sorella erano così rosse che
non bastava il sole a giustificarle, e muoveva i capelli di rame
come per scacciarsi le mosche.
«Bene, sarà meglio che mi lasciate prendere» continuò.
«Altrimenti vi ammazzano, come è capitato agli uomini.»
«Ma Caroline,» chiese mia madre piangendo «perché
vogliono te?»
«Forse per torturarmi in varie diaboliche guise» rispose
Caroline con molta fierezza. Per parte mia, mi parve strano
vantarsi di una cosa simile, ma non dissi nulla, perché notai
che mia sorella mi rammentava soprattutto mio papà. Poveretta,
aveva deciso di essere anche lei una stravagante.
Allora la vedova Walsh disse: «Dunque vai. Io non ti
fermo». E se ne andò, seguita dalle altre donne. Avevano
perso i loro uomini, erano state violentate e abbandonate in un
luogo selvaggio, e non c'era altra via del ritorno se non quella
che avevano percorso per mesi e mesi, sì che difficilmente potevano
commuoversi per quello che capitava a una ragazza.
Pellevecchia se ne stava impassibile a cavallo, guardandoci
da dietro le palpebre basse. Alla sella di legno stava appeso lo
scudo, rotondo, fatto di pelle, adorno di dieci scalpi neri. Al
posto del moschetto esploso adesso portava una lancia, dalla
cui asta pendevano altre due chiome. Non era poi un brutto
uomo, o almeno non lo era stato in gioventù, quantunque la
sua gioventù fosse stata; le trecce dei suoi capelli s'erano colorate
di grigio e i muscoli delle sue membra erano rinsecchiti.
È difficile dire l'età di un indiano, ma non doveva essere molto
lontano dai settanta. Aveva un naso grosso, lungo e adunco,
e gli orli della bocca leggermente voltati all'insù, gli occhi
tristi. In generale la sua espressione era di bonaria malinconia.
Impossibile dire che avesse, in nessun senso, un'espressione pericolosa;
anzi, a questo punto era proprio Caroline ad avere
un'aria selvaggia.
Un tempo era stata un maschiaccio, ma ormai avanzava
negli anni e a Evansville gli uomini la cercavano solo come
una compagnona. Ebbe una storia con il fabbro ferraio del posto,
vedovo e quarantenne, e per qualche tempo stette vicino
alla forgia, ma il massimo che costui le concesse fu di tenere
lo zoccolo d'un cavallo mentre lui lo ferrava. Poi ci fu il figlio
di un fattore: credo che per qualche tempo spargessero insieme
il concime, inforcassero il fieno e così via. Neanche certi
commessi viaggiatori, che andavano e venivano, e si dicevano
capaci di chiavare un serpente, purché qualcuno gli tenesse la
testa, badarono a lei come donna. Insomma, gli uomini bianchi
non le avevano mai fatto molto del bene, capisci, e ora
papà e gli altri dei carri si erano fatti ammazzare.
Racconto queste cose per spiegare la singolare condotta di
Caroline in quell'occasione. Credo anche che fosse umiliata di
non aver subito violenze.
«Be', Caroline» disse la mamma, ritta in piedi con il suo
vestito lungo, lavato, e col cappellino contro il sole; sembrava
una di quelle bambolette che si possono ricavare da un fiore
di altea usando il boccio per testa. Mamma mia era piccola,
non superava di molto le cinque spanne, e credo che la mia
poca statura dipendesse da lei. «Be', Caroline, immagino che
dovremo tornare a Laramie. Lo dirò ai soldati e loro verranno
a prenderti.»
«Non ci conterei» rispose Caroline. «Gli indiani sanno
benissimo come nascondere le proprie tracce.»
«E va bene, allora» disse la mamma. «Di tanto in tanto
fa' cadere un bottone, o un pezzo di camicia, per segnare il
cammino.»
Con un gesto impaziente Caroline si asciugò il sudore sulla
fronte e poi asciugò la mano sui pantaloni. Secondo me era
convinta che la mamma cercasse di sottovalutare i suoi rischi,
di non riconoscere il suo valore, e fui io a farne le spese.
«Forse non mi faranno un danno permanente» disse Caroline.
«Forse mi terranno per il riscatto. Non credo che mi
uccideranno, altrimenti perché vorrebbero che venga anche
Jack?»
Quel gemito tremendo, lo scoprii dopo un poco, usciva
dalla mia gola. Cominciò quando sentii fare il mio nome.
Bisogna riconoscere che la mamma si accostò al cavallo di
Pellevecchia e lo pregò di non prendermi, per via del fatto
che ero il figlio più piccolo, di appena dieci anni, e magro. Lui
fece col capo un cenno di comprensione, ma quando la mamma
ebbe finito, lui fece un gesto rivolto ai suoi seguaci, che
portarono i cavalli, tutti e otto, al nostro carro e ce li legarono,
come se la faccenda fosse chiusa. Persino a questo punto
poteva accadere di non comprendere ciò che stava per succedere,
se i Cheyenne non avessero indugiato un poco, con la speranza
di ottenere da noi del caffè! Semplice, gli indiani non
capiscono mai i bianchi, e viceversa.
«Bill prenderà uno dei cavalli e raggiungerà i soldati, più
svelto che può» disse la mamma, dandomi un grande spintone.
«Non pensar male del tuo papà, Jack. Ha fatto del suo
meglio, dal suo punto di vista. Forse prendendo te e Caroline,
gli indiani cercano, al loro modo, di riparare a quel che han
combinato ieri. Non credo che siano gente cattiva, Jack, altrimenti
non avrebbero portato i cavalli.»
Ecco fatto. Nessuno pensò di chiedere a Caroline come sapesse
le intenzioni dei Cheyenne, visto che non parlava la loro
lingua. Ci fu un tempo in cui ebbi il sospetto che la mamma
si volesse sbarazzare di noi, perché i soldati non vennero; e
questo fu prima di scoprire, alcuni anni dopo, che Bill tornò a
Laramie, a cavallo, vendette il cavallo, trovò lavoro coi mercanti,
e non solo tacque di noi con i soldati, ma neanche ritornò
mai più ai carri. No, la mamma mia era buona ma
ignorante. Mio padre era un folle e mio fratello un traditore.
Poi c'era Caroline. Non era granché come famiglia, direi, ma
dopo tutto non rimasi a lungo con loro.
Mamma diede un bacio a ciascuno, e Caroline montò su
uno dei cavalli portati dagli indiani, tirandomi su in sella, di
dietro. Gli altri ragazzi ci salutarono con un cenno della mano,
in silenzio, Bill con un ghigno sporco e impaurito.
Pellevecchia, che girellava lì vicino sul suo cavallo, fece un verso
incomprensibile e si coprì le labbra. Non sapevo che è in questo
modo che gli indiani manifestano stupore - perché gli si
spalanca la bocca e allora se la coprono perché la loro anima
non possa saltar fuori e scappare via.
Quindi diede segno di voler fare un altro discorso, ma Caroline
gli fece cenno di tirare innanzi, diede di tacco nella cavalcatura,
che era ombrosa per avere in groppa un cavalcante
bianco, e partimmo come una palla di cannone, diretti al
nord.
In cima all'altura mia sorella tirò la cavezza di cuoio grezzo
e attese i tre Cheyenne, i quali non avevano fretta alcuna,
bisogna pur dirlo. Poi proseguimmo verso il fiume, che era
giallo e gonfio per le piogge di primavera, e lo passammo coi
cavalli a nuoto, io stando aggrappato alla coda del cavallo nostro
e svettando là dietro come un'esca in capo alla lenza.


CAPITOLO 2.
CANE BOLLITO.

Sull'altra riva del fiume, Caroline mi issò di nuovo in
groppa al cavallo, e in modo smanceroso, romantico, che poteva
essere patetico, se io non fossi stato basito dalla paura e
zuppo d'acqua fangosa del Platte: «Forse, Jack, diventerò
una principessa indiana, con piume e perline».
Prima di allora avevo cavalcato di rado, e cominciavo a
sentire la bestia, all'inguine e alle cosce per quel battere su e
giù a ogni passo; ficcai i tacchi nella pancia giallastra della bestia,
quella gonfiava la pancia e tentava di sottrarre il culo suo
da sotto il mio. Non ero riuscito a farmi amico quell'animale,
e questo era un peccato, essendo egli l'unico mio sostentamento
in una terra sterminata, ostile e popolata da selvaggi.
In quel momento fu appunto un selvaggio che ci venne
accanto, nella fattispecie Pellevecchia, cui il traversamento del
fiume aveva cambiato la personalità. Scoprii poi che nutriva
un sentimento particolare nei riguardi del Platte, lo considerava
il confine meridionale del suo territorio, e una volta superatolo
si sentiva sciocco e irresponsabile, mentre, raggiunta la
riva settentrionale ritornava normale. In ogni modo, una volta
uscito dalle acque, da sotto il cappello ci diede uno sguardo severo,
indicò una scapola ossuta che faceva rigonfio sotto la coperta,
come per dire "State indietro” e avviò l'animale al trotto
su per la scarpata.
Lo seguimmo e al cavallo occorsero due tentativi per salire
fino in cima, per via del carico doppio - non che io fossi
poi un gran peso, ma perché la bestia non perdeva occasione
per farmi sapere che io rappresentavo un'imposizione.
Ora, quando gli indiani viaggiano, vanno ciascuno per la
via preferita, secondo il gusto personale. Quei due grassoni
che erano venuti con il capo non traversarono allo stesso punto
nostro. Uno se ne andò cento passi distante, prima di mettere
in acqua il cavallo, l'altro risalì a monte per un miglio circa,
e siccome lì il fiume faceva gomito, noi lo perdemmo di vista.
Forse sapeva un posto migliore. Per un'ora non lo rivedemmo
più, fino a che fummo in cima e lo trovammo seduto
per terra, con la cavalcatura che brucava lì vicino.
Pellevecchia gli passò accanto senza neanche degnarlo d'un'occhiata, e
il guerriero ricambiò il complimento. Poi attaccò a cantare, in
modo terribilmente lagnoso, e quel canto continuammo a sentirlo
a lungo, quando fummo così lontani che lui somigliava
ormai a un ciuffo d'erba.
Dopo che ebbi vissuto qualche tempo con i Cheyenne e
ebbi appreso le loro singolarità, rammentai questo fatto e capii
che quel tale era ”di malumore”. Qualcosa l'aveva offeso
- forse il guado prescelto s'era rivelato pieno di sabbie mobili,
oppure un ranocchio sulla riva gli aveva detto una brutta
parola - e per questo lui era pensoso e depresso e deciso a
morire, così si era messo a sedere e aveva attaccato il proprio
canto funebre. Ai vecchi tempi, prima dell'arrivo dei bianchi,
gli indiani morivano o in battaglia o di vergogna. Ma l'uomo
bianco aveva portato un mucchio di malattie - per esempio
il vaiolo, che spazzò via tutta la nazione dei Mandan - e
questo fatto tolse ogni motivo di morire per ragioni morali, e
quel tipo di morte fu in larghissima misura abolito, anche se
qualche individuo volenteroso come il nostro amico a volte
poteva provarcisi.
A quanto pare stavolta non funzionò, perché quello stesso
tale io lo vidi il giorno dopo al campo, che stava scrutando
uno specchietto vendutogli dai mercanti, e si strappava i peli
dal viso con una pinzetta d'osso. La sua vanità aveva avuto il
sopravvento, e in questo modo era guarito.
Cavalcare si fece più facile perché il capo andava a passo
lento e ogni mezzo miglio circa addirittura si fermava, si volgeva
a noi, e con le mani faceva certi suoi segnali accompagnati
da rumori nella sua lingua pagana - comunicazioni
che Caroline interpretava come dichiarazioni di ammirazione
rivolte a lei e robaccia simile. Poi rimaneva a fissarci tristemente
per un minuto e proseguiva.
A questo punto sarà meglio che io spieghi una parte del
segreto, per farti capire che né Pellevecchia né io lo capimmo
se non un bel pezzo dopo. In quanto a Caroline, be' è inutile
fare ipotesi su quello che lei credeva di sapere o s'immaginava,
perché le due cose furono sempre mescolate.
La cosa principale era che il capo non aveva stretto alcun
contratto per comperare me e Caroline. Quel che invece aveva
fatto era una lunga dichiarazione sul massacro, per scusarne i
Cheyenne d'ogni responsabilità; ma per onestà, siccome voleva
bene agli uomini bianchi, sinora, e anche immaginava d'essere
biasimato quando la notizia fosse giunta ai soldati di
Laramie, aveva portato i cavalli per pagare gli uomini uccisi.
Insomma eccoci lì, a dispetto della disposizione di Caroline
al romanzesco e al suo talento nel saltare subito alle conclusioni,
talento ereditato da mio padre, con Pellesecca a guidarci
per la prateria e un tremendo malinteso. Il capo credeva
che noi lo seguissimo per ottenere maggior riparazione di danno,
e i discorsi che faceva alle fermate erano una protesta contro
l'ingiustizia del nostro braccarlo come due coyote, i quali a
volte ti vengono dietro per miglia e miglia.
Caroline lo fissava con occhi amorosi, uno sguardo che il
povero indiano interpretava come significante la più spietata
estorsione. Col passare degli anni imparai a volere molto bene
a Pellevecchia. Aveva una malasorte come mai ho vista l'eguale
in una creatura umana, rossa o bianca, e non c'è nulla
di strano se un uomo simile si fa voler bene.
Dicevo dunque che nessuno di noi capiva la situazione,
ma io e Caroline ce la passavamo considerevolmente meglio
del capo, perché noi lo consideravamo il nostro sostentamento
per il prevedibile avvenire, mentre lui alla fine concluse che
noi eravamo due demoni, in attesa soltanto del buio per rubargli
gli ospiti dalla testa; e cavalcando brontolava preghiere
e incantamenti per recarci mala medicina, ma tale fu la sua
sorte che mai vide i suoi fratelli animali che assistevano la sua
magia - per esempio il Serpente a Sonagli o il Cane della
Prateria - ma soltanto il Coniglio Selvatico, il quale aveva
contro di lui un risentimento d'antica data, perché una volta
aveva acceso un fuoco nella prateria al difuori del suo campo
esortandolo a bruciare le case delle lepri. E così fu, tanto che
il fuoco arrivò così vicino alle pelli della tenda da strinarle.
Da quell'incidente tutti i conigli lo conobbero, e quando lo incontravano
solo si alzavano sulle grandi zampe di dietro e dicevano:
«Pensiamo male di te». Inoltre lo chiamavano con
il suo vero nome, che è la cosa più maligna che si possa immaginare,
e poi se ne andavano saltellando, mostrando coda
bianca o nera secondo il caso, perché l'una e l'altra famiglia
ce l'avevano su con quell'indiano in particolare.
E voglio dire questo: mai in vita mia ho visto più esemplari
di quell'animale che in compagnia di Pellevecchia. Bastava
che la punta del suo mocassino comparisse fuor della tenda,
del tepee, e quelli saltavano su per miglia all'intorno, numerosi
come le scintille quando butti nella forgia un ferro di cavallo.
Ma la sola difesa che un pellerossa può avere contro il tipo
di tafanamento che Caroline e io (tuttavia ignari di ciò) facevamo
al nostro ospite, era il disinteresse. Se un indiano non
riesce a realizzare il suo proposito con ragionevole sveltezza, si
annoia a morte e se ne scorda subito. Gli preme solo quello
che sta succedendo. Lo stesso valeva per Pellevecchia, che dopo
un poco si strinse al corpo la sua coperta scarlatta, che sotto
il sole caldo lo manteneva più fresco che se avesse esposto
la schiena nuda, e continuò a cavalcare come se fosse l'unico
individuo vivente a nord del fiume Platte.
Il terzo guerriero (contando per secondo quello seduto più
indietro nell'illusione di star morendo) era specializzato nell'arte
di star sempre distante mezzo miglio, a sinistra, a destra
oppure avanti. Credo che cercasse sia i nemici sia qualcosa da
mangiare. A ogni momento il Cheyenne era superfornito dei
primi e scarso del secondo.
In questo modo procedevamo verso il campo dei Cheyenne,
che mi parve non fosse a più di dieci miglia, in linea
d'aria, dal Platte, in direzione nord-nordest; ma occorsero al
nostro gruppo tre o quattro ore per arrivarci, per via della guisa
contorta in cui navigava il capo al fine di scoraggiare me
e Caroline.
Il sole era ancora grande come una mano sopra l'orizzonte,
ma sotto gli zoccoli dei cavalli la prateria cominciava lentamente
a diventare purpurea. Una persona che conosca quella
terra può fissare lo sguardo su un palmo di terreno, senza
volgere gli occhi al cielo, e dirti che ora è, in qualsiasi momento,
da come la luce cade. Voglio dire, un uomo bianco.
Un indiano non ha questo senso del tempo perché un indiano
non va mai, nel senso bianco del termine, da nessuna parte.
Immaginati Colombo che dice: «Sarà meglio che parta; siamo
nel 1492 e io devo traversare l'oceano prima del 31 dicembre
altrimenti l'America non sarà scoperta prima del
1493». Un pellerossa fa i suoi conti in tutt'altro modo. Il segno
linguistico che indica "giorno” indica anche "sonno”. Ora,
guardando un pezzo di terra, un indiano vede quali animali ci
sono passati durante le due ultime settimane, quali uccelli ci
han volato sopra, e quanto è distante la prossima acqua - oltre
a questo, un sacco di roba soprannaturale, perché egli non
separa l'uno dall'altro i varii tipi di vitalità.
Perciò se dico che Pellevecchia procedeva in stato di coma,
intendo dirlo per ciò che ci riguardava. Lui sapeva dov'era,
senz'altro, e a un certo punto colse l'attenzione di un guerriero
esploratore - di cui posso anche fare il nome, Brucia
Rosso nel Sole - indicò il terreno in ascesa e mostrò un dito
adunco. Brucia Rosso rientrò dal lato sinistro e scivolò giù dal
cavallo, disfacendo l'unica briglia della cavezza di guerra e poi
legandola a una lancia che piantò per terra. Lasciò andare la
coperta e si tolse i gambali. Con indosso le sole brache e recando
arco e frecce, si avviò su per il lungo pendio al piede
del quale noialtri attendevamo. Poco prima di giungere sul ciglio
dell'altura si buttò pancia a terra. L'erba circostante era
stata pestata da una grossa mandria di bufali, e non da molto
tempo, e forse non era ancora tornata indietro. Lo vedevi strisciare
fino a che le suole dei mocassini si alzarono e quindi
scomparvero.
Poco dopo il vento ci portò soffiando da lui a noi, il tun
tun di due frecce scoccate dall'arco, poi un irrompere di zoccoli
piccoli, e allora Pellevecchia partì al trotto, e Caroline e io
lo seguimmo, non senza fatica. Chino su un pantano di bufali,
a metà pieno d'acqua, era Brucia Rosso nel Sole. Accanto a lui
un'antilope di cui egli stava tagliando la gola ansante, perché
l'animale era stato abbattuto ma non ucciso da una freccia
confitta nella coscia sinistra. L'altro colpo era andato completamente
a vuoto; eppure Brucia Rosso aveva fatto un bel lavoro,
strisciando fino a cinquanta palmi dal branco, di cui gli
altri quattro capi adesso erano a una distanza d'un quarto di
miglio, e continuavano a camminare, anzi a correre.
Quindi Brucia Rosso tagliò la rosetta bianca e nera della
coda dal didietro dell'antilope, che intendeva tenere come ornamento,
essendo un oggetto grazioso. Poi aprì il petto dell'animale
lungo la divisione fra le costole, e ficcandoci dentro il
pugno ne strappò il cuore sanguinante, caldo, ancora palpitante.
Lo porse a me.
Alla vista di quella gocciolante frattaglia, io ebbi un brivido,
ma Brucia Rosso con una mano mi prese la nuca e con
l'altra mi ficcò il cuore in bocca. In realtà questo era un segno
di preferenza, perché a lui il cuore fresco di antilope piaceva
moltissimo, infatti, e quello doveva il suo vanto di più veloce
corridore nella banda di Pellevecchia, ma naturalmente, allora,
questo io non lo sapevo. In ogni modo avevo paura di Brucia
Rosso nel Sole, il quale aveva la singolarità descritta dal
suo nome, come accade a molti indiani, anche se alcuni diventano
quasi neri. Per proteggersi le guance se le copriva con
uno strato di argilla che seccandosi diventava di un grigio biancastro
che faceva pensare al colore del lupo, e da sotto quello
strato gli occhi scrutavano piccoli e luccicanti, come quelli di
un serpente.
Così io masticai un boccone di cuore sanguinante, impresa
che non fu facile per via delle vene durissime che lo percorrevano,
ed egli mi fece grazia del resto, ingoiando senza masticare.
La nausea scomparve del tutto non appena ebbi ingoiato il
crudo boccone, il sapore del quale definirei vivo e scattante.
Immediatamente i muscoli del polpaccio cominciarono a ronzare
come la corda di un arco, e a me parve che avrei potuto
mettermi a correre come il vento, e invece salimmo tutti in
sella, Brucia Rosso con l'antilope sulla groppa del cavallo, e
gocciolava sangue.
Pellevecchia aveva scoperto le bestie sull'altro lato della
collina, anche se in nessun modo aveva potuto vederle. Aveva
il dono di compiere cose simili, un dono insolitamente acuto
anche per un indiano. Lo sapeva per averlo sognato. Per tutta
la giornata cavalcando sognò, nel bel mezzo della prateria.
Non gli occorreva la notte, e neanche dormire.
Non molto dopo aver colpito l'antilope, arrivammo al
campo dei Cheyenne, che era situato su un esiguo ruscelletto,
e riceveva ombra da non più di tre alberi, due dei quali erano
anzi arbusti. Ci fermammo sull'altura sovrastante, in modo da
dar loro il tempo di identificarci per quelli che eravamo, e
non per Crow venuti a rubare i cavalli dei Cheyenne.
Pellevecchia aveva spesso di queste cortesie, perché così il gesto andava
definito. Infatti attórno a quel campo nessuno stava mai
all'erta contro gli intrusi; almeno una volta all'anno venivano
rapinati dai ladri di cavalli delle tribù nemiche, a volte in pieno
giorno.
Ecco che cosa si poteva vedere dall'altura: una ventina di
tepee di pelle, piantati sulla riva destra della corrente. Più oltre,
sul prato, un branco di cavalli, una trentina di capi. Nell'acqua
numerosi ragazzini scuri, col culo nudo, che ridevano e
si spruzzavano acqua. Un gruppo di fieri giovanotti sedevano
in cerchio fumando e facendosi vento con le penne d'aquila,
altri ancora andavano su e giù, in ghingheri, dinanzi a un
gruppo di donne che pestavano qualcosa sul terreno. Un paio
di ragazze rientravano dalla prateria portando, dentro una
pelle di bufalo, un carico di sterco secco del suddetto animale,
da usare come combustibile, perché nella prateria il legno è
assai scarso. Una donna massiccia stava masticando un pezzo
di cuoio. Altre andavano per acqua, portavano fagotti, riparavano
pelli da tenda, facevano mocassini, cucivano gambali, ornavano
camicie, cavavano midollo dalle ossa, pestavano more,
infilavano perline, e tutti gli altri compiti a cui si dedica una
donna indiana dall'alba fino a quando si distende sul mantello
e il suo uomo la monta.
Quando scendemmo al ruscello nessuno del campo diede
il minimo cenno di attenzione, ma quando Brucia Rosso nel
Sole, che era in coda, avanzò con l'antilope in groppa al cavallo,
suscitò agitazione fra le donne. Seppi poi che la banda non
aveva avuto un boccone di carne da mangiare per circa dieci
giorni, e si nutriva di rape selvatiche, e stavano pensando di
mangiare le cavallette, come fanno i Paiute, che per un indiano
è la cosa più vile che si possa fare. Era la tarda primavera,
e in questo periodo la prateria brulica di bufali, e se ben ti
rammenti, l'erba sulla collina vicino alla pozza dell'acqua era
calpesta da una grossa mandria. Eppure la gente di
Pellevecchia non mangiava carne da oltre una settimana. Ecco
cosa intendevo dire quando parlavo di malasorte.
Ora un appunto speciale sui loro cani. Per quanto la banda
fosse piccola, avevano più di trenta bastardi, prevalentemente
di colore giallo pus, ma erano rappresentati anche altri
colori, compresi molti della varietà screziata. Il branco faceva
un chiasso continuo, ringhiavano, abbaiavano, ululavano, litigavano
fra di loro, sì che in generale erano inutili come cani
da guardia, anche la notte; trascorrevano rispondendo ai coyote
che gemevano da sopra le alture, mentre i Pawnee entravano
di soppiatto a portar via una decina di cavalli, senza che
un cane si facesse vivo.
Questi cani ci vennero incontro al ruscello, brulicando fra
le zampe dei cavalli e avventandosi verso la testa dell'antilope
che pendeva morta sopra di loro. Ma si accorsero anche del
frustino di cuoio che Brucia Rosso portava legato al polso sinistro,
e lo faceva dondolare distrattamente verso di loro, sì
che, pur facendo un gran chiasso e scattando le mascelle, in
realtà non addentavano nulla. C'è un segreto, per sopportare
un cane indiano: ignorare il baccano che fa. Questo io non lo
appresi subito, e a volte me la vidi brutta, come appunto
adesso: c'era un cane bianco sporco, con gli occhi rossi e la bocca
bavosa, il quale decise di preferirmi alla carcassa dell'antilope.
Si accucciò sotto il quarto sinistro del nostro cavallo, e
mentre mi fissava in faccia, lentamente scoperse il labbro
superiore e al tempo stesso calava la mascella inferiore, con un effetto
complessivo assai selvaggio. Caroline dovette darmi una gomitata
nelle costole, per riprendere il fiato, da quanto me la tenevo
stretta.
«Via, non svergognarmi agli occhi dei vostri amici,
Jack» disse, cercando di sorridere alle donne Cheyenne che si
erano affollate attorno a noi, anche se nessuna di loro, per adesso,
ci aveva degnato di uno sguardo. Credo che a questo punto
Caroline avesse cominciato a perdere la pazienza. Non so che
cosa pensasse della nostra situazione, ma alla prima vista di
un campo indiano vacilla anche il cuore più saldo. Chi non ha
esperienza di questi campi tende a pensare: be', lo scarico lo
vedo, ma la città dov'è? E anche l'odore è molto strano: non
è propriamente tanfo nel senso in cui l'intende l'uomo bianco,
ma numerosi odori che si fondono in una specie di nebbia invisibile
che sostituisce l'aria, sì che a ogni respiro tu assorbi
tutti i fatti della vita relativi all'umanità e agli animali quadrupedi.
Adesso c'era un odore principale, per via del nostro cavallo
che in quell'istante stava orinando sotto di noi. Tranne che
nei casi particolari come questo, non c'è odore che predomini.
Eri completamente in un altro tipo di esistenza, dal primo
istante in cui i tuoi polmoni si colmano di quell'atmosfera.
Ma, come ogni altra cosa, il viverci dentro diventava la tua
realtà, e quando io ritornai entro una comunità bianca, mi
sentii mancare l'odore di ciò che mi era parsa la vita stessa, e
mi sembrava di soffocare.
Brucia Rosso nel Sole smontò da cavallo e fece a gran
passi fieri il giro del campo, lasciando alle donne la cura dell'antilope,
e quelle si misero all'opera e spellarono la bestia
nel tempo che occorre a riempire la pipa e accenderla, poi cominciarono
a macellarla, alla stessa velocità. Pellevecchia
guidò il suo cavallo fino a un tepee grande ma cadente, sulla
pelle del quale si vedevano certi disegni sbiaditi - uomini
magrissimi, animali rozzi, montagne triangolari, soli tondi e
così via. Scese, porse la briglia a un ragazzo che se ne stava
lì in brache di pelle, mocassini e nient'altro, e chinandosi
fin quasi a toccarsi i ginocchi per far passare il cappello a cilindro,
entrò dal buco d'ingresso.
«Questa» dice mia sorella Caroline «secondo me è la casa.»
Quel che vidi del suo volto, quando si voltò sulla sella,
mi parve decisamente emaciato. «Però» continuò «sarà bene
che noi lo seguiamo là dentro? Ecco il problema.»
«Caroline,» risposi io «questa cavalcata mi ha fatto male,
e papà è morto e la mamma è lontana, e quel cane bianco
è ancora in giro con la bava alla bocca. Scendere mi fa paura.»
A queste parole mia sorella si rianimò un poco. «Stai sicuro
che non sarà quello sporco cagnolino a fermarmi» disse
con calore e ruotando la gamba al disopra della sella (nel far
questo mi urtò con il tacco dello stivale) balzò a terra. Il cane
non le badò affatto. Imitando l'esempio dell'indiano, anche lei
diede la briglia al ragazzo indiano, che mi stava fissando coi
suoi lucidi occhi neri. Per motivi razziali non volli dargli confidenza,
ma con il pollice accennai il cane, il quale aspettava
una cosa sola al mondo, cioè che io scendessi in un punto dove
mi potesse opportunamente aggredire.
Essendo un ragazzo sveglio afferrò l'idea e diede allo sciagurato
un calcio nel sedere che lo fece andar via gemendo.
Questo favore andò a sommarsi alla mia naturale antipatia
contro di lui e saltai a terra con il naso in aria e orgoglioso seguii
Caroline dentro l'alloggio, mentre lei traeva una gran
boccata d'aria.
Dentro c'era un buio meraviglioso, per chi veniva dal
chiarore esterno del pomeriggio, e tutto quel che si poteva
scorgere dipendeva da un minuscolo fuoco di sterco di bufalo
al centro del terreno e dalla poca luce che filtrava dal foro per
il fumo al vertice del cono. Ora, se l'odore esterno era considerevolmente
spesso, neanche te lo rammentavi dopo averne
assaggiato uno sbuffo all'interno del tepee, dove era come cercar
di respirare sott'acqua in una palude.
Dopo un poco riuscii a distinguere una donna massiccia,
ma neanche alzò la testa per guardarci. Per tutta la circonferenza
dell'alloggio erano forme scure, le teste contro la parete
di pelle e i piedi puntati verso il centro. Un più attento esame
rivelò non trattarsi di persone sdraiate, ma di pelli di bufalo.
Era così buio che dovemmo passare dall'una all'altra, senza mai
sapere se la successiva poteva essere occupata da un qualche
selvaggio che forse avrebbe preso molto male la nostra intrusione.
Avevamo fatto mezzo giro prima di trovare Pellevecchia, che
aveva il letto proprio di fronte all'ingresso. Stava lì a
sedere in silenzio, e per poco Caroline non gli cadde addosso,
reggendosi all'ultimo momento a un palo del tepee, da cui
pendevano numerosi sacchi di pelle e fagotti contenenti quei
pochi oggetti privati che posseggono gli indiani.
Il capo teneva una pipa di pietra che aveva un bocchino
di legno lungo un palmo e mezzo, decorata da una serie di
tasselli d'ottone che luccicavano alla luce del fuoco. Noi stavamo
lì a guardarlo, perché non avevamo altro posto dove andare.
Riempì il fornello della pipa da una borsetta di pelle e poi
la donna robusta mise uno stecco nel fuoco, fino a che si accese,
lo portò a lui, che dette fuoco alla mistura, succhiando con
tanta forza che gli si incavarono le guance, come quelle di un
teschio. Per via della lunghezza del bocchino, era impresa possente
tenere accese una di queste pipe, ma lui riuscì a soddisfarsi
e poi tutt'a un tratto la porse a Caroline.
Mia sorella, malgrado le sue tendenze mascoline, in vita
sua non aveva mai fumato né masticato tabacco. Ammirò cortesemente
la pipa e la restituì a Pelle. Il capo, e giustamente,
capì che lei non intendeva ciò che le era richiesto e fece cenno
con le dita che si mettesse a sedere sulla pelle alla sua destra.
Poi Pellevecchia si chinò dalla sua parte e le mise in bocca la
punta del bocchino, mimando con le labbra l'azione del fumare.
Caroline accettò l'amaro boccone e cominciò a succhiare
secondo il modello di Pellevecchia. Naturalmente io credo che
per lei questo fosse una specie di rito sessuale, o roba del genere.
Il capo tuttavia brontolava incantamenti contro quella
che a suo avviso era la di lei cattiva medicina, rivolta a lui, e
il fatto che avesse preso la pipa lo incoraggiava a credere
che il suo fascino avrebbe funzionato, perché un indiano dà
enorme importanza al rito magico del fumo.
Finalmente Pellevecchia mise via l'ordigno, quando si arrivò
al punto che Caroline cominciò a emettere appena un poco
di vapore, e prese ad ansimare e a mordere il fazzoletto.
Continuò a boccheggiare per un bel pezzo ancora, ma non
svenne e neanche vomitò. Caroline era una ragazzona soda.
Poi il capo versò le ceneri del fornello sulla punta degli
stivali di Caroline, come per darle la malasorte, cosa che a
quell'epoca non sapevamo. Poi rifece il pieno dalla sua borsetta
adorna di perline, con una roba che in minima parte era tabacco,
il resto essendo composto di corteccia di salice rosso, foglie
di sumac, midollo d'osso di bufalo e diversi altri ingredienti.
Naturalmente furono gli indiani a inventare l'abitudine
del fumo, e quasi nient'altro.
Quando ebbe finito la sua pipata, Pellevecchia cambiò
completamente stile. Fece un ghigno, parlò parecchia lingua
cheyenne con tono affabile e disse qualcosa alla donna accanto
al fuoco - mi parve un ordine - perché subito quella
venne a portargli un pezzo crudo della carcassa dell'antilope
di cui si è già parlato.
La donna dalla faccia di luna piena prese la carne e la
buttò in un paiolo insieme alla roba che già stava lì a bollire.
Credo che fosse per via dell'odore che mentre il pasto era a
cuocere cominciò a presentarsi un branco di indiani alla porta
del tepee. Primo venne il ragazzo che aveva preso i cavalli e
poi un'altra donna atticciata, la quale vista di schiena appariva
un brutto affare per la cuoca, e una ragazzina che non indossava
nulla e una signora un poco più grande, vestita come lei;
poi comparve un tipo alto sui venticinque anni; e finalmente
Brucia Rosso nel Sole, quello che aveva conquistato il mangime,
ancora con la sua maschera di argilla, e dopo di lui una
processione che cominciava con una donna sottile con una
gran cascata di neri capelli sciolti e occhi morbidi come quelli
di una cerbiatta. La seguivano tre o quattro bambini, il più
grande di sei anni circa.
Questa gente si dispose in cerchio contro le pareti di pelle
e non aveva occhi che per il paiolo. Molti portavano con sé la
ciotola di legno e alcuni avevano cucchiai pure di legno oppure
d'osso. Non dicevano una parola e non degnarono mai
d'un'occhiata me e Caroline.
Dopo un poco la cuoca fornì una ciotola a mia sorella e a
me, poi gli altri fecero cerchio a prendere ciascuno la sua.
Pellevecchia non mangiò nulla, rimase lì a sedere sulla pelle
di bufalo, con aria grandiosa.
Ora, caso volle che io rammentassi che i pellerossa venuti
al nostro carro dicevano sempre: «Hau hau, bono bono»
quando mangiavano biscotto e bevevano caffè. L'intera situazione
mi teneva tuttora molto a disagio, e pur avendo una fame
tremenda, quel pasto giovò poco alla pace del mio spirito.
Un pasto piuttosto robusto, te lo giuro. I pezzi di antilope non
erano troppo ben cotti. Gli indiani non hanno alcun pregiudizio
contro il grasso, da un lato; dall'altro, per lo meno a quei
tempi, avevano ben poca tendenza a usare il sale. Insieme alla
carne avevan cotto bacche selvatiche, ridotte a una poltiglia, e
un paio di radici che non avevano sapore se non quando le
avevi mandate giù, e una volta finite in pancia ti davano,
come effetto ritardato, la sensazione di soffocare dentro la
sabbia.
Ma, come dicevo, io rammentai quella battuta di cortesia e
la feci. Volevo che quella gente mi volesse bene. Per ora non
avevano affatto badato a noi, ma io avevo già visto come può
cambiare un indiano. «Hau, hau, hau» dissi, rivolto a
Pellevecchia. Mi ci volle coraggio. Caroline mi diede una
gomitata, ma il capo fu visibilmente compiaciuto.
Anzi, mi rispose allo stesso modo: «Hau hau», e poi disse
qualcosa che, dopo imparata la lingua cheyenne, si rivelò essere
il mio primo nome indiano: Piccola Antilope, e cioè, nella
loro parlata, Voka. A me suonava come un colpo di tosse. Come
nome non aveva alcuna indebita importanza, perché col
tempo me ne sarebbero toccati alcuni altri, ma era già un inizio.
Per lo meno non mi avevano scotennato per aver espresso
il mio sentimento, cosa che avevo giudicato non inverosimile,
perché probabilmente tu non hai idea di che cosa si prova a
essere un ragazzo di dieci anni capitato da poco in mezzo a un
branco di barbari.
Caroline, dal canto suo, mentre il capo ghignava rivolto a
me, la vidi pescare un gran pezzo di carne dalla sua ciotola e
ficcarla fuori, da sotto la pelle del tepee, dove si sentì un cane
addentarla immediatamente, perché in un campo indiano non
si trova angolo che non ospiti un cane disponibile.
Io credo che fosse stato il colore degli indiani, insieme alla
loro crudeltà, che attraesse mia sorella al carro; ma più si stava
con Pellevecchia più ci sembrava ordinaria la vita di un
selvaggio. Infatti è vero che un indiano può trucidare una persona
e un istante dopo sedersi a mangiare tranquillo come un
impiegato in ufficio. Egli non fa differenza fra le varie attività,
come fa l'uomo bianco. Gli indiani sono completamente diversi
da tutte le persone che tu conosci.
Quindi il capo disse una parola alla cuoca, perché, come
ammise più tardi, i suoi sentimenti verso di noi erano davvero
misti: gli sembravamo, volta a volta, creature benigne e malevole.
In quel momento era ben disposto verso di noi per il
fatto che avevamo condiviso il pane, anzi l'antilope, nel suo
tepee, cosa che a un indiano fa così grande onore che il padrone
di casa non prende un boccone fino a che gli ospiti non
hanno finito: ecco la ragione per cui Pellevecchia non mangiava.
Come dicevo, il capo diede parola alla cuoca e lei mi
fece cenno di seguirla fuori, e io obbedii con una certa apprensione
e feci il semigiro dell'alloggio con tutti quei
Cheyenne che masticavano come tante capre. Quando fummo
fuori passando per il buco che faceva da porta, il cielo era
quasi al buio, con grandi pennellate purpuree a occidente,
pennellate distinte l'una dall'altra da strisce vermiglie.
Posso dirti che a quell'età non m'iqteressavano poi troppo
i paesaggi, e la ragione per cui guardai il cielo era un'altra: la
ricomparsa, non appena superato il lembo del tepee, del mio
nemico, cioè il cane bianco. Cercai di ignorarlo, ma quello addentò
il risvolto dei miei calzoni e prese a masticarlo, e magari
mi avrebbe mangiato tutto se la donna non si fosse voltata.
Si chiamava Donna del Pantano dei Bufali, moglie di
Pellesecca, e l'altra, là dentro, era sua sorella minore, chiamata
Donna della Vacca Bianca, la quale secondo l'usanza cheyenne
era venuta con la sua congiunta quando quest'ultima s'era
sposata, e aveva l'obbligo, come la moglie legittima, di tenersi
disponibile al capo per tutti gli scopi a cui gli indiani destinano
le donne.
In ogni modo, questa Donna del Pantano dei Bufali si mise
a ridere, e indicando il cane mi fece una domanda. Prendendo
il mio sguardo lacrimoso per bastevole risposta, prese
su l'animale che si mise a ululare d'angoscia, ciò che non gli
servì a niente. Infatti Donna del Pantano dei Bufali lo portò
dentro il tepee, dove gli schiacciò il cranio con un martello
di pietra, lo passò sul fuoco per strinare il pelo, macellò la
carcassa in diversi pezzi sanguinanti che mise in una pentola
a bollire. A far questo ci volle lo stesso tempo che c'è
voluto a me per raccontarlo, perché era una creatura
rigogliosa e possente, e intanto sorrideva.
Temo che io e Caroline mancassimo di capire l'onore che
ci fu fatto in questa occasione. Mia sorella aveva assistito intrepida
al massacro della nostra gente, compreso il nostro
papà, ma quando vide macellare quel brutto cagnaccio davanti
ai nostri occhi, cominciò a vacillare sulle gambe incrociate e
cercava di mangiarsi un pugno.
A questo punto, d'improvviso, Pellevecchia posò gli occhi
su Caroline e fece un tale starnuto che il cappello a cilindro
gli scivolò su un occhio. Starnutì ancora, e il cilindro gli cadde.
Due volte ancora ebbe lo spasimo al naso - pareva il latrato
di una volpe - e gli sobbalzarono sia le trecce che la
medaglia, ricadendo sullo sterno con un tonfo.
Ora tutto il branco smise d'ingozzarsi e ci fissavano come
avrebbero dovuto fare alla nostra prima comparsa. Ma ora
pensavo che non l'avessero fatto perché avevano la mente fissa
su una sola traccia, affascinati dalla prospettiva di mangiare
carne di antilope. La bella donna con gli occhi di cerbiatta
giunse al punto di venirsi a sedere sulla pelle di bufalo occupata
da Caroline, e fissava incessantemente mia sorella, la quale
stava facendo sforzi immani per non vomitare a causa del
cane bianco, di cui già si fiutava il vapore dalla pentola, un
odore simile a quello di un pastrano bagnato appeso sopra il
fuoco ad asciugare.
La donna si chiamava Stella Filante ed era moglie di Brucia
Rosso, e aveva messo al mondo diversi bambini, che aveva
portato nel tepee del capo, compreso un lattante tenuto in una
specie di culla appesa a un palo. Questo bambino aveva occhietti
neri e lucidi, come un uccello. La culla era fatta in modo
che lui potesse far acqua senza uscire.
La curiosità di Stella Filante giovò a distogliere Caroline
dalle perturbazioni del suo stomaco, e si fece forza per dire:
«Felice di conoscervi, signora» e offrì la sua manona alla
stretta. Invece l'indiana fece un'altra cosa: mise la mano sul
cavallo dei calzoni di mia sorella e tastò, poi fece la stessa cosa
con il petto del vestito. Fatto questo, disse una sola parola
a Pellevecchia: «Wehoa!» e si portò una mano alla bocca.
Il capo seguì il suo esempio e tutti i presenti ripeterono questo
stesso gesto.
Prima o poi un indiano starnutisce quando è vicino a una
donna bianca. Alcuni dicono che dipende dal profumo o dalla
polvere di talco, ma io non ho mai visto mia sorella usare altro,
su di sé, che sapone giallo.
Comunque tu voglia spiegarlo, fu quella la prima volta
che tutti i Cheyenne riconobbero in Caroline la ragazza.


CAPITOLO 3.
MI FACCIO UN NEMICO.

La differenza fra uomini e donne è molto importante per i
Cheyenne - anzi, più importante della differenza fra vivo e
morto - ed erano soddisfatti di aver stabilito questo, per ciò
che riguardava mia sorella. E poi, l'antilope era ormai tutta
mangiata e il cane non ancora pronto. Così tutti gli altri indiani
si affollarono attorno a noi per esercitare la propria curiosità.
Dal loro punto di vista ciò era cortese. Si limitavano a
scrutarci, la maggior parte; qualcuno ci toccò il vestito, ma
nessuno toccò la carne. Credo che se avessimo potuto capire le
osservazioni di Stella Filante, l'avremmo sentita chiedere profuse
scuse a Caroline per averle messe le mani addosso - ciò
che era giustificato dai fatti che ne derivarono. Ne faccio parola
perché, essendo bianco, mi pareva sempre meraviglioso che
i selvaggi non fossero scortesi, se non per ignoranza.
I ragazzi naturalmente dedicarono a me attenzione particolare.
Cavallino, per esempio, il ragazzo appunto che badava
ai cavalli, di sicuro feci gran colpo su di lui, sin dall'inizio.
Come ho già detto, poi lo presi in simpatia, ma bisogna dire
che a quell'età ero sfuggente, altrimenti non sarei sopravvissuto
un decennio, e men che mai un secolo. E così quando vidi
che ammirava i miei stivaletti, me li tolsi e glieli offrii perché
li toccasse. Ma il pensiero di racchiudere i propri piedi in questa
maniera è una delle tante cose che fa paura agli indiani,
sicché fece finta di non capire.
Fu subito servito il cane. Per fortuna era un animale piccolo
e doveva servire a molti commensali, anche se a me e a
Caroline, come ospiti, toccarono i pezzi più grossi. Capii che
i Cheyenne intendevano star desti fino a mezzanotte. Nel dire
questo, intendo che alcuni di loro andavano e venivano, che
nuovi individui entravano nell'alloggio a ispezionare mia sorella
e me, certi indiani si avvolgevano nelle loro coperte di
bufalo e si addormentavano accanto a gruppi di altri che
chiacchieravano e ridevano (perché, contrariamente all'opinione
dei bianchi, non c'è persona più socievole del pellerossa nel
suo ambiente). Una certa attività durò per ore mentre il fuoco
continuava ad ardere; le donne, per esempio, badavano alle
loro faccende e Pellevecchia fumò quattro o cinque pipe con
certi suoi compari. Uno di questi era Gobbo, il quale, a parte
una grande piaga che aveva sul naso, pareva molto in gamba
e brontolava in maniera amichevole rivolto a Caroline e a me.
Non so se ci avesse riconosciuti dal giorno prima, ma apprezzava
il fatto che non gli facessimo colpa di aver commesso
violenza e assassinio - perché in questo modo vede le cose
un indiano.
In quanto a Caroline, se ne stava a sedere vestita e sonnolente,
dal momento in cui Stella Filante l'aveva investigata, e
con lo stesso stato d'animo mangiò il cane. Pellevecchia non
badava a lei. E non per offenderla, ma perché non gli interessava.
Alla fine il fuoco vacillò perché la Donna del Pantano dei
Bufali non ci buttava più esca, essendo andata a un meritatissimo
letto, se mai ce ne fu uno. Come scoprii il giorno dopo,
io e Caroline avemmo il letto suo, accanto a quello di
Pellevecchia; perciò lei spostò più in là uno dei suoi ragazzi, e lo
stesso successe a tutto il giro, come nelle sedie musicali,
fino a che Cavallino rimase senza letto e dovette andare al tepee accanto,
quello di suo padre, il quale era nient'altri che Brucia
Rosso nel Sole.
Alla fine mia sorella ed io fummo seduti lì a guardare il
fuoco morente, dal quale si levava il fumo come un filo sottile
verso il punto d'incrocio dei pali e lì s'incontrava con la notte,
un cielo colorato di azzurro cupo, anziché nero, in virtù della
polvere di stelle gialle.
Accanto a noi, Pellevecchia faceva il suo tacito riposo, con
il cappello che gli dondolava sul capo appeso a una correggia,
il profilo del suo gran becco teso sulla perpendicolare. Si sentiva
respirare ma non russare, per via del fatto che fin dall'infanzia
gli indiani sono addestrati a non fare rumori senza scopo.
Di tanto in tanto anche un lieve sibilo, quando un pezzetto
di letame si dissolveva nella cenere.
Era strano trovarsi lì, ma non faceva più paura, almeno a
me. Pensa pure il peggio, di me, lontano da casa com'ero e
con mio padre ucciso e il resto, ma cominciavo a sentirmi non
poi troppo disperato. Faceva caldo in quell'alloggio e la gente
s'era dimostrata tollerante. Se non ci avevano fatto violenza
quella sera, non potevo immaginare che ce la facessero il giorno
dopo: non puoi dar da mangiare a una persona a buio e
poi ucciderla la mattina dopo. D'altro canto, però, non potevi
evitare il fatto che costoro non erano bianchi.
«Cosa stai pensando, Caroline?» chiesi alla figura accosciata,
del mio sangue, che si teneva la mascella nelle mani
aperte e col cappello calato fin sulle orecchie a ventola. Nel
buio mi appariva assai cupa, e la sua voce ebbe lo stesso tono.
«I selvaggi non sono poi granché» risponde, a voce sconsideratamente
alta, secondo me, dato che i nostri ospiti cercavano
di prendere sonno. «Guarda come han conciato quel povero
cane. In più mi hanno toccato come se fossi destinata anch'io
alla pentola, anche se non ho mai sentito dire che gli indiani
sono cannibali. Non credo che si possa contare su di loro,
Jack.» Con un grugnito tentò di posare le piante dei piedi
a terra, ciò che non è facile quando ci hai tenuto sopra il sedere
per qualche ora sedendo a gambe incrociate.
Ripetè la stessa osservazione, o quasi, ma con una differenza
significativa, che al momento non mi colpì: «Meglio
non contarci, Jack»; e arrancò a gambe rigide verso l'entrata:
per svuotarsi, pensai, prima di mettersi a cuccia per la notte.
In quanto a me, decisi di reggere fino al mattino, perché
avevo paura dei cani vaganti là fuori.
Bene, per qualche tempo fu quella l'ultima volta che vidi
Caroline. Andò sul prato, scelse un cavallo dal branco, ci
montò in groppa e se ne andò e passarono anni prima che la
rivedessi, evento a cui arriveremo al momento giusto. Per intanto,
devi capire che per un breve momento la considerai
mancante, e poi me ne scordai del tutto. Ormai non mi apparteneva
più.
Probabilmente avrei potuto sentire gli zoccoli, se non mi
fossi addormentato subito, perché non c'è nulla di più comodo,
per avvolgersi, che una pelle di bufalo, quando ne hai imparato
la presa. Anche se da principio tende a essere dura sul
lato spellato, mentre la parte col pelo è ruvida come una spazzola,
ben presto si attaglia al corpo grazie al tuo calore naturale
e sembra proprio che tu ci sia nato e cresciuto dentro.
Vidi poi il ragazzo Cavallino che mi svegliò all'alba.
«Vieni» accennò; e scrollandomi di dosso i resti del mio sonno,
cosa non difficile per via del freddo della mattina, lo seguii
nel campo dove i cavalli erano alla pastura. Erano nettamente
meno di quelli che avevo visto in branco il giorno prima:
il furto di Caroline - un capo - era nulla in confronto
a quelli che un qualche Ute era venuto a rubare poco dopo, o
forse stavolta erano stati i Pawnee. In ogni modo, se la gente
di Pellevecchia non usciva subito a rubare qualche cavallo,
avrebbero dovuto andare a piedi.
Cavallino già sapeva, da buon indiano, che Caroline era
fuggita e immaginò, giustamente, che io sarei rimasto per far
parte della tribù, non avendo scelta, e mi aveva svegliato
perché questo era il compito dei ragazzi della mia età: badare ai
cavalli, per prima cosa, ogni mattina. Vale a dire, la sapeva
più lunga di me, sul fatto mio, in quel momento, ma il suo
ghigno non era affatto beffardo o meschino quando lasciammo
il tepee pieno di Cheyenne adulti addormentati. Quando
non c'è nulla da fare, gli indiani non si alzano presto. Fanno
eccezione i ragazzi.
Fuori l'alba era azzurra, e inoltre fredda. Da un paio di
giorni non mi levavo di dosso alcuna parte di vestiario, e da
altrettanti giorni non mi lavavo, e questa mancanza mi dava
piacere. Ne faccio parola perché rammento di averci pensato e
di essermi sentito benissimo. Persino da piccolo, a un uomo
bianco viene in mente questo tipo di idea, quando si trova fra
gli indiani: ”Ma che diavolo me ne importa, di tutto? Sono in
mezzo ai selvaggi, non mi debbo lavare, posso fare di corpo
dove mi trovo, e così via”. Vorrei aggiungere che, al contrario,
il Cheyenne fa il bagno ogni giorno all'acqua più vicina, e se
anche non osservassero quest'usanza, ci sarebbe al posto di
essa un altro obbligo. Se tu sei una creatura umana, non puoi
evitare le convenzioni.
Mentre andavamo verso il prato, io e Cavallino incontrammo
vari altri ragazzi diretti alla stessa faccenda, di età fra
gli otto e i dodici anni; e per via dei furti, erano rimasti così
pochi cavalli che i mandriani erano quasi più numerosi delle
bestie. Vidi che il nostro compito consisteva nel portare gli
animali al ruscello per l'abbeverata. Dopo di ciò li guidammo
a un pascolo nuovo, perché già avevano mangiato parecchia
erba al pascolo vecchio, e dopo tutto la prateria apparteneva
a noi, fin dove arrivava l'occhio.
Cavallino e gli altri ragazzi scherzavano e ridevano fra di
loro, e per quanto ne so, potevano anche farlo a mie spese.
Ero il solo a indossare pantaloni, camicia, stivali e cappello;
ma dopo che si fu impastoiato la cavalla di testa per impedire
al branco di sbandarsi, e tornammo al ruscello e ci spogliammo
per fare il bagno a cui ho accennato, solo la pelle mi distinse
da loro, e quando uscimmo dall'acqua - che fu abbastanza
fredda da principio, ma cominciò a scaldarci quando ci
fummo dentro, soprattutto per i giochi violenti che aman fare
i ragazzi indiani - ebbene, io lasciai perdere tutta la mia roba
e mi tenni solamente i calzoni di lana. Insomma, regalai
tutto in una sola volta, ciò che mi procurò amici all'istante.
Quando tornammo agli alloggi, portarono dentro la mia
roba e ne tirarono fuori roba cheyenne, in cambio. Fu allora
che finalmente mi tolsi i calzoni e mi misi in cambio le brache
di pelle che mi dette uno dei ragazzi, e me le legai con la cintola
che mi diede un altro ragazzo. Mi misi anche i mocassini;
e ricevetti una coperta gialla e sporca da un ragazzo alto di
nome Orso Giovane, il quale accettò i miei calzoni e subito li
amputò per farsene dei gambali, buttando via la vita e i fondelli.
Gli stivali non servivano a nessuno, sì che furono buttati
per terra e ci rimasero, nella stessa posizione, anche dopo che
il campo se ne fu andato. Se a un indiano una cosa non interessa,
lui neanche la vede, magari ci inciampa sopra più di
una volta senza che gli venga in mente di spostarla con una
pedata.
Per quella prima mattina non facemmo colazione, per il
semplice motivo che non c'era nulla da mangiare. L'antilope
era stata finita completamente la sera prima, e non potevano
permettersi di far fuori altri cani, vista la velocità con cui sparivano
i cavalli, e un certo numero di bestie da soma erano
necessarie per spostare il campo. Anche Caroline non era ritornata
- infatti io ancora pensavo che a questo punto poteva
anche rientrare, anche se nemmeno per un istante mi venne
il dubbio che potessero averla uccisa, e non c'era nessuno
cui poter parlare nella mia lingua.
Ma prima che il sole fosse salito ben in alto sul cielo, avevo
fatto mio un buon vocabolario della loro lingua a base di
segni, e conversavo con Cavallino su quelle cose che si possono
esprimere con le mani. Per esempio, se vuoi dire uomo, tu
alzi il dito indice, il palmo della mano rivolto verso di te. Naturalmente
mi aiutò a imparare questo linguaggio l'abitudine
che aveva Cavallino di fare il segno e poi indicare la cosa
significata. Il gesto che vuol dire "uomo bianco”, cioè un
dito passato sulla fronte, che allude alla tesa del cappello,
fu un poco difficile afferrarlo, per via del fatto che Cavallino aveva
in capo il feltro da me dimesso. Continuava a far scorrere il
dito sulla tesa, indicando me e io da principio pensai che il gesto
significasse ”il tuo cappello”, oppure ”tu”, prima di arrivare
a capire. Il segno per "uomo” naturalmente significava "uomo
indiano”.
Per dire "Cheyenne” si fa passare l'indice destro sul sinistro,
come per rigarlo. Infatti le frecce di identificazione usate
dai Cheyenne son fatte di penne striate di tacchino selvatico.
A proposito, nel linguaggio parlato i Cheyenne mai chiamano se
stessi "Cheyenne”, ma invece Tsistsistas, che vuol dire "il popolo”
oppure "gli esseri umani”. Che cosa siano gli altri, a loro
non importa.
Dopo il bagno, i ragazzi presero gli archi e giocammo alla
guerra fuori e dentro il pantano dei bufali vicino al campo,
scagliandoci l'un l'altro frecce spuntate. E poi facemmo un poco
di lotta, nella quale io non ero affatto bravo e un po' restio
a darci sotto, ma dopo che mi ebbero strapazzato malamente,
cominciai a dar pugni e feci sanguinare almeno uno di quei
nasi scuri. Questo naso apparteneva a Orso Giovane, e il fatto
gli procurò parecchie burle, perché bisogna dire che in questo
gli indiani superano i bianchi. Mi dispiacque per Orso Giovane
quando vidi il ridicolo in cui lo avevo messo.
E mi sbagliavo di grosso: avrei dovuto non colpirlo affatto,
oppure, una volta colpitolo, avrei dovuto vantarmene e
magari infliggergli qualche altro castigo per consolidare il mio
vantaggio: gli indiani fanno così. Non bisogna mai pentirsi di
aver picchiato qualcuno, a meno che, una volta vinto il suo
corpo, tu voglia avere anche il suo spirito. Per allora questo
non lo capii, sicché per tutta la giornata tentai di far la pace
con Orso Giovane, e il risultato fu che mi feci il mio nemico
vero della mia vita, ed egli mi causò indicibili guai per anni,
perché un indiano sa trasformare la vendetta in una professione.
L'altra cosa che rammento di noi ragazzi fu che andammo
a giocare al campo con alcune ragazzine. È una specie di imitazione
di quello che fanno i grandi. Le ragazze alzano un minuscolo
tepee e i ragazzi fanno la parte dei mariti, fanno spedizioni
guerresche, fingono la caccia al bufalo, dove il ragazzo
che fa l'animale reca un ficodindia in cima a un bastone. Come
vedi in tutto quello che fa il Cheyenne c'è una minaccia di
dolore, se non il dolore effettivo.
Alle prime azioni io ero intervenuto sul piede di parità,
ma non fu così quando si cominciò il gioco del campo, e credo
che questo dipendesse da Orso Giovane, il quale era per comune
consenso capo di guerra, dato che sapeva tirare l'arco
eccezionalmente bene ed era molto convincente nello spaccare
il cranio a un immaginario nemico, con una sua clava di guerra
dall'aspetto odioso che si era costruita con le sue mani. In
questo modo un uomo diviene capo in guerra fra i Cheyenne:
perché sa combattere meglio degli altri. È capo soltanto in
battaglia. Per la pace esiste un altro tipo di capo. Per esempio
Pellevecchia era capo in pace. Il principale capo in guerra nel
nostro branco era Gobbo. Questa gente va d'accordo, tranne
quando, come rammenti, han bevuto whiskey e allora si avventano.
In ogni modo, quando scoppiò il fucile di Pellevecchia,
lasciarono perdere e se ne andarono ciascuno per i fatti
suoi.
Comunque sia, Orso Giovane, a undici anni circa, era già
ben avviato verso la sua vera professione, ed era grande e
grosso e camminava con il petto in fuori. Sullo scontro che
ebbi con lui posso dire questo: avrebbe potuto uccidermi, solo
che ignorava tutto del pugilato. Ma la sua ignoranza non era
colpa mia; non sono mai stato grosso, ma svelto lo sono.
In quei primi giorni dovevo contare su quello che mi prestavano
gli altri ragazzi: arco, frecce, e una specie di bastone
che si mettono fra le gambe e così corrono, come se fosse un
cavallino. Ma quando si giunse ai giochi guerreschi sotto la direzione
di Orso Giovane, quelli partirono, Cavallino compreso,
lasciandomi indietro con le ragazze e i piccolini che nel
gioco del campo dovevano fare la parte dei lattanti. E continuando
i ragazzi a fare così, fin quando diventò un'abitudine,
cominciarono a chiamarmi Ragazza dell'Antilope, perché eccomi
lì, a cercar di disfare le nostre minuscole tende, lavoro
appunto da ragazza.
La danza del sole, ecco un'altra azione da adulti che i ragazzi
mimavano nel gioco del campo. I ragazzi si ficcavano
spine nella carne, ci attaccavano una corda e si trascinavano
dietro crani di coyote o di cane della prateria. A questo punto
la disperazione mi avrebbe indotto a fare la prova anch'io, se
dalla mia giovanissima età non avessi elaborato questa
affermazione: un uomo bianco è meglio di un pellerossa, il
quale è selvaggio. Ma perché è migliore? Perché sa usare il cervello.
Secoli prima gli indiani avevano imparato che si possono
muovere oggetti pesanti facendoli rotolare su tronchi d'albero,
eppure all'epoca in cui vissi in mezzo a loro non avevano ancora
tagliato una fetta di questi tronchi per farne una ruota.
La cosa poteva riguardarsi o come invincibile ignoranza o come
ostinazione; in ogni modo, sempre barbarie.
Andai dietro a uno dei nostri minuscoli tepee, e volli provare
il gioco della spina, ma non appena la punta ebbe toccata
la mia pelle, ebbi una gran paura. Non mi ha mai interessato
farmi del male. Così presi una freccia, cioè ne rubai una
con una punta autentica di ferro e la mozzai in due con una
pietra scheggiata. Ora i Cheyenne masticavano, come se fosse
gomma, il succo evaporato dell'euforbia. La Donna del Pantano
dei Bufali me ne diede un po', ma io non la mangiai, me
la misi invece sull'ombelico e ci appiccicai sopra la cocca della
freccia, dove sono le penne. L'altra parte, quella con la punta
di ferro, la misi in modo che sembrasse uscirmi dal culo, spostando
di lato le brache di pelle. Parevo proprio trafitto da
parte a parte, con un angolo di quarantacinque gradi. Quando
fui pronto, uscii dall'alloggio, camminando in modo buffo, le
natiche strette, tenendo l'estremità piumata come a simulare il
dolore - questa era un'infrazione delle regole, perché la regola
vuole che si ostenti indifferenza virile al dolore, ma io
pensavo che il gesto fosse di per sé piuttosto spettacoloso.
Non mi sbagliavo. Furono le ragazze le prime a vedermi e
sbatterono la bocca con tanta forza che solo un miracolo impedì
che saltassero gli incisivi. E poi i ragazzi, con le loro miserande
spinuzze, e i loro minuscoli teschi d'animale. Coyote,
per il rammarico, si staccò il teschio dalla schiena e lo buttò
via, e il sangue gli corse come un nastro scarlatto per il groppone.
Cavallino si mise a danzare e a vantarsi d'essere mio
amico. Il povero Orso Giovane voltò la schiena e se ne andò
via, strascicandosi dietro sul terreno quei piccoli teschi, e balzavano
all'incontro con un'asperità, e quando uno s'impigliò
in un cespuglio non si ruppe la pelle, ma la correggia.
Da quel momento in poi fui alla pari nei giochi guerreschi,
e di lì a poco Brucia Rosso mi fece un piccolo arco. Brucia
era figlio di Pellevecchia, lo aveva avuto da una delle mogli
precedenti, ora morta. La mia posizione diventò quella di
un orfano addetto all'alloggio del capo, ciò che mi dava il diritto
d'una benevola considerazione da parte di tutta la famiglia
come se fossi parente consanguineo. Quasi in ogni tepee
c'era un ragazzo così, anche se gli altri erano tutti indiani.
Le donne avevano l'obbligo di darmi vesti e cibo, e gli uomini
di farmi crescere uomo. Non rammento che mi sia stato fatto
torto della mia razza, fino a che fui piccolo. Per esempio, non
si fece mai parola di Caroline - intanto perché era gran vergogna
per Pellevecchia aver fumato una pipa con quella che
si rivelò poi donna. In tempi molto antichi i Cheyenne non
fumavano quando nel tepee c'era una donna; chiudevano la
porta per farle restare fuori.
Un altro motivo per cui mi fu facile mescolarmi in quella
tribù fu che a nessuno degli indiani piaceva ripensare all'incidente
dei carri. Come abbiamo visto, mio fratello Bill non riferì
mai a Forte Laramie del massacro, e i soldati non vennero,
sì che i Cheyenne non ebbero da preoccuparsi. Un fatto però
li seccava: che, ubriachi, per poco non avevano ucciso uno di
loro; e questa è la cosa peggiore che un Cheyenne può fare:
uccidere un altro Cheyenne. L'ubriachezza non è una scusa. È
sempre considerato omicidio, e l'assassino marcisce nelle budella,
e appesta gli altri membri della tribù, insozzando le Sacre
Frecce, e scacciando i bufali. Un uomo simile non può fumare
la pipa, e nessuno mangerà dal piatto che ha toccato lui;
generalmente lo scacciano dal campo.
Ora, io so che tu vuoi farmi un appunto. Dal modo in cui
ho descritto la rissa del whiskey, pare che qualche indiano restasse
ucciso davvero: sicuramente ho detto che Mucchio
d'Ossa fece saltare la nuca di Bianco Contrario, e che quest'ultimo
perse le cervella. Giuro che, nella misura in cui fu possibile
constatarlo sul posto, proprio questo avvenne. Ma immagina
la mia sorpresa quando la mattina dopo al campo dei
Cheyenne, subito dopo il bagno di noi ragazzi al ruscello, chi
comparve in attesa che noi lo portassimo al suo cavallo, se
non Bianco Contrario? Grande e grosso e brutto, e senza nessun
segno di ferite. Io gli andai dietro, osservandogli con particolare
interesse la nuca, ma se anche c'era un buco, io non
posso affermarlo. Vidi un paio di pidocchi strisciare sulle trecce,
in quel punto, ma neanche una crosta di sangue seccato.
Ed era senz'altro Bianco Contrario, perché aveva una verruca
sulla parte sinistra del naso. Impossibile sbagliarsi.
Magari tu cominci a capire, quando la smisi col trucco
della freccia in culo, perché a nessuno dei ragazzi venne in
mente che li stessi prendendo in giro. Ecco perché gli indiani
non si aspettano d'essere imbrogliati: perché sono sempre
pronti al miracolo.


CAPITOLO 4.
LA STRAGE DELLE ANTILOPI.

Non era poi male essere ragazzo fra i Cheyenne. Mai ti
frustavano se avevi fatto male ma anzi ti dicevano: «Non si
comportano così gli Esseri Umani». Una volta Coyote si mise
a ridere mentre accendeva la pipa di suo padre, per via di un
tafano che gli tormentava la pancia. Era da parte sua una grave
scortesia, paragonabile a quella di un ragazzo bianco che
scorreggi in chiesa. Il padre mise via la pipa e disse: «Per via
della tua mancanza di controllo, per tutto il giorno io non
posso fumare senza offendere certe persone all'altro mondo.
Mi chiedo se per caso tu non sia un Pawnee, anziché un Essere
Umano». Coyote uscì nella prateria e ci rimase tutta la
notte a nascondere la sua vergogna.
Devi fare le cose giuste quando sei un Cheyenne. In nessun
caso un bambino deve piangere - può darsi che la tribù
se ne stia nascosta, in quel momento, e il pianto rivelerebbe al
nemico la sua posizione. Ecco perché le donne appendono ai
cespugli le culle, a una certa distanza dal campo, fino a che
i piccoli, là dentro, capiscono che piangere non serve a
nulla, e si fanno l'abitudine di stare zitti. Le ragazze vanno addestrate
a trattenere le loro risatine. Ho visto Ombra che Appare alla
Vista allineare dinanzi a sé le figliolette e raccontar loro storie
buffe, alle quali esse dovevano trattenere il riso. Da principio
cedettero, e strillavano come uccellini; poi arrivarono a sorridere
appena; e finalmente, dopo molte sedute, riuscivano a
serbare una faccia di sasso di fronte alla barzelletta più spiritosa.
Erano libere di apprezzarla, ma non di dimostrarlo. Al momento
opportuno potevano anche sbellicarsi, perché agli indiani
piacciono le cose buffe e Ombra che Appare alla Vista
era molto spiritoso.
Tranne che per l'istruzione speciale, i Cheyenne non hanno
scuola. Non leggono mai né scrivono la loro lingua, e allora
a che servirebbe la scuola? Chi vuol sapere qualcosa di storia
va da un vecchio che tiene tutto a mente. I numeri diventano
noiosi, quando sono finite le dita, sì che per riferire la
grandezza del drappello guerresco nemico che hai avvistato,
dirai una storia di questo genere: «Gli Ute sono vicini alla
Collina del Posto Svelto. Sono tanti come le frecce tirate contro
l'antilope fantasma quando le ciliegie sono mature». Siccome
questa è una storia famosa, tutti quelli della banda di
Pellesecca sanno, con approssimazione di uno o due, il numero
degli Ute di cui si sta parlando - e in caso di emergenza,
quando una persona tende a temere l'ignoto, lo mettono in
rapporto con qualcosa di familiare.
Un Cheyenne crede che anche il suo animale sia cheyenne
e lo sappia. «Dillo al tuo cavallo.» Brucia Rosso diceva
che «la gente parlerà del suo valore per tutto il campo. Raccontagli
storie di famosi cavalli e delle loro imprese, sì che
cerchi di fare altrettanto bene. Digli ogni cosa, di te. Un uomo
non deve avere segreti col suo cavallo. Ci sono cose che
egli non discute con suo fratello, o con sua moglie, ma lui e il
suo cavallo debbono sapere tutto, l'uno dell'altro, perché probabilmente
moriranno insieme e percorreranno la Strada Sospesa
fra terra e cielo».
Il guaio mio era che mi sentivo maledettamente sciocco,
quando parlavo a una bestia muta. Questa la difficoltà, quando
si è bianco; non ricavi molto. Nessuno pretende di più da
un indiano: per lui le cose sciocche sono, per così dire, normali.
Sarebbe una delusione se un indiano non parlasse ai cavalli,
secondo me, perché l'indiano è nato matto. Ma essendo
io bianco, la sapevo troppo lunga già all'età di dieci anni.
Capirai che non posso farti un resoconto quotidiano della
mia educazione. Forse mi ci vollero un paio di mesi per imparare
a stare a cavallo senza esserci legato sopra, e anche di più
per imparare l'uso corretto dell'arco e delle frecce. Ma ora
debbo tornare a quella prima mattinata e destare Pellevecchia
che avevamo lasciato morto al mondo. L'indiano si alzò deciso
a digiunare per ventiquattro ore. Aveva fatto un altro sogno
sull'antilope. Siccome si sovrapponeva al sogno del giorno prima,
ciò significava che doveva mettersi al lavoro.
Nel pomeriggio il capo andò lungo il ruscello, forse trecento
passi e poco dietro il cespuglio eresse un piccolo tepee
quasi della grandezza di quelli che facevamo noi ragazzi per
gioco, appena quanto bastava a contenerlo. Ci entrò al tramonto
e fece numerose cose segrete, fino all'alba dell'indomani.
Mentre lui era dentro, per tutta la notte certi altri
Cheyenne andavano a battere l'esterno del tepee. Quel che stava
succedendo riguardava un gigantesco accerchiamento di antilopi.
Se, quando quegli uomini battevano la pelle del tepee,
da essa cadeva pelo di antilope, la caccia sarebbe stata fruttuosa.
Mentre succedeva questo, un branco di Ute portò via tutta
la mandria di cavalli, e la mattina dopo i soli quadrupedi rimasti
ai Cheyenne erano i pochi che i proprietari avevano legato
all'esterno del tepee. In ogni modo, parecchio pelo di antilope
giaceva al suolo attorno alla tenda magica, sì che le
prospettive erano buone.
Pellevecchia uscì dal piccolo tepee la mattina dopo. Appariva
un poco diverso dal solito in questo: i suoi occhi parevano
a fuoco mille miglia lontani, in qualsiasi direzione
guardasse. Recava due corti pali neri, ciascuno con un cappio all'estremità,
e decorati di penne di corvo e quando uscì sul terreno
aperto, tutto il campo gli si mise dietro - uomini, donne,
bambini e cani. Ho parlato dell'antilope quando ne incontrammo
un piccolo branco il giorno prima al pantano dei bufali:
corrono il miglio in un minuto e quando cambia il vento
prendono via all'impazzata.
Questa bestia così svelta ha un difetto che le impedisce di
vivere fino a tarda età: fa rumore. Mostra a un'antilope qualcosa
che si muove, e quella non resiste. Questa la funzione
pratica dei pali che Pellevecchia recava con sé: i Cheyenne li
chiamano frecce da antilope, e sono più micidiali che se fossero
attrezzate d'una punta di ferro, perché destano in quest'animale
volubile una tale curiosità che sarebbe disposto all'eccidio
suo e della sua famiglia pur di dare un'occhiata più da vicino.
Ammesso questo, in un accerchiamento di antilopi ci sono
tante altre cose che non avrebbero senso se non pensassimo
alla magia.
Mi pare che facemmo un tre miglia nella prateria - tutti,
tranne una vecchia decrepita e un guerriero che rimase a
casa perché aveva il broncio. A un certo punto, su una spianata,
ci fermammo e Pellevecchia si mise a sedere sulla prateria.
Aveva lasciato il cappello a cilindro, e portava due penne d'aquila
intrecciate fra i capelli. Ora le donne nubili gli vennero
dinanzi, e lui scelse le due più robuste facendo loro cenno con
le frecce di antilope, una specie di fascino, per indurle a sedersi
accanto a lui. Una ragazza era mediamente grassa, ma la
seconda era talmente cicciona che bisognava guardare bene
per distinguere i lineamenti del viso; i suoi occhi parevano minuscoli
semi.
Una ragazza grassa per prendere un'antilope grassa, ecco
l'idea.
Quei guerrieri che ancora avevano il cavallo montarono in
groppa, e tutti noi altri ci schierammo a destra e a sinistra del
capo e delle grassone, in modo da fare un semicerchio con loro
nel mezzo. Due altre ragazze, più magre, a un tratto presero
le frecce da antilope a Pellevecchia e filarono via in direzioni
divergenti, come le aste di una V, con lui al vertice. E allora
via i cavalieri all'inseguimento, i due di testa superano le
ragazze e prendon loro di mano i bastoni magici, e poi, sempre
cavalcando lungo le due aste della V, rientrano agitando
il cappio con le penne di corvo. Allora compare alla vista
un'antilope, isolata, su un'ondulazione del terreno a un quarto
di miglio davanti ai cavalieri, proprio nel centro fra le due
file, dritto davanti alla posizione di Pellevecchia. Come gli uomini,
anche le antilopi mettono le sentinelle. Queste danno il
segnale al branco alzando la coda bianca come se fosse una
bandiera da segnalazione. Ora, cosa credi che faccia un'antilope
sentinella quando vede venti Cheyenne al galoppo dall'uno
e dall'altro lato, e altri ancora nel mezzo della prateria attorno
a un vecchio indiano e a due vergini grassone?
Be', questa qui diede un'occhiata così dura da farti pensare
che potessero saltargli via le orecchie dalla testa. Frattanto i
cavalieri la stavano prendendo di lato. Guardò a sinistra e
guardò a destra, ma quelle forze eguali che emanavano dai
suoi fianchi compressero per così dire la sua attenzione verso
il mezzo, e anche da lontano la vedevi tremare tutta anche se
le guance gialle e la punta del muso nero erano gelate dallo
stupore.
Pellevecchia se ne stava dentro la coperta rossa, le punte
bianche delle due penne vibranti nella brezza. Le due ragazze
grasse se ne stavano ancora come montagnole sul terreno, e
nel branco dei cani non ce n'era uno che si prendesse la briga
di tirar fuori la lingua; anche loro erano Cheyenne.
La sentinella si fece incontro, mettendo avanti ciascuno
zoccolo minuto come se ogni volta fosse una decisione a sé, i
bargigli bianchi tesi in fuori come se fossero un collare elastico.
Lungo il ciglio, dietro di lei, comparve una trina di piccole
corna, seguite finalmente da minuscole teste brune, che guardavano
fisso dalla nostra parte. I cavalieri avanzati avanzarono
ancora, formando un imbuto che si allargava, con la punta
rivolta verso Pellevecchia, seduto sempre lì nella mezzaluna
della sua tribù. Cerano cavalieri appena bastanti a indicare la
linea di fiancheggiamento, con tanto spazio fra un indiano e
l'altro da farci passare una tribù intera di antilopi, ma queste
bestie, essendo affascinate, non avevano idea di sfuggire.
Giù per il pendio venne al trotto la sentinella: dietro di
lei l'orizzonte era pieno di animali, sempre più in folla.
Avanzò d'un centinaio di passi, e tuttavia non finiva il branco
ammassato, disposto nella forma di un'enorme testa di freccia
dietro la sua guida, puntata su Pellevecchia. Cheyenne e animali
stavano armonizzandosi in un grandioso ritmo, di cui dava
il tempo il vecchio capo. Immagino che la musica fosse stata
composta dagli dèi. Se non ti piace quest'aspetto della faccenda,
allora tu devi spiegarmi perché un migliaio di antilopi
correvano verso la propria rovina; e anche in che modo
Pellevecchia sapeva che il branco sarebbe stato in quel posto,
perché non si era visto pelo di animale prima che lui si
mettesse a sedere sulla prateria.
I cavalieri di testa, con i bastoni e i cappi, raggiunta l'estremità
del branco, lo aggirarono, si scambiarono la posizione
e ritornarono al galoppo verso Pellevecchia e gli diedero
consigli di magia. Ora c'era una linea magica legata attorno
alle antilopi, e questa linea il capo cominciò a tirare.
Alzò le braccia e tutto il vasto branco cominciò a correre,
la testa a una settantina di passi, la coda appena fuor dal ciglio
dell'altura. Trecento passi abbondanti di prateria erano
affollati di animali, fianco a fianco; e l'ampiezza della massa
copriva pressappoco la stessa misura da oriente a occidente:
un'enorme ondata di pura antilope. Ora noi ci muovemmo, allargando
le corna della mezzaluna, trasformando la base della
V in una U, e le bestie venivano incontro a questo mandriolo
vivente, le cui mura erano i Cheyenne - uomini, donne,
bambini - rassodate dalle coperte distese e dai cani che ci
stavano fra le gambe.
A metà della branca sinistra, io cercai di puntare lo sguardo
su quella prima sentinella, ma era stata sopraffatta dalla
corsa di più svelti animali, e presto ogni particolarità andò
persa nel vorticare d'innumerevoli zampe e di nubi polverose.
Il capo agitò il bastone quando le prime bestie raggiunsero la
trappola, e quelle deviarono a sinistra, ma lì incontrarono il
muro dei Cheyenne; poi a destra, con eguale disillusione. Incrociò
due volte i bastoni, e gli occhi della bestia più avanzata
seguirono il suo gesto, starnutì, incespicò e cadde in ginocchio;
formò così un ostacolo per quelle che la seguivano, un ostacolo
che non riuscirono a superare.
L'ammucchiamento avvenne proprio davanti a me, e da
quel momento in poi fu panico puro, bestia che cadeva su bestia,
da sfracellarsi le cervella, da sventrarsi, quelle che non
crollarono semplicemente a terra. Noi ci stringemmo e i cavalieri
completarono il gran cerchio, tutto con una clava o
un'accetta, o anche solo con una grossa pietra, ma senza alcun
proiettile, per questo lavoro ravvicinato. Direi che ci volle
un'ora buona per stramazzare fin l'ultima antilope, pur lavorando
noi incessantemente, e numerosi animali morirono per
la loro stessa esagitazione.
Mai Pellevecchia depose i suoi bastoni, ma anzi continuava
a gesticolare fino a che non fu rimasta bestia viva; era suo
compito e suo obbligo, e non prese parte alla carneficina. Per
quanto mi riguarda, non avevo a quell'epoca la forza di fare
molto danno, neanche a un animale tanto fragile, ma unii i
miei sforzi al generale macello, battendo con un sasso su una
pelle scura ogni volta che mi si presentava un'apertura. Avrei
potuto anche colpire Orso Giovane, un paio di volte, in quella
confusione, perché mi era molto vicino. Il ragazzo tentò di
rompere il collo a un'antilope con le nude mani, come riuscivano
a fare alcuni degli uomini più forti, torcendole le corna.
Non ci riuscì, e alla fine dovette darle l'accetta in mezzo alle
orecchie, e i suoi occhi attoniti si riempirono di sangue, da
dentro, e cacciò fuori la lingua e morì.


CAPITOLO 5.
LA MIA EDUCAZIONE COME ESSERE UMANO.

Forse avrai notato che all'inizio di questo racconto
Pellevecchia può esser parso un buffone. Voglio dirti che questo
può essere vero solo fra uomini bianchi. Fra i Cheyenne era
una specie di genio. Fu lui a insegnarmi tutto quello che imparai
da ragazzo, a parte le cose fisiche come cavalcare e tirare.
Il mezzo con cui fece questo fu con le storie. Rammento
che disse a me e agli altri ragazzi molte centinaia di storie simili,
e a volte stavano a sentire anche i grandi, perché riconoscevano
in lui un saggio vecchio indiano, e che non avrebbe raggiunto la sua bella età se tale non fosse stato.
Ora ti racconto due di queste storie. Una mi salvò la vita
quando andai a fare il mio primo furto di cavalli. L'altra,
che egli raccontò a un concilio con certi Sioux, ti farà capire la
differenza fra uomini rossi e uomini bianchi, meglio di ogni
altra cosa, eccetto il caso d'esser vissuto sia da bianco che da
rosso, come successe a me.
Diverse nevi erano cadute e si erano disgelate da quando
stavo con i Cheyenne, e dovevo avere una tredicina d'anni. Un
giorno noi ragazzi giocavamo alla guerra e Orso Giovane, che
cresceva di mese in mese, scagliava frecce spuntate con tanta
forza che quando colpì un ragazzo chiamato Cane Rosso proprio
in fronte, lo stese a terra. Credo che la freccia fosse diretta
a me, ma io ero sempre un bersaglio mobile. In quel momento
stava per caso passando Pellevecchia in compagnia di
un indiano chiamato Due Bimbi, il quale era nudo e dipinto
di nero dalla testa ai piedi e stava per andare a prendere uno
scalpo nemico, secondo un suo voto.
Due Bimbi camminava come se fosse in trance: ma quando
Pellevecchia vide Cane Rosso che giaceva privo di sensi, si
chinò su di lui e disse: «Avanti, mangia». Il ragazzo si svegliò
immediatamente, e il capo lo mandò alla Donna del Pantano
dei Bufali per mangiare, perché il cibo guarisce gli indiani
da quasi tutte le malattie.
Allora Pelle disse a Orso Giovane: «È un guerriero valoroso
quello che tenta di uccidere i suoi amici». E Orso era
pieno di vergogna.
Pellevecchia distese la coperta per terra e tutti noi gli sedemmo
attorno. Aveva le trecce avvolte di pelliccia di donnola
e portava una specie di sciarpa adorna di perline vecchie,
anteriori all'epoca in cui arrivarono i bianchi con i loro gioielli
di vetro: erano ricavate dalla parte purpurea della conchiglia
oceanica, e siccome i Cheyenne vivevano nel centro del
paese, quelle perline dovevano aver raggiunto il capo grazie a
una lunga storia di traffici, iniziata magari un secolo prima,
quando un qualche selvaggio della costa dell'Oregon o del
Massachusetts aprì una conchiglia, ne succhiò la carne gommosa
e con il coltello foggiò dal guscio qualche cosa di
estroso.
Il capo disse: «Vi voglio raccontare di un guerriero che
amava i suoi amici. Questo succedeva molte nevi or sono,
quando ero giovane. A quei tempi di rado fra noi si vedeva un
fucile, perché c'era poco commercio con gli uomini bianchi e
naturalmente gli altri indiani si tenevano per sé le armi da
fuoco che avevano. Non avevamo neanche molte punte di
ferro per le frecce, e in battaglia si galoppava fin addosso al nemico,
sperando di essere colpiti dalle sue frecce, per avere così
alcune di queste punte di ferro».
Rise di cuore, e si tirò su i gambali per mostrare il polpaccio
destro con le numerose vecchie ferite.
«A quell'epoca non c'era altro modo per averle. Per i cavalli,
di solito si andava al sud, alla terra del Popolo del Serpente,
perché quelli sono grandi cavalieri e hanno i migliori
cavalli. Dicono che la ragione di questo è che essi s'accoppiano
coi cavalli, ma ciò non l'ho mai visto coi miei occhi.» Stava
parlando dei Comanche, i migliori cavalieri del mondo, che
superano tutti gli altri indiani; sia vero o no che s'accoppiassero
coi cavalli, so che le loro donne le montavano alla maniera
dello stallone, cioè da dietro, nitrendo e soffiando; vanno matti
per i cavalli.
«A volte i cavalli non ci occorrevano realmente, ma ci
andavamo per il gusto di combattere, perché i Serpenti sono
un popolo valoroso e fa bene al cuore vederli caricare, soprattutto
di primo mattino quando il sole è ancora giovane nel
cielo; più tardi, quando si fa adulto, è troppo caldo nel loro
paese e ora capite perché anni prima gli Esseri Umani li scacciarono
di lì e tennero per sé il territorio, che è perfetto.»
Sempre parlare di guerra rallegrava Pellevecchia. Diversi
decenni gli cadevano di dosso, sotto i tuoi occhi, gli occhi gli
si accendevano, gli si pienavano le guance e si metteva addirittura
a ridere quando l'impresa raccontata era cruenta.
«Una volta un gruppo di sei Esseri Umani andava dietro
ai cavalli nel Paese dei Serpenti: Visita del Falco, Vestitino,
Capo Cavallo, Camicia di Ferro, Mulo Matto e Uomo Piccolo.
Con loro era anche un uomo di nome Peloso, degli Arapaho, i
quali come voi sapete sono sempre stati nostri amici e di solito
fanno il campo insieme agli Esseri Umani. Ora questo gruppo
era uscito con l'intenzione di catturare cavalli selvatici, anziché
rubare quelli dei Serpenti. Altrimenti Peloso non sarebbe
andato, perché gli Arapaho quell'anno erano in pace con i
Serpenti.
«Vicino alle sorgenti del Washita, i nostri uomini trovarono
il sentiero di un grosso villaggio dei Serpenti e decisero
di razziarlo dopo buio, pur non avendo fucili e restando loro
soltanto poche frecce, e quindi non avrebbero potuto battersi
a lungo se i Serpenti avessero reagito.
«Avendo individuato il campo, rimasero nascosti fino al
tramonto. Poi avanzarono strisciando e rubarono una mandria
di bellissimi cavalli. Peloso non partecipò a questa incursione,
per via del trattato che il suo popolo aveva coi Serpenti.
Aspettò fuori del campo, tenendo i cavalli degli Esseri Umani,
e quando quelli vennero portandosi dietro la mandria, andò
con loro. Cavalcarono tutta la notte e metà del giorno successivo
senza fermarsi fino a che il sole fu nel punto da dove sarebbe
filtrato per il foro del tepee. A quell'ora avevano raggiunto
il Rivo Fetente, dove un cavallo può bere ma un uomo
no. Così abbeverarono la mandria.
«Ma non erano riusciti ad andare svelti, perché dovevano
portarsi dietro i cavalli rubati, e prima di lasciare il Rivo
Fetente, arrivarono i Serpenti, in numero che era più che dieci
per ogni Essere Umano, compreso Peloso. I nostri uomini
montarono in groppa ai loro cavalli, abbandonando gli altri, e
andarono su una breve altura, poi uccisero gli animali per fare
una fortificazione, si levarono gambali e camicie e cantando
le loro canzoni si prepararono a morire.
«Prima della carica dei Serpenti, un loro capo di nome
Luna si avvicinò all'altura quanto bastava per farsi vedere
chiaramente e a segni disse: "Voialtri, Branco di Tatuati,” -
perché è così che i Serpenti chiamano i nostri amici Arapaho -
"perché ci rubate i cavalli con la Gente della Freccia Striata?
La vostra tribù e la mia sono in pace. Sei tu una cattiva persona?”.
«Peloso si alzò in piedi e rispose: ”Io non entrai nel tuo
campo e non rubai i tuoi cavalli. Questi sono miei amici, ho
vissuto con loro, mangiato con loro, e combattuto accanto a
loro. Sicché, anche se è vero che non ho inimicizia con voi,
credo che sia una bella giornata per morire con loro”.
«”Ti sento” rispose a segni Luna e ritornò fra la sua gente,
e tutti caricarono l'altura, uccidendo Camicia di Ferro, Visita
del Falco e Vestitino, ma i quattro rimasti combatterono
con tale valore che i Serpenti si ritirarono, avendo perso non
pochi dei loro, e altri rimasero feriti. Poi i Serpenti caricarono
di nuovo, ma con appena dieci guerrieri anziché tutto il gruppo,
e Peloso fu ferito da una lancia al petto, però mise l'ultima
sua freccia nel collo dell'uomo che l'aveva colpito, proprio
mentre cadeva. Il Serpente piombò giù da cavallo aggrappandosi
alla criniera e il cavallo, scalciando, colpì allo stomaco
Mulo Matto e un altro Serpente gli si accostò al galoppo e
piegandosi gli sfracellò il cervello con una clava. Anche Capo
Cavallo ebbe una brutta ferita, di cui presto morì.
«Ora restava in vita soltanto Uomo Piccolo, e non aveva
più frecce. Dovette aspettare che un Serpente gliene tirasse
una per cavarsela dal corpo e tirarla a sua volta. In questo
modo aveva ucciso uno dei cavalieri e ne aveva ferito un altro
quando ci fu la carica contro l'altura. Ma ora i Serpenti arrivavano
dall'altra parte, sei o sette, avventandosi contro di lui
con le lance corte.
«Il primo Serpente aveva già raggiunto il ciglio quando
Uomo Piccolo prese una coperta dal mucchio di panni abbandonati
dalla nostra gente e gridando "hu, hu, hu!" l'agitava
contro la testa del cavallo, spaventando l'animale quanto bastava
a farlo scartare dalla linea giusta della carica, e la lancia
mancò Uomo Piccolo facendo un lungo strappo alla coperta.
Agguantata la cintura del cavaliere, Uomo Piccolo lo tirò giù
di groppa al cavallo. Non appena il Serpente fu a terra,
Uomo Piccolo gli fece tre rapidi tagli di coltello sulla gola,
ma non potè prendergli lo scalpo, perché gli furono addosso
gli altri Serpenti. Balzò sul cavallo, e con la lancia catturata
estrasse loro tanto di quel sangue che i Serpenti si ritirarono
sulla pianura dove era in attesa il grosso delle loro forze.
«Uomo Piccolo cavalcava avanti e indietro sull'altura
cantando il suo canto di morte, mentre i Serpenti tenevano
consiglio. Poi si fece avanti Luna e disse, a segni: "Sei un uomo
valoroso. Noi ci siamo ripresi i cavalli rubati e non vogliamo
più combattere. Puoi andartene a casa”.
«Ma Uomo Piccolo disse: ”Io non ti sento”. E Luna
tornò dai suoi e i Serpenti caricarono ancora, stavolta con venti
uomini, e Uomo Piccolo ne uccise diversi con la lancia e rimase
illeso. Adesso i Serpenti avevano veramente paura; non
avevano mai provato, prima, a combattere contro una simile
magia.
«Luna si fece ancora avanti e a segni disse: ”Sei il più valoroso
fra le Frecce Striate che ho visto. Tieniti il cavallo su
cui stai in groppa e tieniti la lancia, e ti daremo anche un altro
cavallo. Ritorna dal tuo popolo. Non vogliamo combattere
più."
«”No, grazie” disse Uomo Piccolo. "Tutti i miei amici sono
morti, compreso uno che fu fedele agli Esseri Umani, pur
essendo un Arapaho. Senza i miei amici me ne starei tutto il
giorno a piangere. È meglio che ammazziate anche me. È un
bel giorno per morire.”
«A questo punto Uomo Piccolo levò alta la lancia sul capo,
e lanciando il grido di guerra e il nome del suo popolo,
partì alla carica contro tutti i Serpenti. Luna era un bravo capo,
ma quando vide Uomo Piccolo che gli galoppava incontro,
lanciando quegli urli orribili, gridò a sua volta e tentò di
fuggire, ma Uomo Piccolo lo raggiunse e gli ficcò la lancia in
corpo e ce la lasciò. Allora Uomo Piccolo tirò fuori il coltello
e continuò a caricare i Serpenti, i quali cadevano dinanzi a lui.
Cavalcava in mezzo a loro come un ciclone, menando di punta
e di taglio da tutte le parti, in modo così furioso che sembrava
avere un coltello per ogni dito, e i Serpenti ululavano
di paura, pur essendo un popolo valoroso.
«Alla fine un Serpente armato di moschetto colpì Uomo
Piccolo alla schiena, ed egli cadde al suolo e i Serpenti gli tagliarono
la testa. Ma quando ebbero fatto questo, il corpo di
Uomo Piccolo si alzò in piedi e ricominciò a combattere con il
coltello che ancora stringeva in mano. E la sua testa, che avevano
infissa in cima a una lancia, ricominciò a lanciare il grido
di guerra. I Serpenti non ne potevano più. Partirono al galoppo
più svelti che poterono, e quelli che si voltarono a guardare,
videro il corpo acefalo di Uomo Piccolo che correva dietro
di loro agitando il coltello. Poi, quando furono fuor della
sua portata, il corpo salì l'altura e giacque fra i suoi amici.
Nessuno sa quel che successe alla testa, che fu lasciata cadere
dall'uomo che portava la lancia, quando cominciò a gridare.
«In seguito Luna guarì ma rimase gobbo come un bufalo
per il resto dei suoi giorni. Non si vergognava della fuga perché
quel giorno Uomo Piccolo aveva una magia tale da non
potersi pretendere che un Serpente la contrastasse. Luna in
persona mi raccontò questa storia, più tardi, quando si fece la
pace fra le nostre tribù, e inoltre i Serpenti trovarono il fratello
di Uomo Piccolo e gli diedero il cavallo promesso a lui, sì
che poterono ritornare sul posto dove Uomo Piccolo era morto
senza essere aggrediti dal suo corpo.»
Non vedevo persona bianca da quando Caroline se n'era
andata dal campo, quella notte. Una volta che ci eravamo accampati
sul Fiume della Sorpresa e noi ragazzi eravamo andati
a caccia di polli della prateria, vedemmo certi oggetti muoversi
a un paio di miglia. Io li presi per bufali, ma Cavallino,
con i suoi occhi indiani, disse di no, disse che erano uomini
bianchi: quello aveva i capelli gialli, era armato di fucile e cavalcava
un baio che era leggermente zoppo alla zampa sinistra,
quella davanti; l'altro aveva la barba e montava un
roano con una piaga provocata dalla sella. Inoltre si erano
sperduti, ma Cavallino vedeva che il roano aveva fiutato l'acqua,
e che presto sarebbero arrivati al fiume, sì che avrebbero
capito dove si trovavano. Per questo noi andammo nell'altra
direzione.
C'era un motivo per cui non avevamo molta voglia di incontrare
questi bianchi: questi incontri avevan cominciato a
significare malasorte per i Cheyenne. Tu rammenti quel che
successe al treno dei carri della mia famiglia bianca: certi
Cheyenne per poco non si ammazzarono l'uno con l'altro. Poi
di tanto in tanto succedevano certe brutte cose a Fort Laramie,
dove stavano accampati numerosi indiani per commerciare.
Poteva succedere che un giovane si ubriacasse, e poi sparasse
a un soldato per poi fuggire con qualche cavallo. E una volta
un Sioux incontrò una vacca malata e vecchia dispersa da qualche
treno di emigranti, e la uccise per prenderne la pelle. L'esercito,
adirato per questo fatto, attaccò il campo indiano e diversi
individui, dell'una e dell'altra parte, furono fatti fuori.
Noi eravamo distanti un sessanta-settanta miglia da Laramie,
sul Ruscello del Berretto di Guerra, al tempo dell'incidente,
ma lo sapemmo quasi subito. Certi Minneconjou, che
erano una specie di Sioux o di Lakota, vennero a cavallo e
tennero consiglio con Pellevecchia, Gobbo e altri nostri uomini
importanti. Tutti possono partecipare a questa riunione e
dire qualunque cosa, purché non sia ridicola, ma in generale
parlano i capi perché loro sono più saggi, e appunto per questo
sono capi.
Per fortuna fra i Minneconjou c'era un uomo che sapeva
il cheyenne, perché se anche gli Esseri Umani e i Sioux sono
alleati da generazioni, parlano lingue completamente diverse e
di solito debbono conversare a segni, come se fossero in rapporti
men stretti che un portoghese e un russo. Così quest'uomo
faceva da interprete.
Alce Grande, un Minneconjou, si alzò e disse quel che era
successo giù a Laramie, concludendo: «Ho conosciuto molti
Wasichu» - è così che i Sioux chiamano i bianchi - «e ho
bevuto il loro caffè, che è buono». A questo punto molti dei
Cheyenne che stavano seduti in cerchio dentro il tepee
dissero: «Hau, hau».
«Ma non ho mai saputo perché sono venuti nel nostro
paese» continuò Alce Grande. «Da principio ce n'erano soltanto
pochi, quelli senza casa, e i Lakota ebbero pietà di loro e
gli davano da mangiare. Poi vennero molti col bestiame cattivo
che non si può mangiare perché hanno perso i testicoli e
hanno la carne dura e sono buoni soltanto per tirare i carri
dei Wasichu, che sono pieni di cose inutili, a parte il caffè
e lo zucchero e le doghe di ferro che servono a fare la punta
delle frecce. Le donne Wasichu sembrano malate e mi fanno starnutire.
Poi vennero i soldati coi loro cavalloni fiacchi; e non
hanno una moglie per ciascuno ma si dividono poche donne e
bisogna fargli un regalo ogni volta che si giace con una di loro.
«Se un uomo Wasichu fa una cosa che non piace a un
altro Wasichu, gli legano una corda al collo e lo fanno cadere
da un posto alto, in modo di fargli uscire lo spirito dal corpo.
Parlano dei grandi villaggi che hanno nel posto dove si leva
il sole, ma se è così, perché vengono nel nostro paese a spaventare
i bufali?
«Ve lo dico io il perché: i Wasichu sono malati, e se anche
hanno mai avuto i grandi villaggi di cui si vantano, tutti
ci sono morti per aver giaciuto con quelle donne malate o per
aver mangiato il porco che puzza, e ora gli scampati vengono
qua e se non li ammazziamo tutti, infettano i Lakota e i nostri
amici Shyela.»
Questo è il nome che i Sioux danno ai Cheyenne.
Alce Grande si mise a sedere e si grattò i pidocchi, e un
altro Sioux disse le stesse cose, poi si alzò il nostro Gobbo per
parlare. Non era gran che come oratore, ma sapeva badare alle
cose pratiche.
«Se dobbiamo combattere l'uomo bianco, sarà meglio trovare
fucili e polvere. Il solo posto dove si può trovare sufficienti
fucili e sufficiente polvere è presso l'uomo bianco. Non
credo che egli vorrà darceli per questo scopo; noi abbiamo
molto poco per comprarli, anche se lui fosse disposto a venderceli
per questo scopo; e certamente non possiamo portarglieli
via, perché se potessimo fare questo, non avremmo bisogno
di fucili e di polvere e di sparare per questo scopo.»
Gobbo rifletté un momento, aprendo e chiudendo la bocca
per prendere aria, perché aveva il naso ostruito in permanenza
dal danno subito ai carri. «Io non so neanche cosa ci facciano,
qui, gli uomini bianchi. Credo che forse sono matti. Credo che
sia meglio tenersi alla larga da loro, dato che non abbiamo fucile
e polvere e colpi.»
Alce Grande si alzò ancora e disse: «Al forte c'era un
giovane capo di soldati il quale diceva che dieci uomini possono
far fuori l'intera nazione degli Shyela, e con trenta uomini
tutta la gente delle pianure. Ma noi Minneconjou, insieme
a qualche Oglala, abbiamo fatto fuori lui. Questo è il suo
anello che io porto legato al collo. Avevo anche il suo dito,
ma lo persi».
Finalmente venne il turno di Pellevecchia, il quale attaccò
con il falsetto che si conviene alla giusta oratoria. Le parole
che seguono si formavano nel profondo del petto, ma uscivano
acute e vibranti, per essersi forzato il passaggio nella gola
stretta. La prima volta che lo sentivi, forse pensavi che questo
povero diavolo stava morendo strangolato; e invece, una volta
inteso, questo suo stile, risultava convincente.
Per un poco lusingò i Minneconjou e gli altri Lakota. Poi
rammentò loro la teoria dei Cheyenne, che essi s'erano stabiliti
sulle Montagne Nere ed erano ricchi di cavalli all'epoca in
cui comparvero i Sioux, poveri scannati e con i cani soltanto
per i loro trasporti, e gli Esseri Umani ebbero pietà di loro
e di tanto in tanto gli davano un cavallo, ciò che consentì ai
Sioux di prosperare e di diventare una grande tribù, come erano
adesso.
«In quanto agli uomini bianchi,» disse dopo che fu trascorsa
un'ora «fra la mia gente fu il nonno di mio nonno a
vederli per la prima volta. Si chiamava Cammina sul Terreno.
A quei tempi il mio popolo viveva vicino al Lago che non
Vedi l'Altra Sponda, nelle case di terra, e coltivavano il grano.
Un mattino, Cammina sul Terreno e diversi altri Esseri
Umani braccavano un orso lungo un ruscello quando trovarono
la traccia di un altro tipo di animale che non avevano mai
visto prima. Queste nuove tracce avevano quasi la grandezza
di quelle di un orso, ma non si vedeva segno del dito grosso,
erano rotonde e lisce. La nostra gente pensò che queste tracce
fossero state fatte da un animale acquatico, che ha le dita tutte
unite in modo da poter nuotare bene.
«Seguirono la traccia fino a che giunsero a una radura
nella foresta, e lì videro sei di questi nuovi animali, e anche
l'orso grigio, anche lui messo sulla traccia. I nuovi animali
parvero strani alla nostra gente. Parevano nudi, ma ciascuno
aveva un tipo diverso di pelliccia o di pelle e un'altra forma
di testa. Allora i nostri uomini pensarono che fossero cugini,
o persino figli dell'orso grigio, perché come l'orso si levavano
sulle zampe di dietro e avevano corpo massiccio e usavano come
mani le zampe anteriori.
«Ma un momento dopo, l'orso grigio aggredì i nuovi animali,
ma alcuni di questi ultimi trassero di fra le gambe il loro
pene, che era più lungo di un braccio, se lo misero contro
la spalla e facendo grande rumore, spararono fiamma e fumo
contro l'orso grigio che cadde morto.
«Di questo il nostro popolo ebbe paura tremenda e corse
per la foresta al suo villaggio per dirlo agli altri, e gli altri si
eccitarono e vollero vedere questi animali nuovi con i propri
occhi. Così tutti i guerrieri del villaggio ritornarono alla radura
dov'erano gli animali e si nascosero fra i cespugli e stettero
a guardare. Uno degli animali si levò la pelle dal corpo e dalla
testa e i nostri uomini rimasero a bocca aperta dallo stupore.
Ma quando fu tolta la pelliccia dell'animale, parve proprio un
essere umano, solo che la sua carne era bianca e aveva pelo su
tutta la faccia. Si lavò nel ruscello e si rimise addosso la pelle,
e allora i nostri uomini capirono che quel che era parsa una
pelle era in realtà una veste.
«Diversi di questi animali avevano facce pelose, e la nostra
gente suppose che questi fossero i maschi, mentre quelli
con la faccia liscia erano le femmine. E videro anche che i
bastoni che scagliavano lampi non erano il pene di questi animali,
ma che a volte li tenevano fra le gambe, e per questo
parevano tali.
«I nostri uomini si ritirarono nella foresta e tennero consiglio.
Orso Affamato disse: "Non credo che noi dobbiamo
molestare questi animali o farli arrabbiare, perché sono molto
strani e non si può dire quello che faranno”.
«Lupo Nero, che non era stato con il primo gruppo a vedere
lo sparo, disse: "Sarebbe facile ucciderli, ma quella carne
bianca non mi pare buona da mangiare, anche se con la pelle
si potrebbe fare una buona camicia”.
«Ma Cammina sul Terreno, che era molto saggio, disse:
"Questi animali non sono Esseri Umani, però sono uomini.
Voi sapete la vecchia profezia fatta dal nostro grande eroe
Dolce Magia, che un giorno sarebbe venuto fra di noi un popolo
nuovo, con la pelle bianca e le maniere strane. E voi sapete
che lui disse che avrebbero portato la malasorte. Ma ora
ci sono, ed è meglio per noi che li abbiamo trovati, anziché
averli addosso di sorpresa.
«”Ecco cosa dovremmo fare: io entro nel loro campo a
guardarli. Voialtri state a guardare fra i cespugli. Se le persone
bianche mi aggrediscono, allora bisogna combatterle e
qualcuno deve tornare al villaggio e mandare le donne e i
bambini a nascondersi. Se non mi aggrediscono, allora anche
alcuni di voi potranno entrare nel campo”.
«Cammina sul Terreno si denudò, lasciandosi indosso soltanto
le brache ed entrò nella radura. La prima persona bianca
che lo vide alzò il bastone del lampo, ma un'altra, senza
pelo sulla faccia, sì che pareva una donna, si fece innanzi alla
prima e tese la mano a Cammina sul Terreno. Il nonno di
mio nonno si fermò e la guardò negli occhi, perché la nostra
gente, a quel tempo, non aveva mai sentito parlare di strette
di mano. Poi altra gente bianca venne intorno a Cammina, e i
nostri uomini fra i cespugli cominciavano a tendere gli archi,
ma presto videro che i bianchi non tentavano di fare del male
all'Essere Umano, ma anzi gli sorridevano e gli parlavano,
e allora alcuni uscirono di tra i cespugli ed entrarono nel
campo.
«Si vide poi che le persone dalla faccia liscia erano uomini
come quelli dalle guance pelose, e uno di loro portava al
collo una croce d'oro, e quando si tolse il cappello la sua testa
era in larga misura nuda pelle con appena una striscia attorno
alle orecchie. Prese due bastoni e facendone una croce li
piantò per terra, e allora tutti gli uomini bianchi caddero in
ginocchio mentre quello calvo chiudeva gli occhi, congiungeva
le mani, e parlava. Allora i bianchi mostrarono agli Esseri
Umani i bastoni del lampo e tuono, e lasciarono che tirassero
il grilletto, ma la nostra gente ebbe ancora paura quando
partirono i colpi.
«Questi uomini bianchi rimasero in quel posto per circa
una luna, e si misero a costruire una casa quadrata di tronchi.
La nostra gente andava a visitarli ogni giorno, e l'uomo della
croce dava loro regali e faceva cenno che s'inginocchiassero
al suolo mentre lui parlava ai bastoni incrociati che erano la sua
magia, e loro obbedivano per cortesia.
«Ma poi una notte, mentre metà del gruppo dormiva,
l'altra metà li uccise e prese loro ogni cosa e bruciò la casa e
andò alla Grande Acqua, salì su una barca e se ne andò.
«Questa è la verità come è giunta sino a me» disse Pellevecchia.
«E la stessa cosa successe molte volte, dopo, ogni volta
che compariva gente bianca. Non si volevano bene gli uni
con gli altri, e prima o poi si ammazzavano a vicenda, e di solito
non in battaglia, come fa la nostra gente per dimostrare il
proprio valore, e per godersi la morte generosa dei nostri nemici,
e per morire in una giornata buona, ma invece sparandosi
alla schiena o strozzandosi o infettandosi l'uno con l'altro
con la malattia della tosse e le piaghe o facendo perdere la testa
al prossimo con il whiskey.
«Ma io dico che sono bianchi e non simili a noi, e forse
c'è qualche motivo per cui agiscono così, che non si capisce se
non si è bianco. Se dovessero aggredirmi, io mi difenderò. Ma
fino a quel momento, li eviterò.»
Questo successe quando entrammo nel territorio del Fiume
della Polvere, anche se non avevamo fretta e prima andammo
verso sud per un giorno circa lungo il Fiume della
Sorpresa e prendemmo un bufalo. Erano i giorni prima della
strada ferrata e dei cacciatori bianchi professionisti, e si trovavano
branchi che ammontavano a centinaia di migliaia di capi,
magari un miglio quadrato di bestiame così fitto che non si
vedeva più l'erba nel mezzo e i Cheyenne li abbattevano l'uno
dopo l'altro con la freccia o con la lancia, e questo non provocava
alcuna differenza apprezzabile nella grandezza del branco.
Poi venivano le donne per il lavoro di macelleria e quando
avevano finito portavano al campo le parti usabili, sopra la
pelle, che poi veniva scarnita e tesa su un telaio per farne una
coperta o un pezzo di tenda. Si mangiava la carne bollita e la
groppa arrostita, il miglior boccone del mondo, in confronto
al quale la tua miglior bistecca ha il sapore di una suola di
scarpa. Ma ormai è finito tutto.
Ora, è vero che non c'erano uomini bianchi sul Polvere,
ma da quelle parti bazzicavano gli indiani Crow. Cheyenne e
Crow erano in genere nemici, ma avevano fatto la pace qualche
anno prima, quando il governo radunò la parte maggiore
delle tribù guerriere sul Ruscello del Cavallo e fece firmar loro
un trattato, di non combattersi. Funzionava bene, questo, fra
le tribù che non venivano mai in contatto fra di loro, ma non
durava a lungo quando il contatto c'era, perché era normale
che i Cheyenne combattessero i Pawnee. E se tu non combatti,
diventi una femminuccia.
Lo stesso valeva per i Crow, che fra l'altro erano amici dei
bianchi, affermando di non aver mai ucciso un uomo bianco, e
per questa ragione si lasciava che tenessero il proprio terreno.
I Crow erano valorosi quando combattevano i Cheyenne e i
Sioux soltanto, ma quando servivano come guida alla Cavalleria
degli Stati Uniti, spesso si dimostravano vigliacchi. Non so
il perché.
In ogni modo, non appena fummo giunti al Polvere, certi
nostri uomini mandati a spiare vennero con la notizia che si
era avvistato un grosso campo crow sul Ruscello della Donna
Matta.
«È un campo grosso, devono avere molti cavalli» disse
Gobbo.
Ombra che Appare alla Vista, una delle spie, disse: «Quei
Crow sono molto ricchi di cavalli. Sono i più bei cavalli che
io abbia mai visto. Sono rimasto tutto il giorno nascosto nella
macchia solo per guardare quei cavalli».
«Ti ho sentito» disse Gobbo, e sospirò. Poi il gruppo
andò a parlare con Pellevecchia, e diversi di noialtri ragazzi
gli andammo dietro.
«Avete bisogno di cavalli?» disse il capo, dopo che fu informato.
Ombra annuì con molta tristezza, dicendo: «Non sono
mai stato tanto povero».
Pellevecchia fece la stessa domanda agli altri ed ebbe la
stessa risposta. Poi parlò, stringendosi addosso la coperta:
«Ho ricevuto questa medaglia per aver fatto il mio segno sulla
carta della pace fra noi e i Crow. Su di essa c'è il volto del
Padre che vive nel villaggio più grande dei bianchi. Dissi che
non avrei combattuto con i Crow finché brilli il sole, e io non
parlo in due direzioni. Ma nessuno di voi fece il suo segno su
quella carta e nessuno di voi porta questa medaglia. Io non
credo che il Padre sappia chi voi siete. Il mio tipo di cavallo
favorito è il pezzato».
Così al tramonto si formò una brigata d'incursori: Ombra
che Appare alla Vista, Faccia Fredda, Aquila Gialla, Orso Uccello,
Mascella Lunga. Era d'autunno, le nottate si facevano
fresche, ma naturalmente andavano seminudi, perché le vesti
non impacciassero il lavoro. Noi ragazzi si girellava attorno
facendo qualche piccola commissione per questi uomini tanto
ammirati: affilare un coltello, riempire di frecce una faretra, e
così via, quando Orso Giovane si avvicina a Ombra e dice:
«Io son pronto ad andare».
Orso Giovane dice: «Ho provato parecchie volte a rubare
la carne alle donne». Alludeva al gioco che facevamo e
che, a simiglianza di molti altri, serviva ad addestrarci a faccende
più serie: le donne tagliavano la carne di bufalo a fettine
sottili e le appendevano a una correggia perché seccassero al
sole e noi strisciavamo sul ventre per rubarle, e ogni fettina
simboleggiava un cavallo. Se la donna ti vedeva, ti dava una
leggera botta con un bastone ed eri escluso. Veramente Orso
Giovane era uno dei peggiori in quel gioco, perché la sua specialità
era la forza, non la scaltrezza. Ma aveva ormai quasi
quindici anni, e sarebbe scoppiato restando ancora a lungo fra
i ragazzi.
«Due giorni or sono uccisi un bufalo» continuò. Questo
lo sapevano tutti perché suo padre aveva fatto il giro del campo
cantando l'impresa, dopo la caccia, e poi aveva dato una
festa.
«L'ho sentito dire» fece Ombra. «Puoi venire.»
«Sono il ragazzo più forte del campo» disse Orso.
«E anche parli parecchio» disse Faccia Fredda che si stava
legando un fagottino magico dietro l'orecchio per propiziarsi
la sorte. «Noi stiamo qui e tu puoi andare a fare un discorso
ai Crow, che amano tanto sentir parlare.»
«Vieni pure,» disse Ombra «ma non parlare più. Gli Esseri
Umani sono il più grande popolo sulla faccia della terra, i
guerrieri più valorosi, hanno le donne più belle e più virtuose,
e vivono in un luogo che è perfetto. Questo lo sanno tutti,
persino i nostri nemici. Un Essere Umano è così e non occorre
che ne parli.»
Ora questo discorso mi esasperò, più ancora che l'offerta di
Orso Giovane, di andare volontario. Mi piacevano i Cheyenne,
e ormai mi sembra d'essere, rispetto a loro, una specie di secondo
cugino, ma ogni volta che dovevo affrontare la loro arroganza,
questo mi faceva rammentare d'essere sostanzialmente
un bianco. Il più grande popolo della terra! Cristo, quei
coltelli di ferro non li avrebbero avuti se Colombo non fosse
sbarcato su queste rive. E chi fu a portar loro il cavallo?
Me ne stavo al fianco di Cavallino e gli sussurrai: «Io vado».
Lui disse: «Io no», e uscì dal tepee di Ombra. Per
quanto ricordo, fu questo il primo segno che diede di quella
che sarebbe poi stata la direzione della sua vita.
Mi accostai agli uomini e chiesi: «Posso venire?».
Ero in uno stato mentale sbagliato per un'avventura così
pericolosa, quando occorre solidarietà, mentre io mi univo a
loro, al contrario, per via delle discrepanze fra me e i miei
compagni. I Cheyenne mi guardarono, poi si scambiarono
un'occhiata. Avevo circa tredici anni, di struttura esile, avevo i
capelli rossi, gli occhi azzurri, e una pelle che per quanto sporca
e arsa e graffiata era pur sempre pallida come la pancia di
un pesce.
Credo che forse, in quel momento, si ricordarono che i
Crow erano amici degli americani, e che probabilmente era temerario
portarsi dietro, in una spedizione verosimilmente fatale
per qualcuno, un ragazzo la cui fedeltà non era garantita
dal sangue. Un ragazzo, oltre tutto, inesperto.
E invece Ombra disse: «Va bene». Metti un indiano alla
scelta, e sicuramente sceglierà la via più rischiosa: ha la tendenza
a lasciare che ciascuno faccia quello che vuole. Specialmente
il Cheyenne, che non ha cerimonie di iniziazione per i
ragazzi. Se vuoi essere un uomo, provati a fare quello che fanno
gli uomini, e nessuno ti ferma, tranne il nemico.


CAPITOLO 6.
UN NOME NUOVO.

Mi levai i gambali e la camicia e mi spalmai tutto di tinta
nera, sì che quella mia pelle bianca non mi svantaggiasse al
chiaro di luna, e ricomparve Cavallino, portando tutta la pelle
di un lupo nero così grande che io potevo entrarci senza che
sporgesse quasi nulla. Questo il concetto: la testa del lupo mi
si sovrappose al cranio e io potevo guardare dai buchi degli
occhi.
Partimmo non appena fu notte sul serio, in sette, e facemmo
venti miglia al trotto su una distesa erbosa; poi a piedi, tirandoci
dietro gli animali, per altre tre miglia circa. Queste ultime
tre miglia su terreno impervio, su e giù per canaloni pieni
di boscaglia, e l'unica luce era quella della luna crescente
che pareva portarsi dietro la medesima ombra di una nube attraverso
il cielo. A fatica sarei riuscito a distinguere la mia
mano a lunghezza di braccio, se non me la fossi annerita. Ma
Ombra camminava svelto come se fosse mezzogiorno; e tre
uomini dietro. Lasciai che il mio cavallo seguisse la sua guida.
Raggiungemmo un profondo burrone che correva fino al
Ruscello della Donna Matta, e al di là del corso d'acqua erano
le tende del campo dei Crow, ciascuna accesa come una lanterna
per il fuoco che c'era dentro: infatti quanto più vecchia
è la pelle di un tepee, tanto più somiglia alla carta oleata e a
volte, di notte, stando fuori, riesci a identificare chi ci sta dentro.
Ma eravamo ancora troppo lontani, eppure quello che vidi
era piuttosto bello come balocco, e il vento soffiava verso di
noi, portandoci odore di carne arrosto. Non avevamo ancora
mangiato, perché non ci si abboffa quando si va a rubare cavalli.
Aquila Gialla annusò verso di me e disse: «Forse, prima,
bisognerebbe fare una visitina». Avremmo potuto entrare
tutti tranquilli nel campo, e quei Crow avrebbero dovuto
darci da mangiare, perché così usa fra gli indiani.
«Lasciamo i cavalli qui» sussurrò Ombra che Appare alla
Vista. «Tu, e tu, state a guardia.» Toccò a me e Orso Giovane;
per me andava benissimo. Ma Orso Giovane attaccò a protestare
così forte che ti faceva l'impressione di singhiozzare.
A questo punto Aquila Gialla andò in bestia. Non conoscevo
bene quell'uomo, che era venuto al nostro campo solo
pochi mesi prima. Ma possedeva parecchi scalpi, e una carabina
a fulminante, e questo era un attrezzo raro a quei tempi,
fra i Cheyenne. Per molto tempo fu quello l'unico fucile del
nostro branco, e non era gran cosa, per via della mancanza di
fulminanti, giacché noi evitavamo i bianchi, persino i mercanti,
come diceva Pellevecchia. Altrove però i Sioux e altre bande
di Cheyenne trafficavano un poco con gli americani lungo la
Pista dell'Oregon, prendendo il caffè dagli emigranti senza
aspettare che glielo offrissero e a volte si prendevano anche
tutto il resto. Fra gli scalpi di Aquila Gialla ne notai uno
troppo chiaro per essere cresciuto in testa a un Pawnee o a un
Serpente. Probabilmente la carabina proveniva dalla stessa
origine.
Aquila era tutto adirato per la condotta importuna di Orso Giovane.
«Hai vissuto abbastanza inverni» lo rimproverò «per capire
che fra gli Esseri Umani un guerriero veterano ne sa più
di un ragazzo, in fatto di rubare cavalli. Non c'entra niente
chi è valoroso e chi no: nessun Essere Umano è mai stato vigliacco.
Ti si chiede di star qui perché qualcuno deve badare
ai cavalli, che è un compito importante come entrare nel campo
dei Crow: e tu sai che dividiamo fra noi tutto quel che si è
catturato. Non sento lamentele da parte di Antilope Piccola. È
un Essere Umano migliore di te, ed è bianco.»
Nessun altro disse una parola e Aquila Gialla sussurrava
qualcosa. In ogni modo calò un silenzio terribile, come dopo
uno scoppio di chiasso. Orso Giovane aveva avuto torto, ma
più torto ancora ebbe Aquila. Non si era fatta parola della
mia razza da quando ero entrato nella tribù, nemmeno da parte
di Orso, che mi odiava. Non lo si era fatto, non sarebbe stata,
come dicono gli indiani, cosa buona, e Aquila Gialla non
aveva finito di pronunciare quelle parole e già si era accorto
del suo errore.
«Non avrei mai dovuto dirlo» mi fece. «Un diavolo s'era
impadronito della mia lingua.»
In quel momento stavo entrando nella pelle del lupo, che
mi ciondolava dietro mentre cavalcavo: solo mettendo gli
occhi alle fessure riuscivo a vedere. La luce era scarsa e ogni
cosa mi appariva confusa.
«Io non penso male di te» fu la mia risposta. «Infatti
non è molto tempo che tu sei al nostro campo.»
«Non mi pare che sia una notte buona per rubare i cavalli»
disse Ombra, e si decise a salire in groppa, mentre gli altri
mormoravano il loro accordo e seguivano il suo esempio.
«No,» disse Aquila Gialla «porterò via la malasorte che
ho recato.» Balzò sul suo cavallo e partì nella direzione donde
eravamo venuti.
«Io resto a badare ai cavalli» affermò con tono contrito
Orso Giovane, la testa bassa. «Con quell'altro» e alludeva
a me.
In questo modo accettò di reggere la cavezza di tre bestie,
e altrettante toccarono a me, e perché nessuno potesse vederci
contro la luna ci tenevamo ben accosto al burrone che era
profondo una trentina di braccia, capace dunque di nascondere
uomini e animali a chiunque sulla pianura soprastante. I quattro
grossi Cheyenne se ne andarono verso il campo dei Crow,
lucidi nell'acqua. Un minuto dopo li avevi persi di vista, e
neanche li sentivi più. Dopo un poco, alla fine, la luna riuscì a
sbarazzarsi di quella nube e si illuminò, ma non abbastanza da
fare ombre.
Mi misi a sedere dentro quel vestito da lupo, ed ero lieto
di averlo soltanto per il suo calore, e sicuramente non me la
prendevo con nessuno per il fatto di non essere in marcia verso
il campo. D'altro canto, se fossi andato, non avrei saputo
scegliere compagni migliori di quei quattro. Cominciavo a intravedere
che cosa intendono i Cheyenne quando parlano di
morire: cominciavo a capire la lealtà verso gli amici, ma quel
che mi mancava era la sensazione d'essere io stesso disponibile.
Ora che gli altri se n'erano andati, Orso Giovane ricominciò
a mugugnare.
«Non avrebbero dovuto farmi questo» brontolò. «Sarei
dovuto andarci anch'io. Tu da solo sei cavalli sai tenerli.»
«Per questo» risposi «potresti anche essere tu a tenerli, e
io andare con loro.»
«Tu avresti paura» replicò. «La tua magia può anche essere
grande su un campo di gioco, ma un Crow non ci cascherebbe.
Ora è tempo d'essere uomo.» Se ne stava in piedi, il
petto in fuori come al solito, anche se non era più atticciato
come un tempo, perché era ormai entrato nella magrezza della
pubertà.
Io non so cosa sarei stato costretto a fare, a questo punto,
per salvarmi la faccia dinanzi a un indiano - probabilmente
avrei dovuto abbandonare quelle cavezze, se lui si fosse rifiutato
di prenderle, e in questo modo si sarebbero persi i cavalli,
per poi correre verso il campo nemico per unirmi al gruppo
degli incursori, e in questo modo avrei perso la vita mia e
messo a grave rischio la vita degli altri.
Mi salvai in maniera curiosa. All'improvviso un Crow
enorme balzò dalla riva sul letto del burrone e con la clava
stese a terra, privo di sensi, Orso Giovane. E questo nel silenzio
assoluto, a parte l'urto dei mocassini sulla sabbia, un rumore
appena percettibile, e poi il tonfo della clava sulla testa
di Orso, una specie di ciac netto, come quando tiri un sasso
contro un barile.
In un lampo estrasse il coltello, mentre con la mano sinistra
stringeva le trecce di Orso, in modo che lo scalpo cominciasse
a staccarsi man mano che lui lo tagliava.
Allora fui addosso al Crow, che non si era accorto di me
perché forse pensava che io fossi un lupo vero, e che Orso
stesse parlando con un lupo - a un indiano un fatto simile
non parrebbe buffo. Dunque gli fui addosso, e fu come salire
sopra un albero, perché era mostruosamente grosso con tutti
quei nervi in tensione, e la pelle era ruvida come una corteccia.
Ma ora eccomi lì, e non so cosa fare con questo figlio di
puttana. Ero troppo vicino per tirare una freccia, e in ogni
modo avevo lasciato cadere l'arco, e stavo cercando di agguantare
il coltello, ma la pelle del lupo m'impacciava e io non
riuscivo a prenderlo.
Naturalmente il Crow non se ne rimase lì ad aspettare divertito
e tollerante. Il diavolaccio fletté la pelle e mi sbatté
contro l'altro lato del burrone, e io rimasi raggelato quando il
mento mi andò a urtare il ginocchio destro.
Un secondo dopo ero tornato in me, quando la punta del
suo coltello mi aveva già intaccato la pelle sopra l'orecchio
destro, e cominciava a segare in giro verso la nuca. Io mi mossi
e il coltello graffiò l'osso. Questo fa un rumore maledetto,
che echeggia sui testicoli.
Adesso la mia chioma era più lunga, rispetto a quando io
ero un uomo bianco, ma non lunga come l'ha di solito un indiano.
Il motivo è che mi cresceva naturalmente ispida, irsuta:
lasciatemela stare un mese, e io non sembro né indiano né
bianco, né uomo né donna, sembro semmai la pancia di una
capra che abbia trepestato sul letame fresco: infatti in quell'arruffio
il colore rosso si scurisce e tende al bruno.
Ecco perché di tanto in tanto me li taglio, quando arrivano
a metà del collo. Allora questo Crow, che già mi stava
portando via lo scalpo, esitò per un istante brevissimo, per via
della stranezza, al tocco, di questi corti capelli, che di sicuro
non appartenevano a individuo Cheyenne per nascita.
Questa rottura del ritmo giovò a farmi uscire dall'incantesimo
in cui mi trovavo, sopportando in silenzio che mi si affettasse
il colmo della testa, e il sangue mi scorreva caldo nell'orecchio
destro. Non potevo affrontarlo nella lotta. Non avevo
armi. Orso Giovane, per quanto ne sapevo io, era come
morto, e gli altri Cheyenne erano ormai al villaggio, troppo
distanti per portarmi aiuto, e se facevo chiasso si destavano
tutti gli altri Crow e assassinavano i miei amici. Proprio per
una cosa simile Pellevecchia aveva raccontato a noi ragazzi la
storia di Uomo Piccolo e della sua lotta contro i Serpenti. Prima
o poi, lo sapeva, sarebbe capitato. E io non potevo lasciare
che un Crow facesse questo a un Essere Umano.
Scattai indietro e mostrai i denti.
«Nazestac!» sibilai. «Sono un Cheyenne!» Forse avrebbe
fatto più effetto se io avessi potuto gridarlo come un urlo
di guerra. Ma ho già spiegato perché non potevo.
Però guarda, a questo punto il Crow ritrasse il coltello, si
accosciò e si coprì la bocca con una mano. Il mio movimento
gli aveva fatto scivolare il dito pollice, che mi passò
sulla fronte, aprendo una striscia bianca nella tinta fatta di
sporco e di grasso di bufalo. Non capì quello che avevo detto,
perché Crow e Cheyenne hanno lingue differenti, ma parlò
come per rispondermi, e in inglese.
«Piccolo uomo bianco! Canzonare povero Crow! Ah ah,
che bello scherzo. Vuoi mangiare?»
Temeva che mi fossi offeso, capisci, perché i Crow pendono
dalle labbra degli americani, e goffamente, a modo suo, voleva
portarmi alla sua tenda. Non era colpa sua, naturalmente,
niente affatto, e questo tipo mi è sempre rimasto sulla coscienza.
A quanto pare era uscito nottetempo, solo, chissà per
quale motivo, quando aveva incontrato me e Orso, e fu cauto,
perché non sapeva quanti altri di noi fossero nelle vicinanze.
Io però questo non potevo saperlo; e non potevo, col tempo a
mia disposizione, spiegare la situazione; e men che mai potevo
andare come suo ospite al campo, e neanche lasciare che me
ne parlasse a voce così forte.
Per questo dovetti ucciderlo. Assassinare lui, un tipo simpatico
così. Peggio, tirargli alla schiena. Recuperando la pelle
di lupo, che mi era caduta durante la lotta, avevo trovato per
terra arco e frecce. Il Crow in quel momento stava salendo su
per la parete del burrone per prendere il cavallo che aveva lasciato
sulla pianura.
Tre frecce cheyenne, tane, tane, tane, in linea dritta lungo
il filo della schiena. Le sue mani lasciarono la presa e il suo
corpaccione scivolò giù fino a che i mocassini urtarono il fondo,
e si fermò rigido sul pendio.
Fu quella la prima volta che io presi una vita umana, e
comunque tu la pensi, fu una delle volte migliori. Io salvavo
gli amici, e per questo non si dovrebbe mai chiedere scusa a
nessuno. E dopo tutto, lui, mi aveva per metà già strappato lo
scalpo e anche se adesso aveva cambiato atteggiamento, il segno
era rimasto di sicuro. La parte destra della mia testa e il
collo erano appiccicosi di sangue come una melassa, ed era
sangue mio, a me carissimo, e avevo anche paura di toccarmi,
nel timore che tutto il cuoio capelluto mi cadesse. Allora uscii
di scena.
Quando riaprii gli occhi, ero disteso dentro un piccolo tepee
di frasche e accanto a me stava accoccolato un tale che indossava
il sommo della testa di un bufalo, corna e pelo e cantava
e mi agitava in faccia una coda di bufalo. Avevo un mal di testa
tremendo; avevo l'impressione che il capo mi si fosse raggrinzito
come un pisello secco. E mi parve di indossare un
berretto di fango. Alzai la mano per toccarmi, ma l'uomo di
medicina mi fece il verso del bufalo e mi sputò in faccia una
boccata di petali masticati.
Ormai era da tempo con i Cheyenne, e avevo imparato a
star buono. E poi, il mal di testa, dopo aver raggiunto la punta
massima, cominciava a placarsi. Mi tirai su a sedere, e Lupo
Mancino, perché questo era il nome dell'uomo di medicina, si
mise a danzare attorno alla pelle su cui ero stato disteso, e
cantava quel monotono canto curativo, interpuntato da muggiti
e sbuffi. E continuava a masticare fiori secchi che teneva
in una borsa alla cintura, e a sputarmeli addosso dai quattro
punti cardinali.
Poi si chinò su di me e mi batté sul cranio un bastoncino,
e cadde il berretto di fango, dividendosi in due metà, a cui restava
appiccicato qualche capello. Ora mi sentivo la testa
straordinariamente fredda, come se lo scalpo mi mancasse
davvero, ma lui ci sputò sopra qualche fiore e non mi fece più
male.
Adesso danzava lentamente dinanzi a me e agitava quella
coda di bufalo fuor della portata delle mie mani. Feci un debole
tentativo di afferrarla, ma ogni volta lui arretrava di un
poco. Sentivo la forza tornarmi dalle piante dei piedi, e quando
mi fu arrivata ai ginocchi mi alzai e gli andai dietro, sempre
tentando di afferrare la coda che agitava dinanzi a me
muggendo e scuotendo le corna. Aveva la faccia dipinta di
bianco, con gli occhi e le narici orlate di vermiglio.
Lupo arretrò fino alla porta del tepee, uscì, e io gli andai
dietro, sempre tendendo la mano, con vigore sempre più grande,
verso quella coda, e quando fui fuori, vidi tutto il campo,
guerrieri, donne, ragazzi, bambini e cani, allineato in file parallele
dall'entrata degli alloggi fino al fiume. Con la loro presenza
lavoravano tutti a guarirmi. Un Cheyenne non soffre
mai da solo. Fui molto commosso da questa dimostrazione e
me ne venne potenza, raddrizzai la schiena e ormai camminavo
con forza quasi normale.
Quando fummo giunti alla riva del fiume, Lupo disse:
«Stirati».
Così feci, e un grumo di sangue nero cadde dal punto sopra
la tempia dove il Crow aveva inserito il coltello, e cadendo
nell'acqua fu portato via e si perse nella corrente veloce.
Poi venne il sangue buono, rosso, che Lupo tamponava coi fiori
secchi.
«Ora sto bene» dissi. Quanto è vero Iddio, l'incidente era
finito. Più tardi mi guardai in uno specchio e scorsi una traccia
azzurra alla radice dei capelli, e dopo pochi giorni era sparita
anche quella.
Gli effetti morali furono di ampia portata. Intanto, un urlatore
andò subito in giro per il campo cantando quale eroe io
fossi e invitando la gente alla festa che Pellevecchia dava in
mio onore. Per celebrare questa solennità Pellevecchia cedette
quasi tutti i suoi cavalli a un povero Cheyenne che non ne
aveva, e dopo mangiato fece doni a tutti quelli che vennero:
coperte, gioielli e così via. Alla fine era rimasto quasi nudo.
Fece anche un discorso che per modestia non riferisco, tranne
che per i brani importanti.
Dopo aver raccontato la mia impresa, ampiamente e poeticamente,
in una maniera che parrebbe stupida a un inglese,
disse:
«Questo ragazzo si è dimostrato un Essere Umano. Stanotte
si piange negli alloggi dei Crow. La terra trema quand'egli
cammina. Il Crow piange come una donna quand'egli
arriva! È un Essere Umano! Come il grande Uomo Piccolo,
che gli venne in sogno e gli diede forza d'uccidere il Crow,
egli cammina!».
Questo era un poco esagerato, ma come ti ho detto, io
avevo pensato all'Uomo Piccolo e avevo evitato il coltello, e
questo aveva costretto la mano del Crow a scivolare e a scoprirmi
bianco. Io avevo soltanto parlato a Pellevecchia dell'ispirazione
dell'Uomo Piccolo, pensando che gli avrebbe fatto
piacere. Di qui l'aveva preso.
Dopo qualche minuto della predetta roba, che non m'imbarazzò
affatto, perché tutti mi sorridevano, comprese certe ragazzine
cui fu consentito di guardare da sotto la pelle del tepee
- a questo punto della vita mia le ragazze cominciavano
a interessarmi un poco - dopo di questo, il capo disse:
«La medicina di questo ragazzo viene dalla visione dell'Uomo
Piccolo. Egli è personalmente piccolo nel corpo e ora
è un uomo. Ma il suo cuore è grande. Perciò il suo nome d'ora
in poi sarà: Piccolo Grande Uomo, Little Big Man».
Ecco fatto, e fu così che mi chiamarono dopo di allora i
Cheyenne. Secondo gli usi indiani, nessuno adoperava il mio
nome vero; anzi, nessuno lo sapeva. Il nome vero era Jack
Crabb.
La spedizione per il furto dei cavalli fu anche sotto altri
aspetti un lavoro ben fatto. Quei quattro guerrieri si erano infiltrati
nel villaggio crow senza destare un'anima e avevano
preso, più o meno, una trentina di cavalli, riportandoli al nostro
campo durante l'ultima parte della notte e il far dell'alba.
Quando giunsero dove ero io con Orso Giovane, Orso aveva
soltanto un bozzo in testa ma per il resto stava bene. Fortuna
per noi che quel Crow se ne fosse andato in giro senza l'arco,
altrimenti ci avrebbe inchiodati tutti e due ai margini del burrone
e festa finita. Così mi legarono in groppa al cavallo e mi
riportarono a casa.
Dal bottino comune ebbi quattro cavalli, e in questo modo
diventai un uomo di una certa ricchezza, ma ebbi una
grande emozione quando un ragazzino, chiamato Sporco sul
Naso, otto o nove anni, mi chiese: «Ora tu sei un guerriero,
posso badare ai tuoi cavalli?». E intendeva dire che potevo restarmene
a letto la mattina, quando i ragazzi si alzavano per
le faccende. Forse potevo accettare, ma le usanze dei Cheyenne
non consentono che si profitti della buona sorte.
Ombra che Appare alla Vista, per esempio, il guerriero veterano
che aveva guidato l'incursione, ebbe una parte di tre cavalli,
si tenne la peggiore per sé, dando la migliore a Pellevecchia
e l'altra a Gobbo - non perché loro eran capi: questo in
sé non contava nulla, dato che nessun Cheyenne lecca il culo
all'autorità - ma perché gli avevano dato buoni consigli. Poi
Orso Uccello e Faccia Fredda diedero ciascuno un cavallo ad
Aquila Gialla, il quale pur avendo commesso un errore aveva
poi trovato il rimedio giusto. Allora io gli diedi un cavallo dei
miei, per la stessa ragione, e perché ci ero stato coinvolto. Poi
ne offrii un altro a Lupo Mancino, il quale rifiutò, perché non
spetta loro una paga per le cure mediche. Ma fu invece giusto
regalarlo a suo fratello, e questo feci.
Quindi risposi a Sporco sul Naso in questo senso: «L'avere
ucciso un Crow non mi fa ancora eguale ai grandi guerrieri
fra gli Esseri Umani. Baderò ancora da solo ai miei cavalli,
ma tu sei un buon ragazzo e ti voglio regalare quello nero che
stavo montando».
Tutti dissero: «Hau, hau!».
Così nessuno di noi che avevamo tenuto la nostra vita fra
le mani risultammo più ricchi, se non in orgoglio e in onore,
ma per queste cose un Cheyenne era sempre pronto a morire.
Orso Giovane non si fece mai vivo alla festa, e credo che
la ragione sia ovvia. Durò fino a notte tarda, e io mangiai un
po' troppo cane bollito, che era la pietanza: ormai questo cibo
mi piaceva, ma non avevo ancora la capacità che hanno gli indiani
di abboffarsi oggi per digiunare domani. Dopo che fu
terminato il festino, uscii sulla prateria e mi sbarazzai lo stomaco
e quindi mi abbandonai all'incantesimo su una vicina altura.
La luna era un poco più scarna della notte prima, ma
chiara. Tuttavia verso il mattino doveva piovere: lo sentivi a
naso e dalle suole dei mocassini contro la vecchia erba d'autunno,
e anche dal sedere posato per terra. Nessuno mi aveva
mai detto cose di questo tipo. Lo imparavi naturalmente, vivendo
alla maniera nostra, allo stesso modo in cui un uomo di
città, dalla facciata di un negozio, sa che là dentro vendono tabacco.
A circa un miglio per un pezzo latrò un coyote, poi guai,
poi ululò, poi gemette, in varie note diverse. Pareva un branco
intero, e invece era un animale solo, perché i coyote sono ventriloqui
nati. Gli rispose da settentrione il lungo e triste lamento
di un lupo di bosco - o forse erano guerrieri Crow
che gli facevano il verso, essendo questa una delle loro specialità;
ma continuò per un'ora nella stessa posizione, e quindi
doveva essere proprio l'animale.
Dopo che fui rimasto a sedere quanto bastò per scaldare
la terra con le mie natiche, un serpente a sonagli mi venne incontro
strisciando, perché questi animali sono molto freddi e
ti si infilano persino nel letto se tu li lasci fare. Voleva scaldarsi.
Ma io sentii sotto il rumore del vento il suo lungo corpo
strisciante, allora imitai lo sbattere di un'ala d'aquila e lui fece
marcia indietro.
Dunque io, Jack Crabb, ero un guerriero Cheyenne. Avevo
ucciso con l'arco e la freccia. Mi avevano scotennato e poi
curato con la magia. Avevo per padre un antico selvaggio incapace
di parlare inglese e per mamma una donna grassa e
scura, e per fratello un ragazzo dal viso a fatica distinguibile
per la creta o la tinta. Vivevo in una tenda di pelle e mangiavo
cuccioli. Dio, che cosa strana.
Così filavano in quel momento i miei pensieri, e in fondo
erano pensieri bianchi. I ragazzi con gui giocavo a Evansville
non ci avrebbero mai creduto, e neanche quelli dei nostri carri.
Sapevano che ero meschino, ma non marcio fino a questo
punto. La notte del mio grande trionfo me ne stavo lì, assolutamente
umiliato. A parte il mio papà naturale, quello ucciso
ai carri, il quale era matto, di rado in città incontravi una persona
la quale non pensasse gli indiani inferiori addirittura agli
schiavi negri.
Proprio in quell'istante sentii un rumore e pensai che il
serpente forse ci aveva ripensato e aveva deciso, alla maniera
sua, lenta ma ostinata: che diavolo sta a fare qui, di notte?, ed
era tornato a ritentare la fortuna d'accostarsi al calore.
Invece era Orso Giovane, che mi si era seduto accanto.
Questo dimostra quanto può essere pericoloso pensare bianco
in mezzo alla prateria. Non l'avevo sentito venire. Se fosse
stato un nemico, avrei potuto perdere lo scalpo allo stesso modo
in cui me l'ero risanato.
Se ne stava seduto a un dieci palmi e, credo, pensava rosso.
Io non dissi nulla. Finalmente guardò nella mia direzione e
disse: «Ehi, vieni qui!».
«Cero già da prima, qui» dico io.
«Ho qualcosa per te» dice. «Vieni qua a prenderla.»
Erano storie che non m'importavano un corno, ora che gli
avevo salvato la vita, sicché gli voltai le spalle e lui venne
carponi dalla mia parte.
«Ecco» disse. «Questo è un regalo per il Piccolo Grande
Uomo.»
Non potevo vedere quello che teneva dietro la schiena, e
mi chinai a guardare, e lui mi spinse in faccia il grande scalpo
peloso di quel Crow, e si sbellicava dal ridere.
«È stupido fare questo» gli dissi. «Tu sei lo stupido più
grosso che io abbia mai conosciuto.»
Lasciò cadere lo scalpo e si abbandonò sulle braccia.
«Pensavo che fosse un bello scherzo» disse. «È uno scalpo
bellissimo e profumato di muschio. Annusalo se non mi
credi. È tuo. L'ho preso io, ma deve appartenere a te. Tu lo
hai ucciso e mi hai salvato la vita. Se vuoi che io faccia una
cosa per te, qualunque cosa, io la faccio. Puoi prenderti il mio
miglior cavallo, la mia coperta, posso badare ai tuoi cavalli.»
Ero ancora seccato per via della stupidaggine che aveva
commesso; anche se era un tipico scherzo indiano, dimostrava
cattivo gusto e ancora peggiore volontà d'animo. Non mi
commosse per nulla la sua apparente amicizia.
«Sai» dissi «che un Essere Umano non è mai disposto a
pagare un altro Essere Umano per avergli salvato la vita.»
«Sì» rispose Orso Giovane con voce smorta. «Ma tu sei
un uomo bianco.»
Non esistono imprecazioni in lingua cheyenne e la maggior
parte degli insulti consistono nel chiamare un uomo vigliacco,
donnicciola eccetera, e anche nella mia ira io non pensai
un momento ad applicarne qualcuno a Orso Giovane. E
poi lui aveva un grosso argomento. Stavo appunto pensando
la stessa cosa. Capisci com'è: ci sono donne dispostissime ad
accoglierti, ma non chiamarle "puttana”.
Ora per quest'indiano, nei miei confronti, il peggiore insulto
possibile era il fatto che io non fossi Cheyenne. Aveva
veramente ferito i miei sentimenti. Io avrei dovuto accettare la
cosa alla maniera indiana, imbronciarmi fino a che lui non mi
chiedesse scusa, ciò che avrebbe dovuto fare anche solo tenendo
conto del grande prestigio di cui al momento io godevo
nella tribù. In verità Orso Giovane quasi non credeva egli
stesso alla sua accusa. Era invidioso, e per questo mi aveva
lanciato il peggiore insulto che gli era venuto in mente. Se io
fossi stato al gioco, quello stesso insulto gli sarebbe rimbalzato
addosso: avrebbe dovuto dimostrare lui di essere un Cheyenne,
perché proprio questo avevo fatto io.
E invece dissi, con voce tesa: «Va bene, sciocco. Siccome ti
ho reso la tua, tu mi devi una vita. E non puoi ripagarmi con
quello scalpo, né con una coperta, né coi cavalli. Ci vuole una
vita, soltanto una vita, e ti farò sapere quando ne vorrò una».
Si ficcò lo scalpo sotto la cintura e si alzò.
«Ho sentito» disse e rientrò al campo.
Dissi questo perché ero fuor di me dalla rabbia e volevo
giocare di grosso. Non sapevo nemmeno bene il significato
delle mie parole. Forse era un bluff da ragazzino. Per quanto
mi riguarda me ne scordai immediatamente, anche se per un
pezzo non dimenticai l'antipatia che Orso Giovane nutriva
per me; ma poi dimenticai anche questo, perché non me ne
diede più prove. Smise di tirarmi addosso frecce spuntate, non
mi mise più lappole sotto la sella, anzi sembrava che facesse
del suo meglio per dimostrare che lui era un Essere Umano
più solido di quel che ai suoi occhi ero risultato io.
Ma il fatto è che mai dimenticò quel che io avevo detto su
quell'altura presso al Fiume della Polvere, e circa venti anni
dopo, a una cinquantina di miglia da dove eravamo stati a sedere
quella notte, mi ripagò in pieno.
Ho detto che cominciavano a interessarmi le ragazze. All'epoca
in cui cominciò a succedere questo, la situazione cambiò
in tal modo che io non potevo accostarmi a una qualsiasi
ragazza Cheyenne della mia età. Avevano cominciato ad avere
i corsi mensili e da quel momento in poi le tennero lontane
dai ragazzi, ed erano sempre in compagnia delle madri o delle
zie e portavano un cinto di fune fra le gambe, fino al giorno
del matrimonio. (Lo portavano anche dopo il matrimonio,
ogni volta che il marito era via.) Non si poteva far altro che
mettersi in mostra quando la ragazza che ti piaceva ti stava
guardando. È probabile che questo ti sorprenda: magari tu
immagini che un indiano quella cosa lì la faccia come la fanno
i conigli, ma non i Cheyenne con le proprie donne, a meno
che non siano sposati, e siccome gli uomini sposati, prima di
andare in guerra giurano di rinunciarci, e noi eravamo in
guerra quasi di continuo, i Cheyenne erano sempre disponibili,
per quella faccenda. Ecco perché erano guerrieri così prodi, o
comunque si credevano tali. Non ho mai conosciuto uomo che
non avesse interesse speciale per il proprio membro, ma per il
Cheyenne quella è una vera e propria bacchetta magica.
Dopo che Orso Giovane se ne fu andato e io mi fui calmato,
mi misi a pensare a una ragazza di nome Howaheh -
nome che significa, e ti prego di credermi, "nulla”. Quando
eravamo più piccoli e si faceva il gioco del campo, spesso io
ero stato costretto a scegliere Nulla come mia moglie per gioco,
per via del fatto che gli altri ragazzi sapevano scegliersi
per primi le più graziose, e a me restava questa ragazza, la
quale era abbastanza brutta. Ma di recente, all'improvviso come
spesso succede alle ragazze, era diventata graziosa come
una puledrina, con grandi occhi timidi che parevano quelli di
un'antilope e le membra graziose di una cerbiatta. Le piacevo
al tempo in cui io non badavo a lei, ma come tu avrai capito,
ora mi ignorava completamente.
Be', per il momento con questa Nulla niente da fare, sì
che alla fine mi alzai e me ne andai al campo. Cera un cane
sveglio, pronto a ululare in risposta a un coyote, pur sapendo
che questo era male perché poteva rivelare ai Crow in agguato
la nostra posizione, e allora io gli dissi: «Dai Cheyenne
non si fa così» e lui chiuse la bocca e si mise a dormire.
Dormivano tutti, i fuochi erano tutti freddi. Trovai la mia
coperta, non lontano dall'entrata e mi ci stavo mettendo
dentro quando capii che doveva essere quella di Cavallino, perché
difatti c'era dentro lui, così mi spostai alla coperta libera, lì accanto,
seppure di solito dormivo alla sua sinistra.
Ma lui era sveglio e sussurrò: «È la tua».
«Ma non importa» dissi. «Restaci.»
«Vuoi che io?...» mi chiede, e pare disilluso.
E poi mi addormentai, senza pensarci più. Se un Cheyenne
ritiene di non poter sopportare di vivere da uomo, nessuno ce
lo costringe. Però diventa heemaneh, vale a dire mezzo uomo
e mezzo donna. Tipi simili non sono affatto inutili e tutti gli
vogliono bene. A volte diventano farmacisti, e si specializzano
nelle pozioni amorose, e in generale sono buoni conversatori.
Vanno vestiti da donna, si possono sposare con un altro uomo,
se questo è il loro gusto.
Fu a partire da questo incidente che Cavallino cominciò
ad ammaestrarsi come heemaneh. Forse quella notte confuse
i letti per sbaglio, e non aveva nulla per la mente. In ogni
modo, personalmente non mi parve il tipo mio.


CAPITOLO 7.
SI AFFRONTA LA CAVALLERIA.

I Crow ci vennero dietro il giorno dopo e avemmo una
buona guerra, che fu di resistenza, per decidere chi avesse vinto.
Per questo noi combattemmo un poco più a lungo. E combattemmo
gli Ute e combattemmo i Shoshone, e dopo aver
scambiato dei cavalli coi Piedineri, combattemmo anche loro.
Questo combattere era gradito ai Cheyenne quando uccidevano
il nemico, e molto triste viceversa. In quest'ultimo caso si
sentiva il lamento dei dolenti da mattino a sera. Infatti, se gli
indiani amano la guerra, non devi però farti l'idea che gli indiani
amino anche perderci i parenti. Nella stessa tribù, si vogliono
davvero bene l'uno con l'altro. E in quanto al nemico,
lo odiano per quello che è ma non vogliono cambiarlo in
un'altra cosa.
Quando i Cheyenne riportavano una vittoria, si faceva festa.
Se questa succedeva vicino al nostro campo, le donne e i
bambini uscivano a finire i nemici feriti con le clave e coi pugnali,
a mutilare i morti, prendendo come ricordo, a esempio,
nasi, orecchi e parti private. Una minaccia seria, per i nemici.
Se tu avessi visto quello che ho visto io, ti saresti fatto uno
stomaco forte, come me. La Donna del Pantano dei Bufali era
una specie di mamma per me, proprio un'anima bella. Chissà
quante volte, quando ero piccolo, mi strinse contro la sua pancia
grassa, sorridendomi con quella faccia da luna piena lucida
di grasso; oppure mi dava un pezzo ben sugoso di carne di cane,
mi avvolgeva nella coperta a notte, mi concedeva di nascosto
un poco di gomma indiana da masticare, mi adornava le
vesti e così via. Era donna al cento per cento, come
Pellevecchia era tutto uomo, e io non so se saresti arrivato alla sua
qualità bollendo una ventina di femmine bianche per estrarne
l'essenza. Ma d'altra parte, che cosa penseresti a vedere questa
persona così dolce sventrare con il coltello un Crow inerme e
srotolargli le budella?
Voglio dirti una cosa: dopo qualche tempo io non ci pensai
più. I Crow e gli Ute e i Shoshone non protestavano
mai, perché anche loro facevano la stessa cosa, e allora a me
che cosa ne importava? Tu rammenti l'atteggiamento di
Pellevecchia verso i bianchi: la loro condotta era per lui assurda,
eppure immaginava che avessero le loro buone ragioni. Io
non volevo che un indiano mi superasse, in fatto di tolleranza.
Se la Donna del Pantano dei Bufali o un ragazzino di pelle
scura tornavano dai campi con in mano un pezzo di frattaglia
d'uomo, orgogliosissimi di questo, be', io dicevo l'equivalente
di ”salve”.
Avevo un problema ben più grosso di questo. Ero ancora
giovane, ma avevo ucciso il mio uomo, sicché se c'era una
guerra di una certa importanza non mi risultava facile
esentarmene. Non avevo inclinazione alcuna a diventare heemaneh
come Cavallino, anche se non lo criticavo affatto. Non esisteva
altra alternativa. Una cosa cercavo di fare, non essendo un
autentico Cheyenne: uccidere il minor numero possibile dei
nemici che stavano combattendo; vale a dire, ce la mettevo
tutta se il combattimento era difensivo, ma me la prendevo
comoda se la vittoria era nostra.
Insomma, io cercavo di conservare un poco di civiltà, pur
senza fare nulla che mettesse a rischio i miei amici barbari.
Una linea di confine sottilissima. Né sempre era possibile evitare
certe pratiche selvagge, se tu capisci quello che voglio dire.
Accidenti, direi proprio di no. E allora va bene: non dico
che mi ci divertissi molto, ma di tanto in tanto mi prendevo
uno scalpo. Ora che te l'ho confessato, bisogna che tu sappia
anche che in questi casi non sempre la vittima era morta e
neanche svenuta, e non sempre il coltello era affilato e a volte
si sente un brutto rumore quando lo scalpo si separa dal cranio.
Io cercavo di farlo il meno possibile, ma a volte al mio
fianco c'era Orso Giovane, che non mi dava altra scelta. All'età
di quindici anni aveva addosso tanti di quegli scalpi che
da una certa distanza sembrava tutto coperto di pelo, come un
orso grigio.
Non voglio insistere troppo su questa usanza. Ce n'era
un'altra, per mia fortuna, che ha sulla prima la precedenza:
voglio dire i cosiddetti "colpi”, cioè l'entrare a cavallo fra le
schiere del nemico e colpirne uno con il manico di un'arma o
con un bastoncino portato proprio a questo scopo. È impresa
più difficile che ucciderlo, perché più pericolosa per chi la
compie, e se vogliamo descrivere con una semplice frase la vita
di un Cheyenne, possiamo dire che essa consiste nel correre
rischi di continuo.
Potevo sempre cercar di fare il conto di questi colpi
quando volevo evitare spargimento di sangue, e spesso lo facevo,
anche se in questo non ero fra i primi Per eccellere, bisognava
essere folli. Stavo sulle mie e non cercavo mai la gara
con Coyote, che fra quelli della mia età era campione ed era
diventato eroe anche più grande di Orso Giovane con i suoi
scalpi. Orso ce la metteva tutta ma all'ultimo momento non
riusciva a fare a meno di metter via il bastoncino e di prendere
l'accetta, e anziché toccare fendeva. Invece Coyote entrava
inerme nella calca nemica, vibrando leggero il suo stecco, dava
colpi così numerosi che era impossibile contarli, e se anche i
suoi avversari facevano il possibile per togliergli la vita, di solito
ne usciva senza un graffio, avendo egli grande magia.
Ora io potrei continuare per ore e ore a riferire fatti di
guerra, ma anche se essi sono molto diversi l'uno dall'altro
nel loro effettivo accadere e mai noiosi quando è in gioco la
tua vita, nel dirli suonano simili. Per questo non li voglio logorare
al punto che la guerra ti sembri faccenda quotidiana,
come prendere il tram. Né parlerò delle mie numerose ferite,
di gran parte delle quali porto ancora lievi tracce, come tatuaggi
sbiaditi.
Quella stessa estate che eravamo sul Fiume della Polvere,
un colonnello di nome Harney attaccò i Brulé Sioux nel loro
campo sul Fiume Azzurro, sopra il Platte Settentrionale, e ne
ammazzò ottanta. Quasi non occorre dire che questi indiani
erano amici, altrimenti l'esercito non li avrebbe trovati; e non
fecero resistenza, altrimenti non sarebbero stati puniti in questa
misura. Una parte di questi ottanta erano bambini e donne,
per via del fatto che i guerrieri si erano ritirati dinanzi alla
carica della cavalleria. Può sembrare una vigliaccata, ma fu
solo una faccenda di ignoranza. Sto parlando degli indiani e
dei bianchi. Un vigliacco ammazza donne, ma un soldato di
quei tempi, al gran galoppo, spesso non riusciva a distinguerli
dai combattenti e i bambini morivano per la grandine di
piombo indiscriminata.
In quanto ai combattenti scorridori, bisogna conoscere le
usanze indiane per apprezzarli. Quando si combattono gli uni
con gli altri, una parte carica e l'altra si ritira: poi si scambiano
e la situazione si rovescia. In questo modo lo scontro è leale,
e ciascuno ha le sue belle possibilità. L'esercito non combatteva
secondo le regole e non lo avrebbe senza dubbio fatto
neanche se queste regole le avesse conosciute, perché un uomo
bianco non trova piacere nella guerra in sé; non combatterebbe
affatto se senza guerra potesse spuntarla. Vuole il tuo spirito,
non il tuo corpo. Questo vale e per i militari e per i pacifisti,
che sono due razze che non si trovano fra i Cheyenne, i
quali combattono perché combattere fa bene. Non hanno alcun
interesse per il potere come lo intendiamo noi bianchi.
Bene, su per il Fiume della Polvere sentimmo dire di questo
incidente, così come era successo, alla maniera indiana, che
come già ti ho detto non so spiegarti, e allora tu devi accettarlo
com'è. Me ne fece parola Cane Rosso, e per quanto ne so io
lui lo seppe da un'aquila, perché era cacciatore di aquile, professione
speciale fra i Cheyenne. Entro un paio di minuti si riseppe
per tutto il campo. Stavolta i capi non tennero alcun
consiglio, perché intanto non figuravano i Sioux in alcun loro
progetto, e poi ciò contribuiva a dimostrare la saggezza di
Pellevecchia nel volersi tenere alla larga dai bianchi e non dar
loro alcuna occasione per violare le regole.
Rimanemmo il resto dell'anno in quel territorio, che era
paese migliore che lungo il Platte, più vicino al legname, sia
per far le tende che da ardere, agli alci e agli orsi, perché cinquanta
o sessanta miglia a occidente sorgevano le Montagne
del Big Horn, del Gran Corno, purpuree alla base e argentee
in vetta, ricche di legname e di selvaggina con corsi di acqua
freschi per tutto l'anno, grazie al disgelo delle nevi. Quando
venne l'inverno noi abbandonammo i combattimenti su vasta
scala, anche se di tanto in tanto s'incontrava qualche gruppo di
nemici che tendevano trappole ai bufali mentre noi eravamo
intenti a fare la stessa cosa, e allora poteva succedere che tutto
quel candore terminasse per chiazzarsi di rosso, qua e là.
Ma a volte era troppo freddo, con la neve alta fino alla
spalla di una bestia, e io rammento quando quattro di noi,
rientrando da una infruttuosa cacciata, ci imbattemmo in sei
Crow presi nella tormenta, e stancamente mettemmo le mani
sugli archi ma quelli ci fecero questo segnale: "Combatteremo
quando il tempo sarà migliorato” e tirarono di lungo. Fu
un sollievo: a fatica si riusciva a vederli.
Quando poi il tempo era troppo crudo, quando perfino le
parole si gelavano uscendoti dalle labbra e ti riecheggiavano
pungenti contro le guance, ci tenevamo stretti ai tepee e si
mangiava la carne secca presa l'estate prima e riposta in un
otre di cuoio, e il pemmican, tanto migliore quanto più grasso,
perché una panciata di lardo strutto ti riscalda più presto e dura
più d'ogni altro cibo che io conosca. Con la neve saliva anche
il valore delle donne robuste, e mi pare che proprio in
quell'inverno l'enorme ragazza grassa della strage delle antilopi
alzò il proprio prezzo fino a sei cavalli e altri regali, troppo
numerosi per contarli (e tutti andarono alla famiglia sua) e fu
portata all'alloggio dello sposo.
Un giorno che Nulla era fuor del suo tepee a raccogliere
neve in un bricco per farla sciogliere e avere così l'acqua, mi
avvicinai da quelle parti e mi misi a cantare come un uccello,
ma lei non badava a me, era come se io non ci fossi, e presto
uscì la sua mamma e mi tirò un ossicino e mi disse vattene,
ragazzaccio. Questa fu la mia vita amorosa per quell'inverno.
Quando venne il disgelo eravamo tutti, uomini e bestie, ridotti
muscoli e nervi, e avevamo una gran voglia di mangime
fresco. Veramente si desiderava la primavera, a quei giorni,
che eravamo magri, affamati e giovani. Pellevecchia non era
più giovane da cinquantanni, ma in lui la linfa tornava a salire
prima ancora che negli alberi, e rimise incinta la sua moglie
più giovane, Vacca Bianca. Sinora ho citato soltanto Brucia
Rosso e Cavallino come sua prole, perché ero più vicino a
questi due, ma ce n'erano in giro altri di varia grandezza, e io
non badavo molto alle ragazzine e del resto le usanze vietavano
di avere dimestichezza con le femmine della mia età, essendo
esse, per così dire, mie sorelle; più ancora erano i figli morti.
Stella Filante, moglie di Brucia Rosso, era incinta anche
lei, e con lei parecchie altre donne, grazie a quella stagione di
astinenza dalla guerra. Questi figli nuovi compensavano le
perdite in battaglia, voglio dire quelli che erano maschi, e se
fossero riusciti a diventare grandi. Al momento cerano cinque
o sei donne per ogni guerriero adulto. Ho ignorato l'argomento
della morte, quasi che noi avessimo vinto sempre. Le sconfitte
furono quasi altrettante: a conti fatti era quasi sempre un
pareggio. Questa era la specialità dei Cheyenne: quasi sempre
erano in numero inferiore ai loro nemici; sempre superati nel
numero, come suol dirsi, mai nel valore.
In quanto ai guai che avemmo, non conto le ferite, e talvolta
alcune che parevano mortali furono curate dagli uomini
di medicina alla maniera che ho descritto, ma per averne un'idea
dirò che prima della fine dell'inverno, tre di quei cinque
adulti con cui andai a compiere l'incursione erano morti: Faccia
Fredda, Mascella Lunga e Aquila Gialla. Lupo Striato che,
se ben rammenti, stava per violentare la mia mamma bianca
quando Caroline lo stese a terra, rimase ucciso contro i
Pawnee, la primavera precedente. Questo per ricordare solo qualcuno
dei nomi che tu sei in grado di distinguere. A ranghi pieni
non riuscivamo mai a mettere in sella più di venti guerrieri.
Per parecchio tempo credetti che la banda di Pellevecchia
fosse tutta la nazione Cheyenne, poi credetti che fosse almeno
una delle bande maggiori che costituivano la tribù, poi seppi
che la famiglia era molto più grossa: la maggior parte di questi
individui erano imparentati fra di loro, per sangue, per matrimonio,
per adozione, e ogni tanto capitava qualche estraneo,
ma non in numero tale da alterare il complesso delle
cose.
Un Cheyenne non tollera pettegolezzi sul proprio conto o
sul conto dei suoi. Così mi ci volle un po' di tempo prima di
sapere perché il campo di Pellevecchia stesse per conto suo.
Alcuni anni prima, quando Pellevecchia era ragazzo, suo
padre aveva ucciso un compagno Cheyenne durante una lite
per una donna e lo avevano esiliato dalla banda dell'Arteria
Bruciata. Insieme ai suoi parenti si ritirò a vivere in solitudine,
e alla fine morì, ma i parenti erano insieme ormai da tanto
tempo che non avevano voglia di ritornare alla banda. In più
c'era quella vergogna, e quando incontravano altri Esseri
Umani chinavano il mento sul petto e osavano solo guardare
con la coda dell'occhio. Li chiamarono Tatoimana, vale a dire
Gente Timida.
Adesso Pellevecchia era diventato il loro capo, perché si
era dimostrato saggio e valoroso e generoso, e venne un giorno
che furono richiamati a vivere con le Arterie Bruciate, in
occasione della danza del sole a cui partecipavano tutte le
tribù. Dio sa se quell'indiano non andò a ficcarsi in una specie
di pasticcio simile a quello che era toccato a suo padre - in
tutta la famiglia c'era una vena coriacea - portò via il coltello
a un uomo della banda della Fune di Crine, e pur avendo
lasciato in pagamento due cavalli, a quell'altro la faccenda
non piacque e lo aggredì e nello scontro si prese una freccia
in gola e si strozzò a morte.
Dopo di questo, Pelle non ritornò alla danza, ma il resto
della famiglia si unì a lui sulla prateria e vagarono per anni
soli soli. A un certo punto furono reintegrati. Quando capitai
in mezzo a loro, potevano frequentare tutte le riunioni dei
Cheyenne, ma non li incoraggiavano di certo ad accamparsi
vicino a quelli dell'Arteria Bruciata. Per parecchio tempo ancora
durò la loro timidezza.
Ma ora quella ragazza grassa aveva avuto l'ultimo marito
accettabile del campo, perché i Cheyenne non accettano l'incesto
e noi non avevamo più accolto gente nuova da quando era
venuto Aquila Gialla, oramai morto lasciando due vedove e
un tepee pieno di orfanelli, che aveva dovuto adottare Ombra
che Appare alla Vista.
Non credo che si possa condannare Pellevecchia, quando
decise di spostarci ancora più a sud, a primavera ormai inoltrata,
anche se questo era contrario alle sue intenzioni di tenersi
alla larga dai bianchi. Bisognava trovare sangue fresco,
se volevamo versarne ancora, e la maggior parte degli altri
Cheyenne erano giù lungo il Platte. C'erano Sioux attorno al
Fiume della Polvere, ed erano nostri alleati combattenti, ma
Pelle diventava un poco snob in fatto di rapporti familiari.
Non dimenticava mai la versione Cheyenne della storia che
aveva rammentato ai Minneconjou: che gli Esseri Umani avevano
i cavalli quando i Lakota ancora usavano i cani. Non lo
disse mai, ma son convinto che stimava i Sioux una razza inferiore.
Fu così che le donne vennero a disfare il campo, a ripiegare
le pelli sui pali del tepee, per portarci sopra il carico, e la
stessa cosa fecero per la roba più leggera, che addossarono ai
cani più grossi, e sopra il bagaglio caricarono anche i bambini
più piccoli, e quelli di noi che avevano un cavallo ci salirono
sopra, mentre alcuni andavano a piedi, e questa confusa carovana
lunga un miglio, con i guerrieri che cavalcavano ai lati,
prese verso sud, lasciandosi dietro ampie tracce di sterco di cavallo,
rifiuti, ossi ben ripuliti e molti fuochi da campo.
Stavo per ridiventare un uomo bianco, ma allora non lo
sapevo.
Viaggiammo fino alla biforcazione di Solomon sul fiume
Kansas, al nord dello stato attuale che porta questo nome, e
qui, in un grande campo che copriva più di un miglio di bassure,
trovammo tutta la nazione Cheyenne, la quale, noi esclusi,
aveva svernato insieme durante la stagione precedente. Era
una grossa riunione, la più grande che avessi mai vista, e
ne ero fiero: probabilmente un migliaio di tende disposte in
cerchio, con i tepee di ciascuna banda che facevano un cerchio
più piccolo dentro il maggiore. E cerano tutte le bande: la
Fune di Crine, la Gente Rognosa, ecc., che fin allora io conoscevo
solo per sentito dire, a parte poi i gruppi militari, come
i Soldati del Cane, che fungevano da forza di polizia, e i Contrari,
che fanno tutto alla rovescia.
Entrando nel campo, Pellevecchia era per così dire a disagio:
io lo vedevo, perché la faccia d'un indiano è espressiva
come quella d'ogni altro uomo, quando si trova fra i suoi, ma
nessuno tentò di fermarci e nessuno venne a chiederci: «Dove
andate? Cosa volete?», cosa che avrebbero fatto con chi non
fosse dei loro. Dopo un poco mi accorsi che, sotto la sua dignità
di capo, il nostro vecchio era molto sollevato.
Subito dopo vennero alcuni dignitari della banda dell'Arteria
Bruciata e lo salutarono come un fratello, invitando tutti
noi ad accamparci nel loro cerchio. Il vecchio delitto era ormai
purgato. In questo modo tutto andava alla perfezione, e
avevano preso un bufalo durante una grande cacciata rituale
verso le sorgenti del Fiume Repubblicano, così avemmo tutti
da mangiare per sei o sette pasti consecutivi, quel giorno, perché
ogni indiano che ti vedeva, ti tirava nella sua tenda e ti
forzava a fare festa con lui.
Poi ci furono discorsi degli oratori e canzoni dei cantanti,
e anche un po' di danza dei heemaneh - ormai Cavallino era
passato definitivamente dalla loro parte - e tutto fu molto
bello e molto gradito. E da tutte le parti ci si scambiavano pettegolezzi,
Ombra che Appare alla Vista disse le sue battute, si
scambiarono doni e diventò un problema rammentarsi che cosa
era rimasto per far doni a qualcun altro, senza dar via qualcosa
ricevuta allora allora.
Mi trovavo nel bel mezzo di tutta questa roba. Fra questa
gente nuova ce ne furono alcuni che mi valutarono, e immagino
che a mia insaputa si parlasse di me, fino a che tutto fu
ben chiaro, ma non dovetti mai subire un momento d'imbarazzo,
tranne forse per un eccesso di approvazione che si manifestò
dopo che Pellevecchia, Brucia Rosso e Cavallino ebbero
fatto i miei elogi.
Tutto pareva filar liscio, ma una volta finite piuttosto bene
le faccende semplicemente indiane, saltava fuori la storia
dei bianchi ed era come un cielo tempestoso che oscurava il sole.
La primavera prima c'era stata una difficoltà per via di
quattro cavalli che, dicevano i Cheyenne, erano spersi e vaganti
per la prateria, ma i soldati sostenevano essere roba loro,
e allora ammazzarono un Essere Umano e ne chiusero un altro
in gattabuia, dove morì. Poi, d'estate, un gruppo di giovani
s'imbatté in un postale e chiese al vetturale del tabacco, ma
quello sparò, e loro gli misero una freccia nel braccio e il
giorno dopo le truppe attaccarono il campo, uccidendo sei indiani
e rubando i cavalli. Mentre i Cheyenne sfuggivano a
questo attacco, s'imbatterono in un treno di carri, e allora si
vendicarono sui bianchi e uccisero due uomini e un bambino.
C'erano stati altri guai, con un capo che si chiamava Testa
Grossa, ferito durante una visita amichevole a Fort Kearny.
Questo dispiacque in modo particolare ai Cheyenne, perché a
loro avviso essi erano sempre stati molto buoni con gli uomini
bianchi. Anche dopo queste brutte cose, mandarono una delegazione
in visita all'agente governativo indiano per chiedere
scusa. Restituirono anche una donna che avevano catturato.
Ma vedi, era questa la complicazione: gli indiani non erano
mai organizzati. Quelli che venivano a fare le scuse non erano
quegli stessi che avevano ucciso i bianchi. E quelli che di solito
i soldati castigavano non erano gli stessi che avevano commesso
quelle brutte cose. E la gente bianca su cui gli indiani si
vendicavano non avevano alcun rapporto con i soldati.
Abbastanza presto arrivai a capire che le situazioni più serie
della vita, o almeno della vita mia, erano come il tempo
che avevo rubato a quel Crow: lui mi risparmiò perché ero
bianco, e io lo uccisi perché ero un Cheyenne. Lui e io non
avremmo potuto fare altrimenti, e sarebbe stato ridicolo, se
non fosse stato mortale.
In ogni modo i Cheyenne ormai si erano indotti a pensare
che forse bisognava subito distruggere tutti gli uomini bianchi
delle pianure, idea che non sembrava assurda a vedere l'ampiezza
di quel campo. Anch'io arrivai a pensare a questa possibilità:
noi potevamo mettere in sella un mille e cinquecento
guerrieri, e adesso eravamo amici dei Kiowa e dei Comanche
che abitavano poco più a sud, e i nostri vecchi amici Arapaho
avrebbero dato una mano, e anche, da nord, i Sioux. Io prendevo
tutto da perfetto indiano e non perdevo certo il sonno
pensando a quello che stava succedendo alla mia razza nativa,
se pensavo a quanto poco essi avevano fatto per me. E poi
non si parlava di invadere St. Louis o Chicago - o anche
Evansville - che sono i posti della gente bianca. Questo fu
prima che sentissi i discorsi degli uomini di medicina: erano
due, di nome Ghiaccio e Buio. Avevano grandi poteri. Bastava
che facessero certi movimenti verso i soldati, e quando costoro
sparavano i fucili, le pallottole scorrevano lente nella canna e
cadevano inoffensive a terra.
Di solito me ne stavo sul sentiero che percorreva Nulla
quando andava al fiume a prendere acqua, e al suo passaggio
le afferravo l'orlo della gonnella, tiravo un poco e poi lasciavo
andare. L'unico compenso, più o meno, che ne cavavo, era che
la ragazza non dava più retta a Coyote, il quale le stava anche
lui dietro. Non più a lui che a me. Nel farle la corte ci eravamo
divisi i turni: per esempio se io l'aspettavo sul sentiero del
fiume, lui mi lasciava fare e l'avvicinava quando lei andava a
raccogliere le fatte del bufalo. Ma siccome nessuno dei due
stava approdando a nulla, non eravamo gelosi e mantenevamo
i rapporti neutrali che erano sempre esistiti fra Coyote e me.
Tu capisci com'è: tu hai i tuoi amici e i tuoi nemici, e poi ci
sono gli altri, quelli che puoi prendere o lasciare: fra gli indiani
va allo stesso modo.
Mi ero anche fatto il senso indiano del tempo. Dovevo
avere un quindici anni quando eravamo alla biforcazione del
Solomon, e io avevo questa storia con Nulla, ma non ero più
impaziente, al proposito, di quanto fosse lei: i Cheyenne impiegano
cinque anni a fare la corte alle loro ragazze e oltre
tutto io ero molto giovane per attaccare. Io scommetto che tu
non avresti mai creduto i pellerossa così lenti in questo settore.
Ma siccome sono guerrieri, i Cheyenne amano rattenersi.
Provati a forzare, e vedrai come va a finire: ti addormenti.
Insomma, amico mio, era interessante stare in quel grande
campo con tutte quelle attività e ben presto fecero una danza
del sole che durò otto giorni di gesti complicatissimi che non
potevano significare nulla a un individuo che non fosse di
quella convinzione, ma che riaffermavano negli Esseri Umani
il senso della loro superiorità, seppure questo era possibile,
considerando che mai essi avevano creduto di avere serii concorrenti.
Naturalmente Orso Giovane si distingueva nel procurarsi
le torture. Si strappava le spine dal petto quindici minuti
dopo che gliele avevano messe, e poi se le faceva mettere
in posti diversi e stava appeso a una correggia di pelle non
conciata per tutta la notte. Il giorno dopo tutta la parte superiore
del suo corpo era come una piaga aperta, e lui non se la
curava con la salvia o col fango o con altro, ma se ne andava
in giro con il sangue che si seccava.
Ora magari a te parrà tipico di un Cheyenne che dopo tutti
questi discorsi di far fuori i bianchi, e dopo tutte le cerimonie
che dovevano abilitarli a fare questo, cominciarono ad abbandonare
il campo e ad andarsene per tenersi via dai pasticci.
Dopo tutto questo, sarebbe parso quasi ovvio andare a combattere
sul serio, ma gli indiani, che si battono fra di loro continuamente,
non provavano piacere ad azzuffarsi con gli uomini
bianchi, che era un brutt'affare anche a vincere.
Le bande viaggiarono singolarmente, ma per un certo tratto
formarono due movimenti generali: verso nord e verso
sud, giacché la tribù nel suo complesso era divisa per la più
gran parte dell'anno in un segmento maggiore che vagava come
parte distinta dalle parti del Platte, e di un altro segmento,
che stava attorno al forte del mercante William Bent, sui
fiumi Purgatorio e Arkansas, giù nel Colorado meridionale.
Noi che seguimmo Pellevecchia eravamo naturalmente
Cheyenne settentrionali, e adesso ci spostavamo con la banda
dell'Arteria Bruciata in quella direzione. Prima di andare
troppo avanti debbo dire che avevamo fatto buoni affari a
quel raduno e che avevamo sposato la maggior parte delle nostre
femmine disponibili, i cui mariti adesso erano con noi.
Questo fatto, e il sentirsi accolto nella sua banda d'origine,
avevano messo Pellevecchia in un tale buon umore, che io dico
si sarebbe nuovamente messo nei guai, sotto la pelle di bufalo,
se non fosse stato disfatto il campo. Lo avevo visto lampeggiare
i suoi vecchi occhi vogliosi su più d'una figura grassa.
Per adesso, io non avevo pensieri lussuriosi nei riguardi di
Nulla, solo avrei amato sentire la sua voce timida e morbida,
o avere uno sguardo da quei lucidi occhi neri
Non avevamo fatto molta strada quando le nostre guide
tornarono indietro per riferire che una colonna di truppe erano
a mezza giornata di cammino dinanzi a noi, diretti dalla
nostra parte. Ora al campo grande c'erano stati alcuni fucili a
pietra, e due o tre dei nostri guerrieri erano armati in questa
maniera, e Gobbo, che da anni aspettava un'occasione simile,
voleva affrontare i soldati, a cavallo, e combatterli. Ma
Pellevecchia e i capi delle Arterie Bruciate erano preoccupati per le
donne e i bambini, così noi voltammo verso sud e andammo
in cerca della nostra gente. Viaggiando verso oriente, incontrammo
una parte della gente meridionale e ci riunimmo nuovamente
a loro vicino alla biforcazione del Solomon. Non era
la stessa gran folla di prima, eppure avevamo un trecento uomini
combattenti e un dieci, quindici fucili a pietra che ai
Cheyenne parevano un armamento formidabile.
L'agitazione era tale che io non fui in grado di elaborare
il mio nuovo punto di vista: avevo già deciso in linea teorica,
come già ho detto, che l'annientamento completo dei visi pallidi
sulle praterie occidentali non era pelle del culo mio: non
conoscevo uomo bianco a occidente di St. Joe, a parte i resti
della mia famiglia, che ormai doveva aver raggiunto il Salt
Lake, il Lago Salato. Ma se ci pensavo un momento, non riuscivo
a vedermi nell'atto di partecipare a un simile massacro.
Adesso c'era in vista una battaglia con la Cavalleria degli Stati
Uniti e io passavo per un guerriero Cheyenne di una certa reputazione.
Come scelta, potevo essere un vigliacco oppure un
traditore, dall'una o dall'altra parte. Rammento che desiderai
che si combattesse ancora contro i Crow.
Era certamente un problema serio, ma intanto che ci pensavo
io mi stavo spogliando, mi tingevo di rosso e di giallo,
colori di guerra, e affilavo su una pietra bagnata la punta delle
mie frecce. Ci sono individui che nei momenti di indecisione
cessano ogni movimento corporeo, come per dare gioco libero
alla mente, ma io sono un tipo diverso: io do da fare alle
mani, sperando che il cervello segua. Se questo non funziona,
non c'è motivo di pensare che sarei arrivato più lontano
standomene a sedere con il mento appoggiato alle nocche delle
mani.
Spedimmo donne e bambini verso sud, sotto l'Arkansas
anche se i Cheyenne, ormai fiduciosi di sé, avevano alzate le
tende e le tenevano su. Poi Ghiaccio, il nostro uomo di medicina, ci condusse a un laghetto vicino, nel quale ci rendemmo
invulnerabili tuffando le mani nell'acqua. Quando i soldati
sparavano noi avremmo soltanto alzato le mani e le pallottole
a fatica sarebbero uscite dalle bocche dei fucili, per ricadere a
terra.
Fu allora che mi si chiarì tutta la faccenda: io stavo per
morire.
Si può arrivare fino a questo punto con gli indiani e poi
cose simili saltano fuori. Io so che la medicina di Lupo Mancino
mi aveva curato la ferita alla testa, ma credo che questo
succedesse perché io fui fuor di coscienza per la maggior parte
del risanamento, e quando tu sei fuori del giusto senno non
pare che ci siano regole in quanto al possibile. Un uomo,
ubriaco fradicio, può fare una caduta che normalmente lo
schiaccerebbe peggio di un pomodoro. Non voglio essere
un fanatico: non sto dicendo che in nessun caso una palla di
fucile può essere arrestata dalla magia. Voglio dire invece
questo: che essa non può essere fermata da uno che non creda
questo fatto possibile, una volta che si applichi a lui. Stavolta
a me. Per quel che riguardava Gobbo, oppure Brucia Rosso
nel Sole, od Orso Giovane, questo era il loro atteggiamento.
Se mi sei stato a sentire bene, rammenterai il mio racconto
di quando mi battevo contro i Crow. Quello che avevo ucciso,
anche al buio si era accorto che io ero bianco: e questi
cui marciavamo incontro in pieno giorno? Mi tinsi la faccia e
il corpo, ma i capelli rossi? Ecco. Dopo tutto l'entusiasmo della
mia prima impresa, di sicuro io non volevo ricordarne le
condizioni singolari in cui essa era avvenuta a un Essere Umano,
perché la scoperta della mia razza da parte del Crow, la
sua condotta amichevole, ecc. li avrebbero sicuramente confusi,
al sentirle. Ma quando cavalcammo in guerra, io avevo fatto
presenti i miei problemi a Pellevecchia, in questo modo:
«Nonno» dissi, perché così si chiama un uomo della sua
età. «Voglio fare una cosa, e non so il modo giusto. Non voglio
che i Crow vedano il colore della mia testa, ma neanche
voglio che mi pensino un tal codardo da tagliarmi i capelli
per non farmi portare via lo scalpo. Sono ancora troppo giovane
e ho dato troppo pochi colpi per portare in testa il trofeo
di guerra.»
Il capo ci pensò sopra, e poi si tolse il cappello a cilindro
e me lo mise in capo. Era un po' grande e mi scese sulle orecchie,
ma tanto meglio, come copertura.
«Tutte le volte che combatti puoi indossare questo» disse.
«Ma fra una battaglia e l'altra rendilo perché si accompagna
alla medaglia che mi mandò il Padre dal villaggio principale
dei bianchi.»
E così feci, ficcando un poco di imbottitura dentro la fodera,
perché stesse più saldo, e me lo legai al mento con una
correggia. In quanto ai capelli sulla nuca, per coprirli mi ci
passai sopra la tintura. Non ho ancora le trecce, naturalmente,
e probabilmente i Crow non mi prendono per un Cheyenne al
cento per cento, perché gli indiani hanno l'occhio acuto persino
alle prese con la guerra, ma potevo sempre passare per un
mezzosangue.
Ora stavamo per affrontare le truppe, perciò andai là dove
Pellevecchia con gli altri capi disponeva il nostro ordine di
battaglia, e lo facevano con tutte le regole, come in un esercito
addestrato, e io mi feci notare e chiesi il cappello, che ancora
teneva in capo.
Mi prese in disparte; anzi salimmo tutti e due a cavallo e
salimmo su per il pendio sopra il fiume, lui in groppa a un
pezzato meraviglioso che faceva il suo lavoro senza una parola
e senza toccare una briglia. Nel punto più alto ci fermammo e
lui guardò in lontananza e osservò che c'erano 250 soldati a
cavallo a circa cinque miglia, seguiti a due o tre miglia da un
corpo di fanteria. Io non vedevo un accidente, solo l'erba della
prateria.
Allora mi mise addosso i suoi vecchi occhi chiari e disse:
«Figlio mio, sono gente bianca quella che andiamo a distruggere.
Sarà la prima volta che affronto i bianchi da nemici.
Ho sempre creduto che abbiano un motivo per fare quello
che fanno, e lo credo ancora. Sono strani e pare che non
sappiano dov'è il centro del mondo. E per via di questo, non mi
sono mai piaciuti, anche se neanche li ho mai odiati. In ogni
modo, in questi ultimi tempi si sono comportati male con gli
Esseri Umani. Per questo noi dobbiamo farli fuori».
Mi parve imbarazzato e si grattava il naso.
«Non so se tu te lo ricordi: prima di diventare un Essere
Umano caro a me come un figlio, quanto i figli che feci con la
Donna del Pantano dei Bufali e con le altre, riempiendo il
mio cuore di orgoglio e portando onore al mio tepee... Non
parlerò di quel tempo, che probabilmente è svanito dalla tua
memoria. Voglio soltanto dire che se tu lo rammenti e se credi
che cavalcare contro questa gente di pelle bianca sia cattiva
medicina, puoi stare fuor della lotta e nessuno penserà male di
te. Molte volte hai dimostrato di essere un uomo, e un uomo
deve fare quello che ha nel cuore e nessuno può discuterlo.»
Non voleva dire che io ero bianco, ma mi dava una via
d'uscita se ne avessi bisogno. Con la sua solita arroganza dava
per scontato che chiunque ne avesse il modo avrebbe preferito
essere Cheyenne; ma con quella sua considerazione, altrettanto
abituale in lui, stava riconoscendo il fatto della mia nascita.
«Nonno» dissi. «Io penso che sia un giorno buono per
morire.»
Se dici una cosa simile a un indiano, lui non comincia immediatamente
a calmarti e a dirti che ti sbagli, che tutto andrà
bene ecc., perché non usano le parole vacue che si usano invece
fra i bianchi. E neanche è un atteggiamento suicida, come
di qualcuno cui la vita pare agra, e che quindi tanto vale buttarla
via. Vuol dire soltanto che nel combattimento ce la metterai
tutta. Lungi dall'essere agra, la vita è così dolce che tu la
vivrai fino in fondo e ne sarai consumato. Una volta, prima di
entrare nella tribù, una banda di Cheyenne prese il colera da
certi emigranti e quelli che non erano ancora morti indossarono
il costume di guerra, montarono a cavallo e sfidarono quell'invisibile
malattia a farsi viva e a battersi come un uomo.
Sinceramente io non so se stavo dicendo quelle cose nel
senso indiano, ma Pellevecchia le prese in quel senso e mi
dette il cappello a cilindro. In quel momento comparve un coniglio,
arricciando il naso, rivolto a lui. Fece una smorfia seccata,
voltò e partì al galoppo lungo la bassura. Passarono diversi
anni prima che gli parlassi ancora.
Le truppe raggiunsero il fiume circa due miglia a occidente,
poi presero a muoversi nella direzione della corrente incontro
a noi. Sapevano che noi eravamo nelle vicinanze ma fu
una certa sorpresa per loro girare un'ansa del Solomon e trovare
trecento Cheyenne a cavallo schierati in linea di battaglia,
il fianco sinistro contro il fiume e la destra sotto le alture.
Gli Esseri Umani erano in pieno assetto, guerrieri e cavalli
dipinti, penne in abbondanza, moltissime nell'acconciatura
del capo, e il sole metteva in risalto quei vivaci colori e scintillava
sulla punta delle lance e sulle canne dei moschetti. Alcuni
guerrieri parlavano ai loro cavalli, e gli animali s'impennavano
e respiravano dalle narici spalancate, come se già stessero
caricando. Fiutavano le monte della grande cavalleria e
cominciarono a nitrire, avendo verso i cavalli nemici lo stesso
atteggiamento che i Cheyenne avevano coi bianchi.
Io montavo uno degli animali presi durante l'incursione al
campo dei Crow, ed era un animale molto buono, anche se
doveva farsi strada nella vita senza molte parole che uscissero
dal novero dei consueti complimenti. E adesso invece poco
mancò che mi mettessi a discutere con lui di questioni filosofiche.
Ero veramente nervoso, dato il sospetto che non tutti i
miei compagni condividessero il parere di Pellevecchia, circa
la mia posizione al centro della prima linea. Specialmente
Orso Giovane, che stava all'ala destra, ma vedendomi si avvicinò
e cercò un posto per il suo cavallo al mio fianco. Era tutto tinto
di nero dalla vita in su, con un poco di vermiglio sui capelli
e gli occhi cerchiati di bianco, e sulle guance strisce orizzontali,
anche queste bianche.
Non so se mi sorrideva o se semplicemente mi mostrava i
denti: da parecchio tempo era la prima volta che faceva mostra
di badare a me. Io non ricambiai: non mi sentivo affatto
bene, ed ero contento di avere addosso i colori di guerra. È
questo il bello dei colori: comunque tu ti senta dentro, hai
sempre un aspetto terribile.
Gobbo e altri capi guerrieri cavalcavano su e giù per la linea
e c'era anche Ghiaccio, uomo di medicina, che brontolava
le sue diavolerie e agitava incontro alla cavalleria serpenti,
code di bufalo e altra roba del genere. La cavalleria si era fermata
a mezzo miglio, sulla bassura e pareva che ci studiasse.
Speravo che da un momento all'altro si mettessero a ridere, da
morire: i soldati, voglio dire. Perché proprio questo avevo voglia
di fare io. Si prova questa buffa eccitazione prima di una
carica; e più passa tempo prima che si attacchi, più diviene intensa,
sì che quando finalmente tu parti, non c'è cosa al mondo
che abbia per te importanza maggiore.
Ma oltre al fatto che ero nudo, con in capo il cappello a
cilindro, c'era questo trovarmi di fronte a un tre o quattrocento
uomini bianchi che impugnavano armi da fuoco, e io ormai
da cinque anni fingevo di essere indiano, e così mi ritrovai a
sbudellarmi dal ridere, in attesa che a riempirmi le budella venisse
il piombo rovente.
Eppure feci del mio meglio per contenermi, sì che la risata
repressa parve un brontolio, oppure un profondo canticchio
gutturale, insomma una cosa cheyenne, naturale. Parve che
questo facesse impressione a Orso Giovane, perché seguì il
mio esempio, e poi anche i guerrieri dall'una e dall'altra parte,
e presto lo si udì risuonare in ogni petto, e diventò il canto di
guerra cheyenne, e noi cominciammo a muoverci in avanti su
questa musica, al passo, con certi cavalli che danzavano, ma la
prima linea in bell'ordine. Trattenevamo ancora la nostra potenza,
tenendola come imbottigliata perché funzionasse l'incantesimo
di paralizzare i bianchi con la nostra magia, marciando
sulla via sacra.
Dimenticai me stesso, essendo ormai solo una parte del
cerchio mistico nel quale i Cheyenne credevano d'essere continuamente
coinvolti, cioè il giro della terra e del sole, e anche
della vita e della morte, perché la disgiunzione fra l'una e l'altra
è soltanto apparenza e non vera sostanza, sì che ogni
Cheyenne che mai sia vissuto e che stia vivendo forma un solo
popolo: gli Esseri Umani, invulnerabili, invincibili, supremo
prodotto di tutta la natura.
Avevamo percorso due o trecento passi in questo modo,
coi soldati che tuttora ci guardavano, ovviamente affascinati
come tante antilopi, e pronti, come le antilopi, a farsi macellare
- numerosi nostri guerrieri avevano già liberato l'arco e
impugnavano mazze e accette, nell'attesa di sbalzar di sella
quegli inermi soldati - quando fra le file azzurre vi fu un
molteplice luccichio e sopra il nostro canto si udì lo staccato
metallico della tromba.
Avevano snudato le spade e subito caricarono.
Noi ci fermammo. C'erano seicento passi di letto di fiume
fra noi e loro. Presto furono quattrocento, poi trecento, e si
spense il nostro canto. Anche la tromba aveva smesso di suonare
e adesso non si udiva altro suono che il tonfo di mille
zoccoli ferrati cui si mischiava il tinnio delle guaine. E almeno
ai miei occhi non comparivano stendardi, né uniformi e
neanche cavalli, ma semmai una specie di attrezzo, una sola
enorme macchina in movimento con molte centinaia di lucide
lame pronte a ridurre in polvere tutta la vita contrapposta e
a spargerla dietro di sé in un quarto di miglio di nube giallastra.
Adesso eravamo come paralizzati, congelati a terra, fino a
che le file contrapposte furono a cento passi, e poi a settantacinque,
e allora ci rompemmo in tanti frammenti e fuggimmo
in rotta completa. Come vedete la magia aveva funzionato
contro le pallottole, ma non contro i coltelli lunghi.
Ho usato il plurale per fare effetto, ma in realtà, messo alla
scelta sul filo del rasoio, anzi della sciabola, tagliai i miei
legami cheyenne, mollai per terra il cappello di Pellevecchia,
dove fu schiacciato in breve dagli zoccoli al galoppo, e con un
lembo del mio perizoma cominciai a levarmi la tinta dalla
faccia, e intanto urlavo in inglese, lingua che non parlavo da
cinque anni, sì che una parte della mia urgenza andò persa in
retorica pura.
Che cosa puoi dire in un momento simile che non ti faccia
apparire più indiano di un indiano? Il mio lessico era davvero
limitato, per il disuso, e ti dico io che l'immaginazione non ti
serve a molto quando un soldataccio alto sei spanne e montato
su un baio enorme irrompe su di te impugnando lo spiedo
e tutt'intorno c'è gente simile a lui che persegue la tua famiglia
e i tuoi amici i quali scappano come bufali impazziti di
paura.
Ed ecco quello che dissi: «Dio benedica George Washington!».
Intanto mi grattavo la fronte con quel pezzo di perizoma,
e perciò dovevo star chino sulla sella. E questo mi salvò
la vita, perché il soldatone vibrò la lama proprio nel punto in
cui avrebbe dovuto essere il mio pomo d'Adamo in condizioni
normali. Bene, la faccenda di Washington non aveva funzionato,
sicché quando si volse per menare un'altra botta, di rovescio,
io urlai: «Dio benedica mia madre!».
Per scampare a quel fendente dovetti chinarmi sul fianco
del mio cavallo, allo stile indiano, reggendomi con gli stinchi
e cavalcai in cerchio, mentre lui mi perseguiva squassando l'aria
e faceva un tremendo sibilo. Frattanto il resto della cavalleria
trapestava tutt'intorno, e io temevo d'essere colpito alle
spalle prima che questo figlio di puttana riuscisse a infilzarmi
oppure a capire quel che volevo fargli intendere. Infatti era
grosso, e tu puoi dire quello che vuoi, ma un uomo, per ogni
pollice che cresce al disopra dei cinque piedi e mezzo, vede il
suo cervello diminuire in proporzione. Per tutta la vita ho nutrito
pregiudizi riguardo ai tangheri cresciuti fuor di misura.
Questa storia durò per non poco tempo, e con sufficienti
variazioni, così capii che lui non poteva toccarmi mai, da un
lato, ma dall'altro non avrebbe mai smesso di provarcisi. Non
era gran che come cavaliere; al termine di ogni fendente la
spinta del braccio armato di spada gli faceva sollevare il ginocchio
opposto, allentando la sua presa sulla sella, mentre
l'animale scartava. Questo successe una volta di troppo, e io
gli appoggiai un mocassino nelle costole e con un colpo improvviso
lo disarcionai, con grande fragore di fodero e speroni
e il resto del carico che si portano addosso questi soldati.
Saltai giù da cavallo, staccandomi dalla cintura la cavezza
da combattimento, misi le due ginocchia sulle spalle di questo
soldatone stordito e gli avvicinai la lama del coltello da scalpo
alla gola setolosa - dalla parte che non tagliava, giusto per
evitare il rischio che mi venisse quella brutta tentazione.
A un tratto rammentai più duna scelta frase che avevo
sentito pronunciare dagli adulti dalle parti di Evansville.
«Avanti, tu» dico con grande energia. «Bisogna proprio
che ti tagli la gola... Per farti entrare in quel... testone che io
sono un... uomo bianco?»
Il suo sguardo rimase ottuso, ma disse: «Ma allora perché
diavolo te ne vai vestito in quella maniera?».
«È una storia lunga» dico. E lo mollo.


CAPITOLO 8.
DI NUOVO ADOTTATO.

Della battaglia puoi leggere probabilmente sui libri, perché
fu il primo scontro reale fra l'esercito e i Cheyenne, che a
quell'epoca fece rumore. I soldati sostennero di avere ucciso
trenta indiani nella carica alla spada, il colonnello nel suo
rapporto disse nove e la verità fu quattro morti e diversi feriti.
Avvenne nel mese di luglio del 1857.
Ecco le cose che si vengono a sapere quando si ritorna alla
civiltà: che giorno è, che ora, quante miglia da Forte Leavenworth
e a che prezzo il cantiniere vende il tabacco, quante birre
bevve Flanagan e quante volte Hoffmann fece quella certa
cosa con la sua ganza. Numeri, numeri, m'ero scordato quanto
siano importanti. Anche il Kansas era diventato un territorio,
ma a me non ne importava nulla.
Quel soldato, che si chiamava Muldoon, mi portò dal colonnello,
una volta finito il trambusto, e allora io dissi che i
Cheyenne mi avevano costretto, sotto minaccia di morte, a
unirmi a loro in guerra, dopo aver ucciso tutta la mia famiglia
cinque anni prima e in seguito mi avevan tenuto in brutale
prigionia. Muldoon garantì che avrei potuto facilmente ucciderlo,
ma che non l'avevo fatto. Tirata via tutta la tinta, con
indosso una camicia grigia di lana e i calzoni azzurri che mi
prestò Muldoon, anche se troppo grande di otto taglie, sembravo
abbastanza innocuo.
Non c'era bisogno che mi preoccupassi. Sugli indiani potevi
dire qualunque cosa a quei tempi, sicuro che ti avrebbero
creduto, più presto i militari che i civili, per il semplice motivo
che il soldato bianco si tiene su il morale credendo che il
nemico sia disprezzabile fino al punto della gaglioffaggine.
Per esempio, alcuni di quei soldati pensavano che gli indiani
mangiassero carne umana e avessero rapporti con le loro
figlie.
Perciò il colonnello mi espresse la sua comprensione, poi
cercò di tirarmi fuori qualche informazione sul sito delle tende
e dei cavalli dei Cheyenne, perché si proponeva di bruciare
le prime e catturare i secondi, ma io mi comportavo come se
fossi mezzo rimbecillito per le torture subite nel corso degli
anni e in questo modo elusi la domanda. Successe poi che il
campo lo trovò da solo limitandosi a seguire le tracce, e bruciò
i tepee abbandonati. Fui lieto di vedere che fra queste non
fu la tenda di Pellevecchia: la Donna del Pantano dei Bufali
e la Donna della Vacca Bianca certamente trovarono il tempo
di ripiegarla prima della fuga. Da quel punto in poi la traccia
principale si rompeva in tante piccole tracce minori, come
sempre fanno gl'indiani quando vogliono sfuggire. I guerrieri,
che s'erano allontanati verso oriente, più tardi sarebbero rientrati
facendo un gran giro. In seguito tutti si sarebbero di nuovo
radunati, una volta finito il pericolo.
L'esercito gironzolò in quella zona per quasi tutta l'estate,
e a un certo punto arrivò all'altezza di Bent's Fort, verso occidente,
catturando rifornimenti che dovevano servire come premi
annuali agli indiani, così come li avevano previsti i trattati
esistenti, per poi ritornare al Solomon. Ma non trovarono più
Cheyenne e alla fine ritornarono a Forte Laramie.
Naturalmente in questo periodo io fui con loro, e badava
a me Muldoon, al quale pareva comodo scordare che avrei potuto
ucciderlo con le mani legate dietro e farmi passare per un
ragazzino inerme. Io lo lasciavo fare, perché era un tanghero
gentile. Mi faceva lavare parecchio, con il sapone forte dell'esercito,
affermando che continuavo a puzzare come una capra
anche dopo che da settimane avevo abbandonato i Cheyenne.
Secondo me puzzava lui, come gli altri soldati; ma questo era
un caso di odori relativi, direi, e rammentavo quel che era
parso a me il tanfo del campo cheyenne quando ci entrammo,
Caroline e io, anni prima.
Gli altri soldati mi trattavano alla stessa maniera, e in verità
io non stavo male, a parte il fatto di dover ascoltare i loro
discorsi stupidi. In una campagna così era questo un modo più
facile per rientrare nella vita dei bianchi. Per lo meno si stava
all'aperto, si dormiva per terra, e se anche il mangime dell'esercito,
soprattutto pancetta e carne secca, era una porcheria,
di tanto in tanto prendevo un po' di selvaggina, perché m'ero
tenuto arco, freccia e cavallo cheyenne, e anche ai soldati piaceva
la carne fresca, e così mi avevano preso in simpatia, anche
se io non parlavo molto, ciò che essi attribuivano alla mia
debolezza di mente dovuta agli anni della prigionia.
Magari tu pensi che al colonnello interessassero le mie
esperienze di cinque anni di vita fra i barbari, e invece no. Mi
ci volle poco a scoprire che è rara, nel mondo dei bianchi, la
persona che voglia sentire ciò che ha da dirgli un altro, e questo
è tanto più vero quando l'altro sa le cose di cui sta parlando.
Debbo dire una cosa, che il mio trucco fallì quando arrivammo
a Laramie. Alla battaglia del Solomon io avevo in
mente una cosa sola, cioè salvarmi la pelle e insieme non battere
in ritirata. Certamente non immaginavo quali sarebbero
state, a lunga scadenza, le conseguenze di questa decisione.
Ero rimasto tanti anni lontano dalla civiltà da dimenticare come
sono organizzate le cose nel mondo della civiltà: lì non
accade di entrare nel tepee di qualcuno senza far tante storie.
Per esempio, eravamo a Laramie da poco tempo, e io stavo
ancora coi soldati, quando il colonnello mi mandò a chiamare.
«In questo settore i registri son tutt'altro che adeguati»
mi dice. «Lo sfortunato incidente in cui i diavoli rossi assalirono
i carri di tuo padre non è mai passato a registro, nella
misura in cui possiamo determinarlo dalle nostre pezze di appoggio.
Temo che il castigo dei singoli malfattori sarà piuttosto
difficile, date le insufficienti informazioni che abbiamo da
te avute sinora, circa l'identità di costoro, e a questo naturalmente
si aggiunge il problema sui colpevoli indiani una volta
che siano stati chiaramente identificati.
«Perché come tu ben sai essi sono un branco di codardi.
Alla fine, immagino, saremo costretti a ucciderli tutti - non
vedo altra possibilità, considerata la protervia con cui essi
s'oppongono all'abbandonare la vita dei bruti.
«Tanto basti per questi infelici ricordi. La cosa importante
è la vita che ti si apre dinanzi» e così via, con il risultato
che mi mandarono a Forte Leavenworth, comando dipartimentale,
con una colonna che partiva il giorno dopo. Leavenworth
era sul fiume Mississippi, accanto a Westport, che più tardi
prese il nome di Kansas City, e a Independence, dove il mio
papà aveva comprato il carro e l'attacco di buoi. Era stata la
civiltà, o almeno quella cosa che civiltà veniva chiamata a
quei tempi.
Quando ebbi la notizia provai la sensazione di soffocare.
Attorno a Laramie c'erano già tanti uomini bianchi che a me
mancava il respiro, e non dormivo bene in quelle baracche
rettangolari, per via del fatto che i Cheyenne mi avevano abituato
a preferire una dimora circolare. Mi pare di aver già detto
che cosa pensano essi dei cerchi, del cerchio della terra e
così via. Erano contrari agli angoli di novanta gradi, che provocano
sempre un arresto brusco. Pellevecchia diceva: «Non
c'è potenza in un quadrato».
Adesso rientravo in un mondo intero di angoli acuti, mentre
da qualche parte, sulla prateria, gli Esseri Umani si erano
nuovamente adunati, e dopo aver pianto i loro morti, ora
mangiavano cosciotto arrosto e sognavano e raccontavano storie
accanto al fuoco di sterco di bufalo, e rubavano cavalli ai
Pawnee, e se li lasciavano rubare, e c'era anche Nulla con il
suo vestito adorno di antilope bianca.
Sapevano dov'ero, anche se forse nessuno glielo aveva detto,
allo stesso modo in cui sapevano tutto quel che riguardava
la loro gente e nient'altro. Di certo non sapevano niente, o
non l'avrebbero capito, circa le faccende della schiavitù, di
John Brown e di tutto ciò che succedeva nel Kansas a quel
tempo.
Ma non mi dispiacque mai di aver abbandonato Laramie
in quanto tale, che era diventata il posto più brutto che si
possa immaginare - o almeno, questo io pensavo allora, prima
di aver visto molti altri luoghi dei bianchi. Parecchi indiani
avevano piantato le tende da quelle parti, e fra questi, mi
dispiace dirlo, erano certi Esseri Umani, che però non somigliavano
a quelli che conobbi io. E le singole tribù non erano
importanti, perché tutte appartenevano al tipo noto sotto il
nome di Chi Ciondola attorno ai Forti. Le bande libere non
avevano grande opinione di questa gente. Parecchi se ne stavano
- letteralmente - a sedere dentro la coperta, attorno
alla stecconata, a guardare come tanti stupidi quello che succedeva,
perché erano liberi di andare e venire a volontà, e se un
soldato voleva lo spazio che essi occupavano, li buttava fuori,
come si fa coi cani presi a pedate. Qualcuno trafficava un poco
- pelli di seconda qualità - altri prostituivano le loro donne,
e tutti campavano di donativi concessi dal governo per il
loro atteggiamento "amichevole”. Questi donativi, naturalmente,
erano di solito men della metà di ciò che concedeva la
legge, perché gli agenti indiani si tenevano il resto e lo vendevano
agli emigranti bianchi, oppure l'Esercito se la prendeva
per gli usi suoi, giacché il magazzino del quartiermastro era
insufficiente, in generale, per colpa dei fornitori disonesti, o
degli ufficiali ladri.
Era anche contro la legge vendere alcolici agli indiani, e
invece quelli attorno al forte erano quasi sempre ubriachi,
perché i soldati davano loro di soppiatto il whiskey, in cambio di
una ripassata alla moglie o alla figlia, donne assai tristi ma
sempre meglio che niente, visto che le bianche in circolazione
erano poche. Anche i mercanti facevano buoni affari in acquavite,
quasi allo scoperto, e mai sentii dire che ne arrestassero
uno, per questo, probabilmente perché gli indiani attorno al
forte, una volta ubriachi, erano anche più innocui che nel possesso
delle loro facoltà.
Parlo di questo perché quando ero a Laramie m'imbattei
in una persona che conoscevo sin dai vecchi tempi. Me ne andavo
a girare nel campo indiano, per nostalgia della mia vecchia
vita, ma mi venne subito voglia di tornarmene al forte,
per via di certe vecchie donne sporche le quali cercavano di
vendermi certe tignose pelli di bufalo, e per via dei loro mariti
puttanieri, che ghignavano e frignavano, quando vidi una
tenda di tela piantata proprio lì, e di tanto in tanto ne usciva
incespicando un giovanotto indiano, per poi cadere a terra prima
di essere giunto alla sua destinazione, e a terra restava.
Quando feci capolino, cerano dentro parecchi guerrieri,
ciascuno dei quali intonava un canto differente, oppure con
voce rauca predicava, rivolto a nessuno in particolare. Il tanfo
era indescrivibile. In fondo alla tenda c'era un barile aperto,
con un gavettino rugginoso, e accanto un uomo bianco dal vestito
lurido. Aveva una faccia che pareva mai lavata dal giorno
della nascita; da tirargli via lo sporco come se fosse una
buccia. E mai doveva aver posseduto un rasoio.
«Come va, socio» dice mostrando i denti coperti di tartaro.
Allora si fa avanti uno degli indiani, si leva i mocassini, li
porge a questa specie di maiale, il quale dopo averli esaminati
fa di no col capo. Allora l'indiano si leva la camicia, che era
grigia e di lana, ma nera d'untume, e porge anche quella.
Il bianco alza il dito indice con le due falangi piegate, e
dice: «La metà, culonero figlio di puttana. La metà, mangiamerda».
E riempie a metà il gavettino rugginoso, e l'indiano
lo prende e se lo versa in gola.
«Te ne offro uno io» m'invita il bianco.
Io gli do un'occhiata e lui dice: «E non di questo piscio
di cavallo. Qua dentro ho una bottiglia di roba vera». La
prende da dentro la sacca che era per terra, e intanto ci ficca
dentro la camicia e i mocassini appena ricevuti.
«Per la roba che è nel barile uso una pinta di whiskey per
gallone, aggiungo polvere da sparo, tabacco, zolfo, tabasco e
pepe nero, poi riempio d'acqua fino in cima. Questi disgraziati
non capiscono la differenza. Ma giuro che questo è buono. Bevi.»
E mi porge la bottiglia.
«No, grazie» dico io.
«In ogni modo resta. In tutto il giorno poche volte mi capita
di fare conversazione, avendo a che fare con questi...»
Alza la bottiglia e beve a garganella, e uno degli indiani lo
vede e gli si fa incontro incespicando, ma lui gli dà un calcio
in pancia e l'indiano, che dalle trecce riconosco per un
Cheyenne, cade a terra e sviene. Gli altri neanche badano a
questo incidente.
«Certo» dice il bianco calando la bottiglia. «Generalmente
la sera vado al forte e ceno con l'ufficiale comandante,
mio amico personale, ma durante la giornata sono piuttosto
solo. Non è facile per me avere a che fare con questa robaccia,
considerando che mi hanno assassinato tutta la famiglia davanti
agli occhi - comprese le donne. Un giorno, quando il
Kansas diventerà uno stato, mi voglio presentare alle elezioni
come senatore.» Un'altra sorsata. «Davvero non ne vuoi bere?
È appena aperta.»
Ma io gli voltai le spalle, passai sopra all'Essere Umano
steso per terra, uscii dalla tenda. Non avevo mai bevuto whiskey
sinora e non potevo sopportare le bugie di mio fratello
Bill. E fui contento che non mi riconoscesse.
A Leavenworth, un forte molto grosso, fui alloggiato con
un cappellano militare il quale aveva una casetta per sé e per
la sua famiglia. Era un tale magro, coi denti da cavallo e una
moglie che gli somigliava moltissimo, e diversi figli biondi
che non somigliavano né al padre né alla madre. Ci rimasi diverse
settimane, e in questo periodo ogni volta che la moglie e
i figli eran fuori di casa e io restavo solo con il cappellano,
egli mi invitava nel suo ufficio e attaccava a parlare untuosamente
del mio benessere spirituale, e per farsi meglio sentire
allungava una mano di ragno sul mio ginocchio. Anche se
non andò mai oltre, io credo che fosse un heemaneh. Non mi
dispiacque andarmene quando venne il giorno, perché oltre al
resto sosteneva sua moglie che io ancora puzzavo e mi faceva
di continuo fare il bagno.
Finalmente mi convocarono dal comandante, che era un
generale coi basettoni, e mi disse: «Allora, Jack, ti abbiamo
trovato una bella casa. Andrai a scuola, ti vestirai come si deve
e avrai un padre magnifico che baderà a te. Hai molto da
recuperare, ma sei un ragazzo in gamba. E se in seguito vorrai
scegliere la carriera militare, seguire la bandiera coi tuoi valorosi
camerati, sarò lieto di metterci una buona parola».
Poi rificcò la testa in un mucchio di carte, e l'ordinanza mi
condusse fuori, dove il mio cappellano stava parlando con un
uomo enormemente grasso, seduto su un calessino. Voglio dire
subito che questa fu la prima e l'ultima volta che io vidi il
generale. Nessuno a Leavenworth mi fece mai una domanda
sugli indiani con cui avevo vissuto per cinque anni. Ma neanche
era venuto in mente ai Cheyenne di chiedermi qualcosa
sugli usi dell'uomo bianco, neanche mentre i bianchi li stavano
distruggendo. Bisogna che tu abbatta un uomo e che gli
punti un coltello alla gola, perché quello ti dia ascolto, come
feci io con il soldato. La verità par che sia odiosa a tutti, o
quasi.
Dunque mi portarono a questo calessino e il cappellano
dice: «Ecco qua il nostro piccolo selvaggio».
L'altro uomo aveva la barba nera, e indossava una lunga
giacca nera, ma la sua pancia era troppo grossa per farsi contenere
tutta. Il suo grasso era sodo e non molle, non so se capisci
quello che voglio dire. Gli uomini forti di un tempo erano
fatti così, con pance enormi, che erano sì grasse, ma a
toccarle sembravano tutto muscolo. Ho visto ritratti di questo tipo
d'uomo, e ho sempre pensato che il mio fosse così.
Mi venne subito fatto di pensare che saremmo andati in
giro pei teatri, a dare spettacolo, a sollevare sedici nani con
una mano sola, a spezzare catene di ferro, perché il cappellano
dice: «Jack, questo è il buon uomo che graziosamente consente
di adottarti. Devi onorarlo come se fosse il tuo papà vero,
perché tale egli è diventato per legge».
L'uomo grasso mi diede un'occhiata da sopra la barba,
alzò le spalle poderose, e disse, con una voce profonda che
sembrava echeggiare dal fondo di una valle: «Sai guidare un
carro, ragazzo?».
Io lo ammiravo e volevo farlo contento, quindi gli dissi:
«Sì, davvero, e anche bene».
«Tu sei un bugiardo, ragazzo» brontolò. «Dove puoi
aver imparato a guidare un carro se ti hanno allevato gli indiani?
A forza di botte ti insegneremo a non dire le bugie.»
Si chinò, mi prese per il davanti della camicia, e con il solo
braccio sinistro mi issò sopra il calessino. Mi parve d'essere
sollevato da un tronco d'albero, a mo' di leva.
Il cappellano squittì: «Jack, devi essere rispettoso del reverendo,
devi dimostrargli che hai appreso un po' di buone
maniere nel breve tempo che sei rimasto fra noi».
Ecco fatto: il mio nuovo papà non era uomo di teatro, ma
un altro prete, accidenti, come se già non ne avessi avuta la
mia razione, e si chiamava reverendo Silas Pendrake. Oltre a
quella barba nera, aveva sopracciglie nere e folte, e la sua pelle
era bianca come una pipa di coccio. Un brutto aspetto, insomma.
Io tenevo ancora alla cintura il coltello da scalpo, su
quei pantaloni dell'esercito, sotto la camicia, e mi venne l'idea
di piantarglielo nella schiena mentre si andava verso il fiume
Missouri. Ma ne fui scoraggiato dalla sua enorme vastità, quasi
quattro palmi da spalla a spalla, e quasi altrettanto era lo
spessore. Mi convinsi che la mia lama avrebbe fallito, come se
vibrata contro un muro di sasso.
Quel coltello e i panni che mi aveva dato il soldatone
Muldoon erano tutto ciò che possedevo. Arrivando a Leavenworth
mi avevano tolto il cavallo, e non lo rividi più. Penso
che il cappellano lo vendesse per ripagarsi del mio mantenimento,
e i suoi figlioli canaponi mi portarono via l'arco per
giocarci e me lo ruppero.
Al fiume, questo reverendo Pendrake guidò il calessino direttamente
sul ponte di un battello a ruota che stava lì. Fra
parentesi, il suo cavallo era un animalone paziente e grigio: ti
puoi figurare quanta forza avesse, per tirare il suo gigantesco
proprietario. Questo cavallo ce l'aveva un poco con me, lo capivo
da come muoveva le narici; immagino che fiutasse l'indiano,
anche se mi ero lavato quattro o cinque volte almeno
durante i mesi dopo che lasciai la tribù.
Dopo un poco il battello si mosse, ed era interessante, ma
a me non piaceva troppo, perché rammentavo Pellevecchia,
quando mi diceva che se un Essere Umano, comunque, va sopra
tropp'acqua, muore. Certo, ero cresciuto sull'Ohio, a Evansville,
ma questo era successo molto tempo prima, e il Missouri,
a guardarlo, non dà nessuna fiducia. Rode di continuo le rive
sotto i tuoi occhi, e io direi che col passare degli anni si
farà strada verso il Nevada per irrigare quei deserti.
Non sto a dirti dove eravamo diretti, dirò solo che la nostra
meta era una città piuttosto importante del Missouri occidentale.
Il motivo del mio riserbo apparirà chiaro in seguito,
come suol dirsi. E allora continuiamo da dove attraccammo,
dopo un viaggio di alcune ore, e sbarcammo, e traversammo
gran parte della città, dove Pendrake aveva una chiesa vera e
propria, e lì accanto una casa a due piani d'una certa importanza,
con granaio sul dietro dove lui guidò il calessino, e mi
disse a quanto ricordo le prime sue parole dopo la partenza da
Leavenworth: «Ragazzo, tu lo sai staccare un carro?».
Io avevo capito la lezione: «No, non so farlo, signore.
Proprio per niente».
«Allora cerca di immaginartelo» brontola quello, anche
se con meno sgarbo, rispetto a come mi aveva parlato a Leavenworth,
e io pensai immediatamente che forse i suoi modi
volevano servire a eliminare i toni smancerosi del cappellano.
Dunque non tutti i preti erano uguali. Di Pendrake te lo voglio
dire subito: pareva ignorasse come si agisce in maniera
naturale, tranne quando mangiava; negli altri casi pareva che
fosse sempre in credito con qualcuno o con qualcosa. Secondo
me, se si fosse tagliato, sarebbe morto per dissanguamento,
prima di compiere la fatica di scoprire che sarebbe stato meglio
fasciarsi.
Bene, non era difficile scoprire come si stacca un carro, e a
parte qualche scrollone del muso, lento e greve, l'animale non
mi fece tribolare, e lo portai nella stalla. Fatto questo, tuttavia,
ero ancora imbarazzato, perché non avevo ancora alcuna
fiducia che il reverendo Pendrake non mi avrebbe fatto pagar
caro un mio errore anche piccolo. Se me ne restavo nella stalla
mentre lui mi aspettava in casa, poteva farmela scontare di
brutto. Ma d'altro canto, se io andavo in casa, magari lui
avrebbe preferito che me ne restassi al granaio. Come al solito,
mi decisi per il movimento, e andai verso casa, ma anziché
entrare dalla porta di dietro, quella donde era passato lui, feci
il giro ed entrai dalla principale, pensando in questo modo di
evitarlo per un poco, e al tempo stesso di rendermi conto di
come era fatto l'edificio, caso mai mi toccasse rifugiarmici.
Salii in veranda, superai la soglia, entrai nell'ingresso dov'era
un attaccapanni fatto di corna di antilope, poi entrai in
un salotto che oggi non parrebbe gran cosa, ma a quei tempi
era per me una vista meravigliosa, con le sue lampade a petrolio
e le fodere sulle poltrone per evitare l'untume dei capelli,
perché se anche questo Pendrake non era quel che si dice
un ricco, non era di certo neanche uno strapelato come i miei
genitori, e neanche era uomo dell'esercito come il cappellano.
Allora quel gran vocione disse, dietro di me: «Sei in salotto?».
La cosa non l'offendeva, lo stupiva soltanto.
«Non ho rotto nulla» dico io.
Fino a quel punto non m'ero voltato. Quando lo feci,
aspettandomi di vedere la sua mole proprio dietro di me, ero
distante un centinaio di passi, eppure la voce ti pareva di averla
alla nuca.
Ma ora, fra lui e me, era una donna coi capelli biondo
scuri sull'uno e sull'altro lato del viso e la crocchia sulla nuca.
Aveva gli occhi azzurri e la pelle chiara, anche se non bianca
smorta come quella dell'uomo e indossava un vestito azzurro.
Immaginai che avesse una ventina d'anni, mentre Pendrake
ne aveva cinquanta, quindi credetti che fosse sua figlia.
Mi sorrideva e i suoi denti erano più piccoli del normale,
sotto le labbra piene. Guardava me ma parlò a Pendrake.
«Non credo che abbia mai veduto un salotto, prima d'ora»
disse con una voce morbida e vellutata. «Ti piacerebbe
metterti a sedere, Jack? Lì» e mi indicò una panchetta di peluche
verde. «Si chiama "amorosa”.»
Pendrake fece una specie di grugnito dentro la trachea,
ma non di rabbia, semmai di stupore.
Io dissi: «No, grazie, signora».
Allora lei mi chiese se volevo un bicchiere di latte, e una
fetta di torta.
Non vi era cosa che desiderassi meno del latte, del quale,
se mai avevo avuto il gusto, l'avevo perso da parecchio tempo,
ma pensai che bisognava andare d'accordo con questa ragazza,
se volevo avere una persona amica in casa, la seguii in cucina
e nel far questo mi sottrassi, almeno per un momento, a
Pendrake, giacché lui se ne andò in una stanza lontana dal salotto
dove scriveva i suoi sermoni e a volte li diceva a voce alta: lo
sentivi rombare al di là del legno della parete e il vetro tintinnava
per tutta la casa.
In cucina incontrai un'altra persona che mi fu subito amica.
Non aveva altra scelta, essendo una donna di colore. Anche
se libera, non si comportava come tale, essendo entro la
legge, nel Missouri, tenere schiavi. Io credo che se uno è stato
schiavo, immagina sempre di poterlo ridiventare. Mi diede un
poco sui nervi, con il suo immutabile buon umore, che sospetto
fosse almeno in parte fasullo, e io mi sarei sentito più a
mio agio con suo nonno che in Africa andava in giro con la
lancia. Il nome di questa cuoca era Lucy ed era sposata con un
tale che lavorava là fuori, a tagliare erba eccetera, e si chiamava
Lavender. Abitavano in una casetta dietro la stalla, e a volte
li sentivi litigare nel cuore della notte.
Quella donna bianca che io avevo creduto figlia di Pendrake
era in realtà sua moglie. Aveva cinque o sei anni in più
di quello che era parso a me, e del resto lui era più giovane.
Ma c'era sempre una bella differenza di età fra i due, e già
quel pomeriggio mi chiesi che cosa ci trovasse, lei, in quell'uomo.
E posso dire sin da ora che a questa domanda non ho ancora
trovato risposta. Immagino che fosse uno di quei matrimoni
che combinano i genitori, perché il padre di lei era ai
suoi tempi giudice, e un giudice non vuole di certo, come genero,
un oste.
La signora Pendrake rimase seduta al tavolo, di fronte a
me, mentre io bevevo il latte, e mi fece impressione l'interesse
che dimostrò per la mia vita passata. Almeno così a me parve.
Era la prima anima al mondo che mi domandava delle mie
avventure, e mi sorprese questo fatto in una donna bianca e
raffinata del Missouri, mentre la negra Lucy, che tuttavia rideva
e diceva di continuo «Oh signore», se ne infischiava completamente,
e dentro di sé pensava che io ero un gran bugiardo.
Capii che le mie storie erano roba buona, e quindi non le
esaurii tutte in una volta. Cercavo anche di rammentare i bei
modi che teneva, mangiando, la moglie del cappellano, a casa
del quale, la prima volta che sedetti a tavola, presi la carne dal
vassoio con le mani. Adesso avevo imparato e tagliai a pezzetti
la torta che mi aveva dato la signora Pendrake, pezzetti che mi
ficcavo correttamente in bocca sulla punta del coltello.
Quando ebbi finito, lei disse: «Tu non sai come siamo felici
di averti con noi, Jack. Non ci sono altre persone giovani
in questa casa. Il tuo arrivo ci ha fatto entrare il sole». A me
questa parve una cosa bella.
Poi mi portò a comprare i vestiti nuovi. Prese il cappellino
e il parasole, e insieme ce ne andammo nel quartiere
commerciale della città, che non era lontano, e il tempo, per quella
stagione, cioè i primi di ottobre, rammento che era bello.
Incontrammo tanta gente che la signora Pendrake conosceva,
e tutti mi sbirciavano e qualcuno chiese chi fossi. Le donne in
generale facevano un certo buffo verso, una specie di sorriso a
voce alta, anche se ebbero per me occhiate ostili alcune che
erano zitelle, maestre, bibliotecarie e simili, perché da cinque
anni io non mi tagliavo i capelli a dovere e probabilmente
avevo un'espressione cattiva, nonostante i miei sforzi per apparire
decente.
In quanto agli uomini che incontrammo, io non credo che
uno solo di loro avrebbe saputo dirti, poi, se io ero alto o basso,
perché tenevano gli occhi fissi sulla signora Pendrake. Faceva
proprio effetto, sugli uomini. Non mi sembra di averle
reso giustizia descrivendola. Una descrizione del primo giorno,
fatta dal punto di vista mio. Siccome avevo passato fra gli
indiani i miei anni formativi, il mio gusto fondamentale, in
fatto di donne, era: capelli neri e occhi scuri. Oltre tutto lei
doveva essere la mia mamma adottiva, quindi mi tratteneva
un certo scrupolo dal guardarla come donna soltanto. Ma è
anche giusto dire che agli occhi dei bianchi la signora
Pendrake era stimata un'autentica bellezza, e la maggior parte di
quelli che incontrammo nel pomeriggio si comportavano come
se avessero le ginocchia molli, e avrebbero anche tirato
fuori la lingua, se lei glielo avesse chiesto.
...
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FINE Parte 1.